Santa sfiga in lungomare – remastered

Io ho incontrato Dio, non nel senso che ho trovato la fede: io l’ho conosciuto davvero, in spirito e boccoli, sulla lungomare di Salerno, una sera di settembre del 2006.

Tutto cominciò nel pomeriggio, quando mi appoggiai sul divano per una pennica e sognai di scoparmi una, svegliandomi con la voglia, ovviamente, di farlo davvero.

Lei, che per ragioni di privacy chiameremo Lizard, a me non era mai piaciuta più di tanto, perché aveva la faccia da lucertolina ed anche il carattere.

Non so perché sognai proprio lei, ma sapevo che ero uno dei pochi della comitiva non essere finito nel suo album delle figurine e che quindi avrei avuto strada facile: la chiamai, ci demmo appuntamento per la sera stessa.

Il problema fu che mancavano 5 ore all’appuntamento e presumibilmente almeno un altro paio all’apertura dell’album, quindi finii per risolvere il problema autonomamente, col risultato che tutta l’attrazione dovuta al sogno svanì in uno sciacquone e Lizard tornò ad essere la lucertolina antipatica, di cui sopra.

L’appuntamento però, oramai , era preso, provai ad inventare qualche scusa ma non ressero: Lizard era decisa and incollare la figurina!

A quel punto mi rassegnai alla serata rettiliana, pensando che nel frattempo avrei potuto avere una ricaduta, quindi “ma sì”!

La sera andai a prenderla puntualmente in ritardo, lei scese con uno striminzito vestitino bianco ricamato, che lasciava intravedere intimo ed autoreggenti: non era male, aveva anche un bel fisichetto ma, quando si avvicinò per salutarmi, rispuntò l’espressione da lucertolina ed ogni ipotesi di ricaduta venne meno.

Andammo a Salerno, in centro, in un locale di due miei amici, frequentato prevalentemente da Gay: lo scelsi sperando che anche lei, come tanti, si facesse l’idea che io fossi omosessuale, ma niente! Lizard non mollava e non c’era verso di tentare di limitare i drink: lei aveva una collezione da completare.

C’è da fare un’importante precisazione: io non sono un sex symbol e non ho la presunzione di pensare che lei fosse attratta da me in quanto “me”, semplicemente (penso) non riusciva a sopportare l’idea di non avere presa. Per lei era una questione di principio!

La conversazione, ovviamente, non fu nulla di esaltante, riducendosi a pochi scambi su delle commediole del più banale cinema americano, intervallate da battutine a doppio senso, che io feci ripetutamente finta di non capire.

Poi, come un’epifania mandata dal cielo, ebbi l’illuminazione: sapevo che un mio amico era in giro e sapevo che era il pezzo preferito della collezione di Lizard, che non si faceva mai scappare l’occasione di mettere da parte un doppione. Attesi che lei andasse ad incipriarsi il naso (a pisciare) e lo chiamai, la conversazione fu, più o meno, questa:

  • We, te la vieni a prendere, per favore?
  • Ok… Ma poi tu?
  • Mi ubriaco, tu fai finta di arrivare per caso!
  • Ok!

Quando, dopo una mezz’ora, il mio amico entrò nella piccola saletta, lei sobbalzò: ed ora? Chi scegliere, il doppione preferito o la figurina mancante?

La scelta fu obbligata, naturalmente, perché alla figurina mancante arrivò (casualmente) la telefonata di un terzo amico, che gli chiese di andarlo urgentemente a recuperare, perché aveva bucato: dio benedica gli sms!

Lasciai Lizard alle cure del doppione e mi avviai per i vicoli di Salerno, avevo voglia di bere e dovevo nascondermi per un po’, per non rivelare la mia presenza ancora in loco.

Mi rifugiai in un bar molto conosciuto, mimetizzandomi tra la folla e finalmente li vidi passare: ora potevo rilassarmi!

Cercai un bancone vuoto, quando lo trovai ci appoggiai ed ordinai da bere, solo dopo qualche short mi resi conto che allo sgabello accanto c’era un ragazzo che conoscevo e che non vedevo da tempo, un batterista di cui avevo (ed ho) una gran stima.

Gli shortini cominciarono a volare: finalmente, a serata ormai finita, una conversazione che meritava un’insana e robusta sbornia!

Ad un certo punto il ragazzo mi confessò qualcosa che, da quel momento in poi, mi avrebbe cambiato la vita: “lascio tutto e vado al DAMS!”

Per capire cosa ci fosse di tanto sconvolgente in questa frase, c’è bisogno di fare un rewind: capire da dove venivo e quale fosse il mio contesto.

Da almeno un anno ero in una profonda crisi, gli studi che facevo mi stavano stretti, avevo cambiato almeno tre lavori, concluso una storia importante (la più importante) e svariate altre “volatili”: in parole poche, stavo crescendo.

Cercavo, da tempo e disperatamente, una ragione per alzarmi dal letto la mattina: “ti seguo a Bologna”, non riuscii a dire altro. La mia mente stava già facendo le valige, ma non avrebbe mai immaginato che il DAMS di cui si parlava, anche se con un nome molto meno accattivante (DAVIMUS),  stava per aprire il suo primo anno proprio nella mia Università: era sabato, il martedì sarebbero scaduti i termini per l’iscrizione ai test.

Salutai il mio amico e mi trasferii, confuso ed ubriaco, in lungomare, crollando su una panchina di pietra fredda. Ero ad un bivio: dare quei pochi esami che mi separavano da una laurea prestigiosa ed avviarmi ad una professione seria ed onorata, oppure mollare tutto, per tentare la via dell’Arte e dello Spettacolo?

Alzai gli occhi al cielo e chiesi a Lui, all’altissimo in persona: “O Signore, illuminami, mostrami la strada: cosa vuoi che io faccia?”

Il succo fu più o meno questo, anche se la forma fu molto più sbiascitata ed in dialetto, traducibile con un: “Fra’, c’aggia fa?”

Non finii la frase, fui investito da un fascio di luce calda ed intensa, che mi accecò per qualche istante: quando riaprii gli occhi, con mio stupore, Lui era lì, di fronte a me, con tanto di tunica candida, boccoli perfetti, barbone e sciami di cherubini.

Nella sua infinità bontà, mi concesse di udire la sua voce e la prima cosa che disse fu: “Sti cazzo di cherubini, prima o poi li stermino tutti!”

Detto questo, uscì dal fascio di luce, scacciando gli angioletti come delle mosche, per venirsi a sedere accanto a me e pronunciare la sua santissima seconda frase: “hai da accendere?”

Io tirai fuori l’accendino dalla tasca e con mano tremante diedi fuoco al cannone divino che l’altissimo teneva tra le labbra: un joint perfetto, con una gigante capocchia rossa ardente, come non ne vedevo dal liceo!

Fu lì che mi accorsi che i boccoli non erano tali: erano dreadlock (treccine rasta, per i meno informati).

Non potevo certo starmene zitto, dovevo dire qualcosa: Dio era lì, di fronte a me! Avevo l’obbligo umano di parlargli e lo feci, seppur con voce incerta ed un certo timore di essere fulminato sul posto.

Sì, dovevo chiederlo: “Signore, ma ti fai le canne?”

“Perché, tu no?”, rilanciò la domanda, passandomi la canna ed aggiungendo che a lui neanche facevano male! (La migliore erba che ho mai provato NDA).

F0′ 0 – Dio 1, palla al centro!

“È incredibile quanto la tua razza sia diventata bacchettona: secondo te, se volevo che una cosa non venisse fatta, la rendevo divertente? L’eroina: quella non ti devi fare, infatti non è divertente… Non capisco proprio come facciate!”

Io non riuscivo a credere a quello che stavo ascoltando, ma non vedevo l’ora di poterlo raccontare ai miei amici salutisti: vaffanculo, ora avevo l’autorizzazione suprema per strafarmi di spinelli!

Mi sarebbe servita ancora solo per qualche anno, perché da lì a poco sarei cresciuto ed avrei smesso di mia volontà.

“Allora, ragazzino, vuoi cambiare facoltà eh? E cosa ti preoccupa?”

L’onnipotente, colui che tutto vede e tutto sa, colui che decide e provvede, colui che può e sempre potrà si stava interessando alla mia carriera universitaria: il miglior tutor che potessi mai immaginare.

Gli spiegai che su di me c’erano delle aspettative, che non mi mancava così tanto alla laurea ed elencai tutte le mie preoccupazioni per il futuro lavorativo.

Gli spiegai che in Italia col Teatro e col Cinema non si lavora, mentre ci sarà sempre qualcuno che farà causa a qualche altro: ora capirete anche la facoltà che facevo, brrrr.

Avevo già perso tanto tempo, ora non me la sentivo di mollare tutto e cominciare da capo, affrontare i “consigli” delle persone, dare un dispiacere a mia madre: eppure, quanto lo desideravo.

Il Signore attese un mio silenzio, poi rispose, mettendomi una mano sulla spalla amorevolmente ed allo stesso modo pronunciò tre semplici, magiche parole:

“Sei un coglione!”

Vi hanno mai dato del coglione (o della cogliona, se femminucce)? Credetemi, se a farlo è chi ha ideato e realizzato tutte le cose, visibili ed invisibili, ci credete subito, senza neanche chiedere spiegazioni!

Le spiegazioni, tuttavia, me le diede lui autonomamente:

“Ok, partiamo dal fatto che gli avvocati non sono competenza mia, ma della concorrenza, poi: che ti frega? Tua madre vuole un avvocato? Non lo può avere! Tu sarai un fallimento come avvocato, credimi, sei troppo onesto! Dai, ti fai inculare anche dal pusher di fiducia! Sei preoccupato per il lavoro? Tranquillo, non lavorerai mai come avvocato: non ne sei in grado! Poi, ti sei visto ultimamente? Caro mio, altri due mesi così e queste chiacchierate le faremo direttamente nel mio studio, perché ci lasci le penne… A proposito: vedi che non è che ti ho concesso tanto tempo, sai? Quindi se vuoi seguire una strada, senti me, che sia quella che ti rende più felice… E PASSA ‘STA CANNA, HAI MANGIATO POLLO?”

Ora, da questo breve discorso, si possono capire le tre sicurezze che acquisii:

  1. Che gli avvocati lavorano per il diavolo, ma questa fu solo una conferma.
  2. Che non avrei avuto una vita lunga.
  3. Che Dio faceva le stesse battute sulle canne del mio migliore amico.

Voi cosa avreste fatto? Non era certo il primo venuto a consigliarmi di rischiare, anzi… Era proprio il PRIMO venuto, nel senso che prima di Lui non c’era nulla: avrà avuto un po’ di esperienza su cui basarsi, no?

Passai la canna, lui se la mise tra le labbra, si alzò dalla panchina e si avviò verso il fascio di luce, incenerendo un paio di cherubini particolarmente eccitati. Mentre si allontanava, notai che le trecce erano legate da un fermacapelli color arcobaleno, stranamente a me familiare, uno di quelli che vendono alle bancarelle dell’equo e solidale: ne avevo comprati tanti, identici a quello, quando ero un punkabestia rastuto!

Allora capii: “Signore… Signore… Ma tu… Tu… Tu sei comunista!”

Lui sorrise, si tolse il fermacapelli e me lo lanciò, per poi rientrare nel vortice abbagliante, sparendo in un bagliore, esattamente come quello da cui era arrivato, dicendo solo: “totalmente fuori moda!”

Se avete capito la citazione, siete molto più vicini alla santità di quanto non sappiate!

Attesi un po’, prima di lasciare la panchina, sperando che lui tornasse e cercando di smaltire gli ultimi postumi della sbornia, giocherellando col fermacapelli, a capo chino.

Ad un tratto, meno intensa, ma altrettanto evidente, avvertii ancora quella luce: “Signore, signore, sei tornato da me”, mi gettai in avanti, tra le braccia dell’altissimo, desideroso di essere accolto dalla sua guida, come pecorella smarrita dal buon pastore.

“Gargiulo, questo ha le visioni e puzza di erba ed alcol, chiama la centrale”, ci misi davvero poco ad accorgermi che non si trattava di Dio, ma dei carabinieri.

Dovetti dar fondo a tutte le mie qualità di supplica, per convincere i due militari a lasciarmi andare, con la promessa di non guidare fino a che non sarei stato lucido.

Tornai a casa all’alba, dormii fino a tardo pomeriggio, quando mi svegliai sapevo bene che era stato tutto frutto della mia fantasia alcolica, ma il discorso non cambiava.

Dio, immaginario o reale, aveva ragione: era tempo di cambiare la mia vita, così come andava a me, a modo mio!

Così, senza neanche rendermene conto, accesi il computer e feci l’iscrizione ai test, promettendomi di non studiare: se quello era il mio destino, qualcuno mi avrebbe aiutato, dall’alto! Inoltre c’era poco tempo!

La sera prima dei test guardai in TV un lungo documentario su Dostoevskij (un russo), indovinate il giorno dopo chi fu il protagonista di una bella fetta delle domande? Dostoevskij!

Un’altra parte dei test fu di cultura generale, con molte domande di educazione civica: io avevo studiato diritto fino a poco prima!

Al termine del test pensai “che culo”, mentre mi avviavo verso il parcheggio.

Tentai di accendere una sigaretta, ma il mio accendino non funzionò e ricordai di averne perso uno in auto, qualche sera prima.

Arrivato alla mia Clio verde petrolio, mi calai a cercare sotto i sedili e trovai l’accendino, oltre ad un bracciale femminile, un cd che avevo perso da tempo immemorabile ed un fermacapelli: era color arcobaleno, uno di quelli che si comprano alle bancarelle dell’equo e solidale.

Io ne avevo comprati tanti, come già detto, era mio? Era di Dio?

La verità è che non me lo chiesi più di tanto, anche perché passai i test: per il rotto della cuffia, ma li passai.

Nei tre anni successivi trovai nuovi amici, alcuni dei quali ancora oggi sono nella mia vita. Ritrovai la Musica, grazie ad una band, con la quale suono ancora oggi. Trovai un Amore, anche se ora è finito, com’è il naturale destino di quelli con l’articolo indeterminativo.

Oggi? Lavoro, anche se in un campo che non avrei mai immaginato! Suono, quello che mi piace! Ho amici, che ho imparato a selezionare!

Mia madre, dopo un breve assestamento, ha capito che è meglio un figlio spiantato con lode, se sorridente, che un avvocato triste di second’ordine.

Le preoccupazioni di quella notte si sono tutte rivelate infondate, Dio aveva avuto ragione su tutta la linea ed io mi chiedo solo una cosa:

Cosa sarebbe successo se quel pomeriggio non mi fossi fatto quella sega?

Sarei stato con Lizard, non avrei incontrato il batterista: la mia vita non sarebbe cambiata!

Oggi, forse, starei parlando con Dio, nel suo ufficio!

Ed ora? Quasi quasi… Datemi un po’ di privacy, please!


Tratto da una storia vera… Molto più vera di quanto non immaginiate!

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