In primavera il museo chiude.

È tempo di primavera, tempo di pulizia, di ordine… O forse solo di nuovi disordini.

Io sono un collezionista, un accumulatore compulsivo di ricordi, belli e brutti, rappresentati da piccoli oggetti, che conservo gelosamente e che, a volte, porto con me, perfino dimenticando di averli.

Nel mio studietto sono stipati, come in un museo personale, le reliquie di alcuni momenti della mia vita, a volte in bella mostra, altre nascosti, altre ancora nascosti in bella mostra.

In questo museo, entrando, è possibile ammirare due mensole piene di bottiglie, un paio di scatoloni di cianfrusaglie, due cassetti di fotografie, i pass di ogni backstage, i biglietti di concerti, cinema, mostre, una scatola con degli scontrini, una bottiglia con un’etichetta di ceramica, un’ampolla con della sabbia ripulita dal sangue della battaglia più grande.

Nelle mie tasche, nel portafogli, nel portaocchiali, nel portaoggetti in auto conservo la mia collezione privata, quella non esposta al pubblico: un orecchino rotto, un braccialetto di perline che non ho  mai più indossato, un biglietto con un numero di telefono che non mai più chiamato, un plettro mai più usato, buste per la cacca del cane che non ho, un cd di mp3 che non ho mai più ascoltato.

A volte resto solo nel mio museo, chiudo le porte e comincio un piccolo tour tra fantasmi e ricordi, durante il quale può capitare di imbattermi in qualcosa che non riconosco: da dove arriva questa bottiglia, perché l’ho conservata? Quando sono stato in questo posto, con chi ero?

A parte queste eccezioni, tuttavia, il grosso problema sta nel fatto che io ho un archivio mentale molto ben organizzato, che ricorda non solo gli oggetti, ma spesso le date, le parole, i vestiti e perfino il meteo.

Credetemi, è estenuante, perché la vita avrà sempre un riferimento a qualcosa che è già accaduto: se ricordi tutto, riconoscerai tutto.

Alcuni oggetti del mio museo sono legati a piccoli miracoli, come il plettro incollato alla mia prima chitarra: era di una persona cara che ora non c’è più, credevo di averlo perso, poi una sera riapparve e ci misi giorni per capire che non era un miracolo, ma solo un cambio di portafogli.

Ed ora, perché sto scrivendo? Perché racconto tutto questo?

Perché nel museo non c’è più spazio e se voglio aprire nuove mostre, purtroppo o per fortuna, dovrò chiudere quelle vecchie, in qualche modo.

Era già un po’ che ci pensavo, era a questo che mi riferivo qualche tempo fa quando, parlando di Stephen Hawking, proposi a tutti di “fare qualcosa che credevamo di non poter fare” (https://bloggolo.it/2018/03/14/ditemi-non-puoi-farlo-e-reinventero-luniverso/).

Adesso non è possibile più rimandare, è stato chiaro quando oggi, durante la pausa pranzo, sono uscito per una mezz’ora dall’azienda in cui lavoro: al mio ritorno, scendendo dall’auto, ho visto un familiare braccialetto in terra.

Quello che è accaduto è semplice: era nel mio portaocchiali da gennaio, dimenticato, in quanto negli ultimi mesi gli occhiali da sole li ho messi una sola volta. Negli ultimi giorni, invece, quel portaocchiali è tornato ad essere una delle cose che abitano le mie tasche: evidentemente deve essermi caduto, scivolando fuori tra un cambio ed un altro, mentre toglievo le lenti da quattrocchi e mettevo quelle da rocker (e viceversa).

Il destino ha voluto che lo ritrovassi, per riporlo al sicuro a casa, come d’abitudine? È davvero questo che vuole il destino?

Che sia questo o meno, io ho fatto una promessa nell’articolo su Hawking, l’ho fatta a me stesso ed a voi, anche se non sapevate a cosa mi riferissi: devo mantenerla, come già detto, nel museo non c’è più spazio.

È tempo di togliere quel bigliettino dal portafogli, perché nella mia rubrica ci sono nuovi numeri da chiamare.

È tempo di regalare quel braccialetto a qualcuno o di dimenticarlo, distrattamente, sul tavolo di una sala da Tè salernitana, mentre gioco a scopa con gli “altri numeri”.

È tempo di rispolverare le bottiglie sulle mensole, buttando via quelle di cui non ricordo più “l’occasione speciale”, perché ci sono altre bottiglie che ne devono prendere il posto.

È tempo di gettare via alcuni scontrini, perché può sembrare vicino, ma Gennaio è ormai lontanissimo da questo presente.

È tempo di liberare spazio in quel portaoggetti in auto, hai visto mai che servisse a qualcuno nell’immediato, prossimo o remoto futuro?

Ho da fare ordine, senza esagerare però: non voglio correre il rischio di rinunciare ad alcuni pezzi importanti, relegandoli in uno scatolone in garage, solo perché “devo fare spazio”.

L’ampolla con la sabbia, ad esempio, troverà una sistemazione migliore, più in bella vista.

Ci sono cose alle quali non si deve rinunciare, ma credetemi, sono davvero poche: “La Gioconda”, in un museo, è un pezzo unico.

La mia gioconda? Una trapuntina, vecchia e logora, che presto diverrà un quadro appeso sulla testata del mio letto. No, mi dispiace, non vi spiegherò di cosa si tratta, questo è un codice per chi mi conosce da abbastanza tempo per sapere a “Chi” mi riferisco.

È primavera, di solito i musei si preparano alla stagione migliore, il mio invece chiude e quando riaprirà avrà spazio per nuove collezioni.

#StayTuned

 

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