Logos – Capitolo 2 – “La discarica di Efesto”

Efesto era l’ingegnere degli dei, secondo i miti greci, nel mio caso era colui che clonava i pacchetti di parole e li riproduceva per la vendita: non conosco il suo vero nome e neanche lui il mio, ma era l’unica persona con la quale potevo dilungarmi a parlare, dato che nessuno dei due conosceva qualcun altro che non doveva preoccuparsi di contare le parole.

Il mio pusher è molto più giovane di me, magrissimo ed altissimo, con una leggerissima balbuzie che fa sorridere, pensando al suo lavoro, ma che scompare immediatamente non appena comincia a parlare di qualcosa che ritiene interessante: fortunatamente per lui, sono molte le cose che gli interessano.

Guardandolo in viso, una leggerissima e lanuginosa barba lo fa sembrare ancora più piccolo, ma chiudendo gli occhi, mentre parla, dimenticheresti che si tratta quasi di un ragazzino, se non fosse per la voce, che lo tradisce.

Efesto vive in una discarica, appena fuori dall’agglomerato urbano, una di quelle dove finiscono le cose che la gente potrebbe ancora usare, ma che butta via per evitare inutili nostalgie, dato che non ne saranno prodotte di nuove: all’entrata ci sono colonne altissime di dischi, libri, vecchie riviste e giornali, che messi insieme formano una parete unica, piena di colori e ricami, un mosaico di memorie destinate a perdersi.

“La fucina”, come lui chiama il baraccone che gli fa da casa, è costruita mettendo insieme vecchie radio, alcune delle quali credo ancora inutilmente funzionanti: anche accendendole, in fondo, resterebbero mute.

Il giorno in cui incontrai Aurora stavo andando proprio lì, per fare “il carico”.

Efesto vive con un gatto grassissimo di nome “Gatto”, tutto bianco, ma con una macchia grigia sul culo, a forma di cuore. Una donna chiamata Marilù gli fa da assistente, anche se non ho capito se sia la sua compagna o meno. Lei ha la fortuna più inestimabile di questi tempi: è muta, non dalla nascita, per quel che so, ma da quanto basta per non doversi preoccupare del virus.

Marilù è una donna semplice, dai lineamenti delicati e un bel corpo dalle proporzioni impeccabili: mentre si muove tra gli scaffali, per recuperare gli aggeggi di Efesto, sembra danzare ed io starei a guardarla per ore, mi rilassa. Ha un’espressione perennemente malinconica, proprio per questo il suo sorriso è contagioso: socchiude i grandi occhi marroni, arriccia le gote, alza leggermente le spalle, portandosi le mani al petto, rivolge il viso verso l’alto e ti illumina per qualche istante.

Una volta, in uno di quei giorni di Settembre a cavallo tra il sole dell’estate e le nuvole dell’autunno, eravamo all’esterno, mentre Efesto cercava tra i rifiuti qualcosa per riparare uno dei suoi macchinari. Tra le montagne di cianfrusaglie, un piccolo stormo di uccelli neri era, probabilmente, a caccia di qualche preda urbana. Marilù se ne stava ferma, immobile al centro del piccolo piazzale antistante la fucina, guardando gli uccelli che volavano disordinati: all’improvviso, come una bambina sorpresa dalla smorfia di un adulto, scoppiò in una grande e lunga risata, muta come la disperazione, ma luminosa come la speranza. Continuò a ridere, voltandosi di tanto in tanto a guardare me ed Efesto, che non riuscì a nascondermi gli occhi lucidi: le voleva bene, era evidente.

Normalmente, invece, il sorriso di Marilù, durava sempre troppo poco per godertelo davvero. Ogni volta sembrava come se ad un tratto le tornasse in mente una memoria o un pensiero, quindi ritornava composta, richiamava all’ordine il ciuffo di capelli neri che le era scivolato sul viso e riprendeva a fare quello che stava facendo, come se essere felici, anche solo per un istante, fosse stata una colpa, un lusso che non poteva, non doveva o non voleva concedersi.

Quel giorno fu proprio Marilù ad accogliermi, all’ingresso della fucina, dove stava fumando, guardando i soliti uccelli, che nel corso del tempo erano diventati i suoi nuovi amici.

Quando mi vide gettò la sigaretta e accennò ad entrare, poi si bloccò, si voltò e mi si avvicinò a pochi centimetri dal volto, guardandomi negli occhi, come una madre farebbe col figlio colpevole di qualcosa che sospetta, ma non conosce; Marilù sorrise, mi regalò una carezza ed oggi so cosa lesse nel mio sguardo, ma in quel momento lei lo aveva capito prima di me.

All’interno, Efesto stava smanettando con un nuovo dispositivo, per il quale era molto emozionato e che ci tenne ad illustrarmi nei dettagli: io non capii nulla ed alla fine, rassegnato, mi disse solo che quell’ammasso di cavi e lucine avrebbe cambiato tutto il nostro business ed io me lo feci bastare.

Non perdemmo tempo, avviammo subito il caricamento dei nuovi pacchetti sul mio drive e nell’attesa del trasferimento riprendemmo la nostra decennale ed interminabile partita a scacchi.

Marilù ci guardava sempre giocare, divertita e rassegnata al fatto che fosse l’unica dei tre davvero interessata alla partita: per me ed Efesto era più una scusa per approfittare dell’altro e parlare un po’. Questa volta, invece, la donna non non osservò la scacchiera, giocando anche al posto nostro, ma si fisso su di me, con l’espressione ruffiana di chi sa qualcosa.

Anche Efesto si accorse dell’atteggiamento indagatore della sua assistente e, mentre io tentavo di non farci caso, lui interruppe il gioco è ne chiese a me il perché: io risposi che avrebbe dovuto chiederlo a lei, senza convincerlo.

Tra Marilù ed il pusher non c’era bisogno di troppe spiegazioni, si capivano al volo, gli bastava sguardo e stavolta l’intesa era stata sul fatto che io avevo qualcosa da raccontare.

L’unica novità nella mia vita era stata Aurora, ma non potevo credere che si trattasse proprio di quello, fin quando Marilù non indicò i miei occhi ed Efesto tradusse “hai q-qualcosa d-di diverso, n-negli occhi“, poi la donna indicò se stessa e l’esterno ed il mio avversario mi chiese se avevo incontrato una donna.

Io Ignoravo cosa avrei potuto rispondere, Marilù non parlava, ma vedeva e sentiva cose che nessun altro avrebbe potuto: risposi semplicemente di sì, lei sorrise, acconsentì con un cenno della testa e poi mosse la torre, Efesto tradusse “lo ss-sapeva, ss-scacco matto”.

Marilù aveva, senza utilizzare le parole, reso la mia solitudine consapevole di se stessa, oltre che messo fine alla partita a scacchi: entrambe erano, cocciutamente, vecchie di troppi anni: in quel momento nessuno dei tre poteva saperlo, ma più di una vita era stata cambiata, in qualche caso distrutta.

Raccontai dell’incontro con Aurora ad una donna incantata ed ad un uomo annoiato, senza aggiungere o togliere nulla, elencai loro solo i fatti: le mie mani tremanti narrarono quello che le parole non riuscirono a descrivere.

Quando terminai il mio racconto, mi resi conto di non aver mai manifestato le mie emozioni ad anima viva da quando ero ragazzino, prima del virus, prima di diventare l’Arcangelo della parole.

Guardai Efesto in volto e riconobbi l’espressione che mia aveva a spinto a diventare un fantasma tra la gente. Sentii e ricordai, tutto in una volta, il peso dello sguardo gelido e traditore di chi non crede, non si capacita, non ritiene possibile che un’emozione del genere possa nascere e maturare, in così poco tempo.

Marilù, invece, mi credeva, era chiaro: non mi compativa, non mi derideva, non sminuiva, lei credeva e basta, sapeva che era possibile ed io capii che lo aveva vissuto, ripromettendomi di scoprire di più, non appena la gogna emozionale di Efesto fosse stata lontana da noi.

Raccontare del mio incontro, tuttavia, ebbe un risvolto inaspettato: lo raccontai anche a me stesso. Parlando, ricostruendo, sintetizzando la mia esperienza, riuscii anche a capirla e giurai a me stesso che avrei cercato Aurora, l’avrei trovata ed avrei svelato cosa mi aveva fatto e come ci era riuscita.

L’upload dei pacchetti, intanto, era finito ed io non avevo altre ragioni per restare; di solito cercavo sempre una scusa per trattenermi ancora qualche minuto, ma stavolta sentii il bisogno di fuggire, pensando solo alle mie mura, a nascondermi da Efesto, da Marilù e dai miei pensieri, che mi spaventavano e che speravo non mi avrebbero seguito.

Ormai il sole stava per calare, lasciando il posto ad una sera sì fredda, ma non tanto da farmi congelare: perché io allora tremavo? Sentivo gelidi brividi lungo la schiena, come se avessi appena sudato ed il vento mi stesse asciugando lentamente; avevo il fiato corto, a tratti ebbi l’impressione di soffocare, mentre il cuore aumentava i battiti e cercava di risalire il mio petto, come se volesse uscirmi dalla gola.

Non ero ancora troppo distante dalla fucina, quando mi sentii crollare, abbandonato alla gravità dalle gambe in resa, atterrando sui palmi delle mani che, per l’attrito con l’asfalto, bruciarono i primi strati di pelle e divennero l’unica parte calda del mio corpo.

Forse atterrai di testa e svenni, perché il mio ultimo ricordo fu il mondo che girava vorticosamente, svanendo poi in una nuvola di vapore, prima di diventare solo buio e distacco.

Mi risvegliai in un letto sconosciuto, in una stanza semivuota e grigia come la tristezza: un orologio al muro mi rivelava che erano passate alcune ore.

C’era un odore acido e dei fili erano tirati da una parete all’altra, anneriti in prossimità dei punti nei quali erano appese piccole mollette di legno.

Non c’erano finestre, non un armadio, un quadro, un tappeto: c’erano solo il mio letto di ferro, con un materasso scomodo come un parto, un lavandino ed un tavolino sbilenco con una sedia, sulla quale era appoggiato il mio cappotto; tutto era scarsamente illuminato una lampadina fioca e dalla luce rossa, semplicemente allacciata all’impianto, con del nastro di fortuna, accanto ad una seconda, spenta e dal vetro più chiaro.

Sul tavolino erano appoggiate alcune piccole taniche e delle vaschette di metallo, ordinatamente impilate una dentro l’altra.

Chi e perché mi aveva portato lì erano, ovviamente, ancora un mistero, ma mi aveva medicato i palmi delle mani e tolto le scarpe, riponendole ordinatamente accanto al letto.

Cercai di alzarmi, mettendomi a sedere sul letto cigolante, ma la testa sembrava ancora stesse per cadermi dal collo e quasi mi trascinò di nuovo per terra; passò qualche minuto, prima che riuscissi davvero a mettermi in piedi e ne passarono altrettanti prima che riuscissi a muovere qualche passo, per avvicinarmi alla porta e sbirciare fuori dalla stanza.

Notai che le gambe del letto poggiavano al termine di lunghi solchi nello sporco della moquette e capii che era stato messo lì apposta per me, quel giorno stesso.

Uscii in un corridoio lungo, con le pareti marce e dall’intonaco ingrigito e cadente, senza altre porte, se non quella della stanza in cui mi trovavo ed un’altra, all’altra estremità. lo percorsi lentamente, appoggiandomi al muro per non perdere l’equilibrio: prima di aprire l’altra porta aspettai qualche secondo, cercando di captare un suono che mi preannunciasse cosa ci fosse dall’altra parte, ma non sentii nulla.

Presi coraggio e mi ritrovai in grande ambiente unico, pieno di finestre opacizzate dallo sporco e dal tempo, arredato con mobilio di seconda o terza mano: sembrava che il proprietario avesse raccattato tutto per strada. Tra le tante cianfrusaglie mi colpì la grande quantità di libri, che erano ovunque, ammassati in pile e cumuli ed a volte utilizzati come piani di appoggio: non avevo mai visto tanti libri insieme, neanche prima del virus, se no nnella discarica di Efesto.

Alle pareti c’erano quadri, locandine di vecchi film e di concerti, ma soprattutto fotografie: mi sembrò di viaggiare nella vita di qualcuno, capendo che chi le aveva scattate era anche chi mi aveva portato lì.

Sembrava che il fotografo avesse viaggiato molto, le foto erano state scattate in tanti luoghi diversi, in giro per il mondo: non ritraevano mai le stesse persone, il fotografo era solo, da tanto tempo ormai.

Capii che era un uomo, dai vestiti adagiati su un cumulo di libri, vecchi e logori come le pareti, ma ordinati e ripiegati in modo impeccabile, esattamente come le vaschette di metallo, nella stanza in cui mi ero svegliato.

L’architettura della sala lasciava intendere si trattasse di un vecchio edificio industriale e ne ebbi la conferma affacciandomi ad una delle finestre: ero nella vecchia tipografia abbandonata, poco lontano dalla discarica di Efesto; tra gli altri odori si sentiva ancora la puzza di solventi e di inchiostro, che aveva impregnato le pareti per decenni, prima che la gente smettesse di scrivere e quindi di leggere.

Avrei potuto aspettare che qualcuno si presentasse, ma il mio istinto di sopravvivenza ebbe il sopravvento e decisi di scappare, senza perdere altro tempo a fare il turista tra la roba altrui.

Per conoscere l’identità di chi mi aveva soccorso, del resto, avrei potuto semplicemente tornare un altro giorno, appostandomi da qualche parte e spiando chi entrava ed usciva dall’edificio: non c’era ragione di attenderne il ritorno, se non una buona educazione che decisi di ignorare.

Ormai si era fatto buio ed avevo ancora molta strada da fare a piedi, oltre l’orario di servizio dei mezzi pubblici e con le energie che ancora stentavano a tornare, ma camminare mi aveva fatto sempre bene, quando avevo avuto bisogno di riordinare idee ed intenzioni.

Per metà della mia vita avevo vissuto fuori dalla società, senza stringere alcun legame e senza conoscere persone, oltre i miei clienti ed il rapporto di comodo con Efesto e Marilù. Ora, invece, in meno di ventiquattro ore, avevo due sconosciuti da ritrovare e da interrogare, due persone che avevano fatto irruzione nella mia esistenza, senza chiedere permesso o ricompense, anche se con effetti diversi.

Quando arrivai in città, la notte stava già mostrandone il volto più silenzioso, senza neanche più i rumori quotidiani dello scorrere delle vite. Nel fitto intreccio di luci, si sentivano solo poche auto sfrecciare a velocità più sostenute, una sirena in lontananza e le sonorità ammaliatrici delle slot dei club notturni, dove le persone andavano a buttare i loro logos in cerca di parole facili e dove la commissione permetteva ancora la vendita di alcol.

Avevo scelto di vivere in centro, convinto che nascondersi in piena vista fosse l’opzione migliore per chi opera nel mio campo. Niente mi aveva smentito ancora, inoltre potevo permettermelo e qualche investimento mirato mi aveva assicurato una buona immagine di copertura, oltre che ulteriori introiti economici. Avevo affidato tutta la parte “legale” della mia economia ad una donna indiana chiamata Kerala, come lo stato da cui proveniva la sua famiglia; in realtà la mia contabile non aveva nulla di indiano, oltre il nome e gli occhi, grandi, neri e curiosi come quelli di un gatto in una nuova casa.

Il mio appartamento e lo studio dove lavoravo, ovviamente, non si trovavano nello stesso edificio, anche se non troppo lontani l’uno dall’altro: il primo era intestato ad una delle mie società di comodo, il secondo ad un prestanome di cui non conosco l’identità, scelto da Kerala tra i suoi “sacrificabili”.

Rincasando, quella notte subii tutto il peso delle comodità della mia casa e per la prima volta mi fermai a godere del panorama lumnoso della città che si addormentava ai miei piedi, pensando ad Efesto e Marilù, rifugiati in una discarica, al mio salvatore sconosciuto, che aveva eletto a dimora un rudere dimenticato, oltre che ad Aurora, che non risparmiava parole per presentrasi agli sconosciuti.

Io ero il beneficiario senza troppi meriti dei sacrifici non solo dei miei soci, ma di tutta la società moderna, dei cui mali avevo fatto un business, senza troppi sforzi. La mia unica capacità, in fondo, era di essere un buon trafficante, vendendo a terzi una merce che non avevo fabbricato e che non mi apparteneva: ero solo un mediatore, con un’alta percentuale di guadagno.

Non era ancora giunto il momento in cui avrei sferrato il mio attacco al sistema, ma la vocina sovversiva del rimpianto stava già sussurando al mio orecchio e presto sarebbe diventata un tormento ossessivo.

La città sembrava urlare pietà, chiedere aiuto proprio a me ed io feci l’unica cosa che sapevo fare bene: la ignorai, chiudendomi tra le mura sicure della mia neutrale indifferenza, nella quale, però, si era aperta una crepa che si ingrandiva lenta, ma inesorabile.

 

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