Rinunciare è un crimine?

[Tempo di lettura stimato: 6-7 min – Difficoltà: una martellata nei coglioni]

Rinunciare, dare “forfait”, è un crimine? Parliamone!

Questo è un articolo su commissione o per meglio dire “su assist” di un’amica, con la quale stamattina discutevamo del significato della parola “Forfait”.

Tra i vari significati di questo termine, secondo la mia amica c’è anche “crimine”: questa cosa mi era completamente nuova, ma lei è più preparata di me sulla linguistica e mi sono fidato.

Quest’amica ha aperto un blog di recente, che non posso ancora linkarvi, perché molto timida e non ancora a suo agio in questa giungla. Anzi, se vi va, lasciate qualche commento d’incoraggiamento, facciamole capire che WP non è come FB.

Avendo lei questo blog nuovo di zecca, le ho suggerito di scrivere un articolo sul collegamento “rinuncia/crimine”, ma lei mi ha rimbalzato, con la magnifica scusa che “è più nelle mie corde” (furba tu, sappi che ti ho odiato profondamente).

Che vi devo dire? Non la conosco da molto tempo, ma deve già aver capito che sono campione mondiale di rinuncia acrobatica… La questione è, quindi, stabilire se sono o meno un criminale!

Per capire cosa cavolo intendo è necessario fare un passo indietro, a quel breve scambio di messaggi e al significato della parola “Forfait”.

Io non sono un linguista, quindi ho dovuto fare delle ricerche e verificare le varie definizioni di questa parola. Credevo sarebbe stato molto più semplice.

All’inizio è stato, invece, avvilente, perché i traduttori tradizionali, ossia Google e Reverso, non restituivano alcun riferimento a “Forfait=Crimine”, ma le classiche definizioni economiche e sportive: ad esempio, “dare forfait” oppure “tariffa forfettaria”.

Ho dovuto sfoderare l’artiglieria pesante!

Secondo Oxford Languages/Google “Forfait” ha due significati diversi:

forfait1 – sostantivo maschile
Accordo di compenso o retribuzione globale, fondato su una valutazione complessiva delle prestazioni, indipendentemente dalla loro frequenza, dall’entità di ciascuna e dalle successive variazioni di mercato.”per quel lavoro abbiamo stabilito un f.”
ORIGINE: Propr. “fatto fuori (della legge)” •1851.

forfait2sostantivo maschile
Nello sport, la mancata partecipazione ad una competizione sportiva, cui il concorrente o la squadra avevano aderito: equivale al riconoscimento della vittoria dell’avversario designato.
ORIGINE: Der. dell’ingl. forfeit ‘perdita, penalità’ •1908.

Nessuna di queste due definizioni ha a che fare con la parola “crimine”, ma entrambe fanno riferimento a qualcosa del genere nelle proprie origini: abbiamo un indizio!

Anche Treccani restituisce i due significati proposti sopra:

Forfait-1 continua a definirsi “tasso fisso, accordo, etc”.

Forfait-2 si riferisce sempre all’ambito sportivo, ma comincia con un riferimento proprio alla parola “crimine”:

forfait2forfè› s. m., fr. [dall’ingl. forfeit, che a sua volta è dal fr. forfait «crimine», propriam. part. pass. di forfaire (v. forfare)].

Ci siamo, bloggolini e bloggoline! C’è fumo e quindi, da qualche parte, qui vicino, anche fuoco!

Un’altra conferma di questo significato me la dà Hoepli:

forfait
/fOrfE/ sm 1 comm forfait sm inv 2 (crimine) misfatto sm £ comm à forfait: a forfait | déclarer forfait: dare/dichiarare forfait | forfait skieur: (abbonamento) giornaliero.

A questo punto del fuoco non solo si intuisce la presenza, ma ne si sente proprio il calore: siamo vicinissimi!

Cercando cercando, mi sono imbattuto in un articolo su UNAPAROLAALGIORNO.IT, che analizza proprio “Forfait” e finalmente ho trovato un riferimento argomentato al collegamento con “crimine”:

Voce francese col significato di ‘crimine’, ma anche di ‘contratto a prezzo fisso’, composta fa fors ‘fuori’ e fait ‘fatto’. […]

L’articolo spiega che in senso sportivo il collegamento con “crimine” è da intendersi più come “penalità”: in una competizione, si dava “forfait”, perché impossibilitati nel proseguire, a causa di un “torto/fallo” subito.

In senso economico, invece, pare che il collegamento sia più etimologico: “forfait” sarebbe la risultante della composizione di due termini latini, che insieme significherebbero “Affare Fatto”. Si ipotizza che il collegamento con “crimine” sia dovuto al fatto che, in antichità, questo tipo di contratti “forfettari” fossero spesso conclusi in ambiti poco raccomandabili. Mi vengono, ad esempio, in mente l’usura o lo sfruttamento della prostituzione.

OK, ora sappiamo per certo che il fuoco esista, vediamo il fumo, sentiamo il calore, ma non ancora le fiamme: andiamo avanti!

Alla fine, dopo aver attraversato la giungla della SERP di Google, che oltre la quinta pagina comincia a diventare poco amichevole, dato che non è abituata a vedere gente, sono arrivato a qualcosa di davvero interessante: un libro, il “VOCABOLARIO ETIMOLOGICO COMPARATIVO – Aree semantiche e percorso omologistico nella lingua italiana” di Ferruccio Gemmellaro.

Chi lo avrebbe mai detto eh? I libri possono aiutarci nelle ricerche!

A pagina 1052, finalmente, ecco l’incendio!

Il francese FORFAIT (e il corrispettivo inglese forfeit) derivano entrambi da un’evoluzione/composizione di parole latine, come già abbiamo potuto appurare, ma Gemellaro ci svela il trucco:

La radice semantica è “Furari” (rubare) e quindi “Fur” (ladro), che nel corso del tempo e della commistione di lingue arriva a mischiarsi con altri termini e a diventare non solo “forfait”, ma anche, ad esempio, gli italiani “furfante, furfantino, furfanteggiare, etc.”

Piccola curiosità: da “fur” deriva anche “foruncolo”, ossia “piccolo ladro”… Fantastico!

Abbiamo, finalmente, il quadro completo del perché “forfait” voglia dire anche “crimine” e da dove derivi.

A questo punto, possiamo ragionare sul SE “rinunciare” possa essere “un crimine”, anzi poniamoci di nuovo la domanda esplicitamente.

LA RINUNCIA È UN CRIMINE?

Accantoniamo per un attimo il significato economico, attenendoci al solo ambito sportivo: abbiamo capito che, in origine, l’espressione “dare forfait” era utilizzata per indicare l’abbandono di una disputa agonistica, a causa di una scorrettezza dell’avversario.

Per fare un esempio: un calciatore che abbandona il campo in barella, a causa di un fallo subito.

In questo senso, la rinuncia è sì un crimine (in senso lato), ma “dell’altro”!

Questo apre tutto un nuovo scenario, al quale non avevo mai pensato: chi legge questo blog da un po’ di tempo sa bene che per me “la rinuncia” non è per niente un crimine, ma anzi spesso una necessità!

Come la mettiamo, invece, quando questa rinuncia è obbligata da scelte, affermazioni, parole, opere o missioni altrui?

La propria rinuncia può essere una responsabilità altrui? Mi convince? Non lo so ancora!

Ci sono troppe variabili da calcolare, non si può dare una sentenza netta e definitiva!

Sempre usando l’esempio del calciatore infortunato, dobbiamo fatci delle domande: il fallo dell’avversario fosse stato intenzionale? Si tratta di simulazione? Si sta abbandonando il campo per qualche minuto o definitivamente?

Potrebbe anche esserci la possibilità che i due contendenti si siano messi d’accordo, magari per racimolare qualche soldo, con le scommesse clandestine: in questo senso, ritroviamo anche il significato economico del “mettersi d’accordo”.

Cambiando esempio e sport: due pugili si mettono d’accordo sull’esito di un incontro, per potersi poi dividere i proventi delle scommesse illecite.

Qui ritroviamo tutte le definizioni finora citate!

Possiamo, allora, anche spingerci verso la conclusione che la rinuncia può essere un crimine, ma solo se si ha l’intenzione di commetterlo!

Il calciatore che commette fallo, senza dubbio, causa la rinuncia dell’avversario, ma è “criminale” sono se ha l’intenzione di farlo!

Il pugile, che si fa mettere KO di proposito, rinuncia alla vittoria, ma le sue intenzioni non sono MAI state quelle di vincere.

L’esercito che si ritira, perché chiaramente in minoranza, dopo aver tentato una difesa disperata, non è paragonabile al disertore che abbandona i propri commilitoni.

Due persone che si accordano su una “tariffa forfettaria” non sono paragonabili al tassista che ti spara 50€ “senza tassametro”, per una tratta che con il tassametro ti sarebbe costata la metà.

La rinuncia, che finalmente possiamo chiamare con il suo vero nome di “sconfitta”, credo sia una colpa SOLO SE non si ha combattuto.

Se, invece, si partecipa al confronto, con onore e coraggio, non ci sono colpe o disonori, che si tratti di un incontro di boxe, di una partita di calcio, di una battaglia o di una trattativa economica.

Il silenzio sulla violenza del proprio vicino sulla moglie, per paura delle ripercussioni, sì, è una rinuncia colposa! Il silenzio sulla fuga di quella moglie, nel cuore della notte, per andare a denunciare quel marito violento, no, non è una colpa, anzi è un merito!

Come sempre, quindi, quello che facciamo cambia il suo significato a seconda di COME lo facciamo: torniamo sempre lì!

Finalmente, possiamo rispondere alla domanda iniziale: rinunciare è una colpa? NO, non necessariamente!

La sconfitta non è una colpa, ma rinunciare alla battaglia, senza un valido motivo, lo è di certo!

Sono rassicurato: non sono un criminale! Le mie piccole e grandi battaglie le ho sempre combattute, anche sapendo che erano perse in partenza. Questa, però, non è colpa, al massimo incoscienza!

Voglio concludere con una citazione, una frase estratta da “L’ultima risposta” dei Subsonica:

La sconfitta è un’eleganza, per l’ipocrisia di chi si arrende in partenza!


Photo de cottonbro provenant de Pexels

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