Odiarsi superficialmente

Ho vissuto gli ultimi tre anni con la guardia alzata, pronto a rispondere ad ogni fuoco, schivare ogni colpo, fuggire da ogni pericolo, anche solo da quello ipotetico.

Sono stato talmente chiuso nel mio guscio di sfiducia che ho perso la cognizione dei tempi, questo è chiaro.

Dentro di me, intanto, cresceva una forte sete di emozioni. Ad un certo punto, le braccia si sono stancate di tenere i pugni chiusi all’altezza del volto, con i gomiti ben serrati sul petto. Le gambe hanno cominciato a cedere, stremate dal continuo saltellare. Mi sono stancato io.

Mi sono fermato a riflettere sulle tante occasioni perse, a causa di fughe premature e attacchi a scopo difensivo.

Mi sono stancato, avevo bisogno, davvero, di emozionarmi, ancora.

Non appena avuta l’occasione, quindi, ho abbassato la guardia: quello è stato un errore.

Come un bambino orfano di troppi Natali, ho visto l’albero con sotto tutti quei regali da scartare e non ho atteso, non volevo attendere: mi ci sono fiondato, ne ho afferrato uno ed ho cominciato a stracciare la carta. Il problema è che non era ancora Natale e che, probabilmente, il regalo che stavo aprendo non era per me… Forse neanche c’era un regalo per me.

A quel punto, chi mi stava ospitando, ha deciso che non avrei aperto alcun pacco, mettendomi alla porta con tanta gentilezza, un ciuffo di carta stracciata in una mano, il vuoto nell’altra ed in bocca il sapore ipotetico del pranzo della vigilia, di cui la casa era già piena degli odori.

All’inizio la rabbia, il rancore e la delusione ti portano ad avercela con la persona che ti ha messo alla porta, poi cominci a vederci più chiaro: appena passi di fronte ad una vetrina e ti ci specchi, capisci chi è che devi odiare davvero… E lo fai, ah se lo fai!

Ti odi, perché fino a qualche tempo prima quei regali entravi e te li prendevi tutti, senza neanche chiedere, senza neanche preoccuparti di come ci sarebbero rimasti gli altri bambini della casa il giorno dopo.

Se lo avessi fatto anche questa volta, nessuno in realtà ci sarebbe rimasto male: tu avresti avuto tanti bei regali e quei bambini non se ne sarebbero neanche accorti, perché tanto ne avrebbero avuti di nuovi quasi subito. Tutti felici, tutti contenti.

Tu, invece, questa volta volevi fare il bravo. Hai rubato un vestito buono, ti sei tolto il fango dalla faccia, hai recuperato ogni memoria di buone maniere ed hai bussato al campanello, sorridente come un boy-scout il giorno del giuramento… Poi, una volta in casa, hai visto l’albero, tutti gli addobbi ed hai perso il controllo.

“Natale è domani”, ti hanno detto, ma tu nel domani ci eri già arrivato, un attimo dopo aver oltrepassato quella porta.

Ti odi, perché sai che a questo punto non sei più in grado di aspettare il Natale e l’alternativa è tornare ad essere quello che eri. Forse non avrai una casa, ma almeno la strada la sai gestire bene, è il tuo mondo da troppo tempo e conviene lo rimanga.

Ti odi, non profondamente, ma superficialmente, perché senza accorgertene hai rialzato i pugni e sei di nuovo in guardia: ti sei chiuso di nuovo, al punto che anche il tuo stesso odio non riesce a passare.

“Ho rovinato una bella festa” pensi, “ci saranno altre feste” aggiungi… Poi guardi quella carta stracciata nella mano e…

“Però che bella festa sarebbe stata”…

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