Di musei, di cimeli, di memoria

Fò ha scritto che a primavera il suo museo chiude. Non potevo resistere e non fargli eco, tanto più che avevo scritto tempo fa una cosa su un tema simile: la valigia come esercizio spirituale.

Anche io ho il mio piccolo museo, ma non è nella casa dove vivo adesso, si trova in Italia, ben nascosto in una cassapanca in un paio di scatole di scarpe. Non racchiude ricordi troppo recenti, ma memorie di una vita fa, quella vita in cui vivevo ancora in un solo posto e le mie relazioni si svolgevano nell’arco di massimo un centinaio di chilometri.

Ci sono i diari di scuola del liceo, c’erano dei quaderni sui quali scrivevamo un diario collettivo, ma che negli anni ho regalato alle persone che vi avevano contribuito. Ci sono milleduecento lire per comprare la brioche alla nutella da Izzo Ciro. Ci sono gli inviti al primo concerto di Natale in cui ho cantato, gli inviti ai primi spettacoli teatrali, una mappata di lettere che durante l’estate mi scambiavo con le amiche in giro per la provincia di Salerno e l’agro Nocerino-Sarnese. Ci sono delle fototessere con il frangettone, degli inviti alle feste di 18 anni. Poi c’è un poster con la mia faccia gigante, di alcuni anni dopo, e altri poster, tutti spettacoli in cui ho recitato. C’è una coperta regalata da un ex, che non sono riuscita a buttare via mica per nostalgia, ma perché mia mamma dice che può sempre servire. Ci sono dei buchi, nel mio museo.

I buchi ci sono perché, dopo il liceo, non ho mai vissuto per tre anni di fila nello stesso posto, e quando non hai fissa dimora devi spesso fare i bagagli e partire o tornare, e quando lo fai ti tocca prendere il minimo indispensabile, e tutto quello che metteresti su una mensola o in una scatola di scarpe non è mai il minimo indispensabile.

A cosa servono le bottiglie, le lattine, i biglietti, cinquantamila bracciali e orecchini, e anche fuori dal museo, a cosa servono decine di paia di scarpe, quando poi all’improvviso devi salire su un aereo e hai un limite di trenta chili? E anche se non ce l’avessi, chi ti aiuterebbe a trascinare tutto quel peso?

Vivere da emigrante e da trottola cambia il tuo modo di fare shopping, di pensare lo spazio in casa, di valutare di cosa hai bisogno davvero, cambia anche il tuo modo di memorizzare gli eventi. Diminuisce il feticismo per gli oggetti inanimati (quando si tratta di accumularli) e si concentra tutto sull’umanità, cioè su quei dettagli che non puoi portare con te in una valigia, ma che ti urlano dentro: l’odore di una pelle, il sapore di un pasto, dei capelli, una voce, uno sguardo. Le date… No, una volta mi ricordavo tutte le date, ma poi sono diventata distratta e per immortalare i momenti di svolta della mia vita le nascondo nei pin delle banche, nelle password delle ferrovie, e anche allora me le dimentico, perché ce ne sono troppe.

Con gli anni è aumentato lo sgomento e l’irritazione per le persone che accumulano oggetti: ritrovare cimeli in soffitta mi elettrizza, ma vedere mensole stipate di oggetti polverosi e dimenticati in soggiorno mi fa venire l’angoscia.

Forse che senza oggetti non ci ricorderemmo? E se anche dimentichiamo qualcosa, non significa che valeva la pena dimenticare? Non significa che valeva la pena, magari anche solo perché qualcuno avesse motivo di ricordarci quello che avevamo dimenticato?

Negli ultimi anni della mia vita ho visto molto di questo conservare. Conservare cose che poi si dimenticano, cose rotte che non aggiusterai mai, e con la mania di conservare, trascurare il presente, tralasciare di aggiustare una porta rotta, di appendere un lampadario, di comprare un biglietto nuovo per andare in un posto nuovo. Eppure, solo il presente è vivo. E non si vive meglio il viaggio quando lo zaino è leggero? Quando non ti devi preoccupare troppo di cosa indosserai, di dove mangerai, dei pesi che trascinerai?

Vedo tanta gente attaccarsi al passato come un riccio allo scoglio, non sia mai qualcuno glielo porti via. Ma chi te lo porta via il tuo passato? Costituisce ogni molecola del tuo corpo, ce l’hai nelle rughe, nei pori allargati, nei capelli bianchi, nelle paure, nei pregiudizi, nell’incapacità di cogliere le parole soltanto per quello che sono, senza attribuirgli un significato tuo particolare. E mentre ti attacchi a conservare il passato e a venerarlo, ti sfugge dalle mani il presente, la possibilità di vivere esattamente come vuoi vivere, la possibilità di sfidare la morte che un giorno arriverà, ma se quel giorno non è oggi, è inutile osservare la nostra vita come un cimitero: lasciamolo fare agli altri quando moriremo, e auguriamoci che nelle ossa polverose riusciranno comunque a vedere pulsare la vita.

C’è un personaggio di Boris Akunin nel romanzo “Tutto il mondo è teatro”, che mi piace molto. Si chiama Elisa, è un’attrice, e a un certo punto si alza in piedi e grida che la bellezza non può essere immortalata, perché è sempre in movimento, e nel momento in cui la fermi non è più viva, è come una mosca nell’ambra; sarà anche bella da vedere, ma è morta.

Ho un piccolissimo museo anche a Mosca. Un paio di fischietti di ceramica, qualche lettera, qualche cartolina, un anello che non porto più, qualche lavoretto fatto dai bambini, dei magneti. So con certezza che anche questo museo sarà dimezzato quando partirò di nuovo, perché devo partire leggera.

Qualcuno mi ha accusata di cancellare le vecchie foto, di gettare o regalare al mondo i vecchi regali, per dimenticare. Ma state scherzando? Io non cancello e non riciclo i regali per dimenticare, ma per alleggerire, per non avere sempre a portata di mano l’opportunità di camminare voltandomi indietro, per aiutarmi a perdonarmi gli errori e le sviste, per mantenermi attaccata al presente. Tutto quello che la memoria deve conservare, lo fa da sola, e lo fa bene, perché solo nella mia testa ci sono ricordi che moriranno con me, senza sovraccaricare la vita degli altri, se all’improvviso non ci fossi più.

Ce l’ho anch’io un piccolissimo museo, l’esposizione permanente è ridottissima e guai a chi la vandalizza, ma tutto il resto è performance art.

Voi ce l’avete un museo? Come lo gestite?

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