La triste storia del Plettro risorto

Qualche giorno fa ho scritto della mia prima chitarra e delle storie che ha da raccontare, ma ho tralasciato quella più importante.

Non ho proprio “dimenticato” di raccontarla, ci sono più passato sopra, perché è una storia triste, perché non mi andava, perché solo recentemente ho trovato la forza di parlarne davvero e perché volevo dedicarle un pezzo a parte.

Ora credo che sia arrivato il momento di raccontarla, almeno ne sento il bisogno.

La storia che sto per raccontarvi si intitola “Il Plettro risorto” e narra di una grande amicizia, di Musica e di un piccolo miracolo.

Il plettro del titolo esiste realmente, lo vedete nella foto di copertina, letteralmente avvitato alla chitarra dell’altro articolo.

Per trovare quella foto, non avendo possibilità adesso di scattarne un’altra, ho dovuto ripassare in rassegna tutta la galleria del mio telefonino, cosa che non amo fare, specie in questo periodo. Vi prego di apprezzare questo mio immane sforzo emotivo. Del resto, se e la pazienza fosse massa muscolare, io sarei campione mondiale di Body Building.

La storia di questo plettro comincia in una tarda serata di ormai troppi anni fa, quando il telefono di casa squillò e dall’altra parte la voce di una mia cugina ci avvisava della scomparsa di un altro mio cugino.

Non mi va di dire il nome di questo cugino, lo chiamerò, quindi, con il soprannome che gli avevo dato: “Barbara” (io ero per lui “Doroty”, non approfondiamone le ragioni).

Ricordo bene la faccia di mia madre, l’espressione che cambiava e quell’unica parola, quel nome, pronunciata con voce spezzata, che mi fece capire istantaneamente cosa era successo.

Lui, per me, non era solo un parente, ma un amico, anzi quasi un fratello. Alcuni tra i ricordi più felici della mia vita sono insieme a lui, ancora oggi parlarne mi genera emozioni contrastanti, tra malinconia, nostalgia, gioia, rabbia e disperazione.

Insomma, voi li conoscete due cugini o due amici che, per passare il tempo, ricostruiscono e fanno suonare un vecchio pianoforte, caduto da un camion e spaccato a metà? Io, a parte me e “Barbara” non ne conosco!

Mi manca “Barbara”, su questo non c’è dubbio. Ho già scritto di lui altre volte o meglio ho scritto A LUI (“Ho sogni più arroganti”, Agosto 2019).

Il Plettro di cui vi parlo, quello in foto, era suo. Nel casino e nel dolore, avevano dimenticato di metterlo “dentro” ed a quel punto non era più possibile. Quando ce ne rendemmo conto, corsi nella sua stanza a cercarlo. Io sapevo bene quale fosse il suo plettro preferito e dove trovarlo.

Volevo infilarlo sotto la croce, ma non ci andava, era troppo spesso. Decisi, allora, di tenerlo con me e di dare a lui uno dei miei, più sottili, che ho sempre nel portafogli.

Il Plettro di “Barbara”, quindi, rimase con me, gelosamente custodito nel portamonete, per anni.

Una sera, dopo un concerto a Napoli, dimenticai il portafogli, con il Plettro all’interno, sul bancone di un autogrill, dove ci eravamo fermati per la colazione.

Quando me ne resi conto, il giorno dopo, feci di tutto per recuperare il portafogli e vi assicuro che poco importavano soldi, carte e documenti: a me interessava il Plettro.

Ci fu poco da fare, OVVIAMENTE il personale dell’autogrill non lo aveva trovato ed io mi rassegnai al fatto di aver perso, da perfetto idiota, il mio ultimo ricordo di “Barbara”.

Passò qualche mese, fino ad una normalissima serata tra amici. Io estrassi il portafogli (uno di riserva) dalla tasca e mi cadde, aprendosi sul pavimento e lasciando fuoriuscire il contenuto.

Avrei la curiosità di intervistare i presenti, perché io vi giuro che vidi un fantasma: il Plettro, che avevo perso mesi prima, ora era lì, sul pavimento dell’osteria.

Non ne parlai per giorni, avevo seriamente paura che mi prendessero per pazzo e soprattutto non avevo la minima di dea di cosa dire.

“Il plettro che ho perso mentre fotografavo una sfogliatella a Napoli, è ricomparso, per miracolo, mentre cercavo di pagare una pizza a Salerno” non era proprio una frase che mi sarei aspettato di dover dire, nella mia vita, ma era così. In più, vi assicuro che era in perfetto stile “Barbara”.

Alla fine, dopo qualche giorno, trovai il coraggio di confessare a mia madre cosa mi era accaduto. Sinceramente mi sarei aspettato di tutto, una qualsiasi reazione, dalle lacrime alle risate, tranne quella che ebbe.

La frasi di mia madre fu lapidaria: “Si’ proprio ‘nu strunz!”, che in napoletano vuol dire “Sei proprio uno sciocco” (A “Barbara” piaceva tanto Tony Tammaro – “U Stunzu”).

La spiegazione al “miracolo” era molto più semplice ed assai meno poetica di quanto si possa pensare.

Pochi giorni prima di quella telefonata maledetta, a causa della mia imbranataggine, il portafogli “ufficiale”, quello che poi persi a Napoli, mi era caduto nel cesso ed io lo avevo sostituito con quello di riserva, nel quale avevo riposto il Plettro.

Tornato a casa, dopo una settimana (“Barbara” abitava in un’altra regione e ci ero rimasto qualche giorno), avevo sostituito nuovamente il portafogli, senza però spostare il Plettro.

Quell’oggetto non era mai stato con me, per tutti quegli anni era rimasto al sicuro, in casa mia, in un cassetto.

Ecco perché, adesso, è inchiodato alla chitarra: per non perderlo. In più, “Barbara” adorava quella chitarra.

Questa storia non è un semplice racconto, ma la spiegazione di qualcosa che avviene spesso, su questo blog: la frase “se il mondo finisse domani”, che io ripeto, ossessivamente, in pratica ogni tre/quattro articoli.

Tutto nasce dal fatto che io e “Barbara”, quando lui morì, non ci parlavamo: avevamo litigato tempo prima, io convinto delle mie ragioni e lui delle sue.

Non ho mai avuto occasione di suonare un’altra canzone con lui, di ubriacarci o di importunare (educatamente) qualche bella ragazza, in giro per locali.

Il mondo, in qualche modo, per noi era finito: era finito IL NOSTRO mondo insieme ed io, mentre implodeva, ero girato dall’altra parte.

Non mi aspettavo quella telefonata, continuavo a rimandare, di giorno in giorno, il momento in cui lo avrei chiamato, per chiarirci e per recuperare la nostra eccezionale occasione di viverci davvero.

Ho rimandato un istante di troppo, concentrato più sulle piccole divisioni, che sui grandi legami.

Quando guardo quel Plettro, crocifisso alla chitarra, mi ricordo di quanto sono stato stupido, orgoglioso ed incosciente: ho perso mio fratello e non ho potuto neanche salutarlo.

Da quel giorno sono letteralmente terrorizzato dal rimpianto, perché SO BENE che è un odore che non ti togli più dai vestiti.

Io non so dove sia “Barbara” adesso, ma spero che, un giorno, potremmo riscambiarci i plettri.

La “nostra” canzone

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