Logos – Capitolo 1 – “Il mondo fa silenzio”

I miei clienti sono quasi tutti persone normali, gente di ogni estrazione e ceto: tutti vengono da me ad acquistare le parole che, altrimenti, gli costerebbero un occhio della testa.

Vendo le parole in pacchetti, esattamente come fa lo store ufficiale, utilizzo perfino lo stesso chip di inoculazione e nessuno si è mai lamentato: la qualità della mia merce è la più alta in circolazione, neanche gli scanner degli agenti della Commissione riescono a distinguerla dall’originale ed è per questo che sono il più richiesto, ma anche il più ricercato.

Il medico di frontiera viene da me per pacchetti a tema scientifico, il musicista di strada per i nomi delle note, la puttana freelance per le parolacce, lo studente spiantato per la prossima interrogazione. Tutti i miei clienti sono fedeli e riservati, diversi tra loro, ma con un’unica caratteristica in comune: sono molto silenziosi, parlano solo lo stretto necessario e c’è da capirli, dato che ogni parola li avvicina di un passo alla morte.

Io, invece, parlo poco non tanto per indole, ma per scelta, anche se potrei tranquillamente produrmi in lunghi discorsi, senza timore di subirne le conseguenze: di parole io ne ho in abbondanza.

Parlo poco per non attirare l’attenzione, perché in una società dove perfino il linguaggio scritto è conduttore di malattia, una parola di troppo è più che sospetta: è incriminante!

Ogni tanto qualcuno mi chiede uno sconto, per lo più i commercianti, ma io rispondo sempre con la stessa frase: “il silenzio è d’oro, non sprecarlo per qualcosa che non puoi ottenere.”

So che vorrebbero sapere dove mi rifornisco, ma sanno bene che i miei canali sono riservati ed esclusivi, inoltre saperlo sarebbe inutile: il mio fornitore lavora solo per me e gli conviene, perché lo faccio lavorare tanto, pago bene e soprattutto subito.

 

In strada si sentono i normali rumori della città: auto, autobus, clacson, i passi delle persone, un aeroplano che sorvola i grattacieli, ma di gente che parla c’è notevole scarsità.

Gli esseri umani hanno imparato a comunicare a gesti, qualcuno azzarda qualche suono, un mugolio o un sussurro. Perfino i bambini sembrano piangere con parsimonia e i genitori non attendono più la prima parola dei loro figli, ma cercano in tutti i modi di rimandare quel momento il più a lungo possibile.

Alcuni mestieri stanno sparendo: i cantanti sono in via d’estinzione, la musica è quasi tutta strumentale ormai; gli attori hanno dovuto cambiare il loro modo di recitare, recuperando la mimica ed il cinema muto sta tornando, prepotentemente, nelle sale di tutto il mondo; nessuno sogna più di diventare uno scrittore o un giornalista.

I libri, i film e i dischi del passato, ovviamente, continuano ad esistere, ma non esistendo nuove produzioni, le industrie che li supportavano stanno chiudendo, riducendoli ad esperienze da museo: non c’è futuro senza passato, ma fidatevi, è vero anche il contrario!

I pubblicitari hanno imparato a limitarsi a pochi concetti, spesso espressi in forma grafica, fuori dai supermercati si legge “cibo”, le agenzie immobiliari espongono “case”, i concessionari scrivono cartelli con la sola parola “automobili”.

Non essendo più abituati a leggere, perché non c’è più chi scrive, gli esseri umani stanno vivendo un’era di neo-analfabetismo, soprattutto tra le nuove generazioni.

In tutto questo c’è anche del positivo, anche se dal retrogusto amaro: le coppiette, ad esempio, passano molto più tempo a fare sesso e molto meno a litigare; questa romantica parentesi ha, tuttavia, la controindicazione di comportare un eccessivo aumento della popolazione, cosa che ha spinto la Commissione ad applicare un rigido controllo delle nascite. Le farmacie espongono i cartelli “preservativi”.

Altro aspetto positivo del silenzio forzato è l’avvicinamento della società a sport prima considerati minori, dimostrando che molto dell’interesse per quelli prima considerati “di moda” era dovuto alla telecronaca ed ai cori da stadio: tolte queste due cose, gli stadi e gli autodromi si svuotarono rapidamente, mentre si registrò un picco nelle vendite di scacchiere e tavoli da biliardo.

Fa un certo effetto passare la domenica pomeriggio nei pressi del vecchio stadio e sentire musica sinfonica mescolarsi al frusciare del vento d’autunno, tra le foglie degli alberi del grande viale che lo circonda, sapendolo provenire da dove prima si sentivano solo le urla confuse e sgraziate dei tifosi: personalmente non me ne lamento affatto.

Anche alcune tecnologie stanno scomparendo o semplicemente vengono adattate ai nuovi stili di vita: telefono, televisione, computer e smartphone sono tutti oggetti di cui si sta perdendo la memoria. C’è stato chi ha provato a rispolverare telegrafo e vecchio codice Morse, ma il cervello umano non fa distinzione tra le varie forme del messaggio, tra i mezzi di diffusione ed alla fine si scoprì che una parola od un “Beep” erano la stessa cosa.

Ogni tanto, ad un angolo di strada o al centro di una piazza, vedo un mio cliente, un uomo sulla cinquantina, malconcio ed ingobbito, che si fa chiamare Orazio e che mi ha sempre incuriosito, perché è l’unico a non chiedermi parole a tema: lui compra di tutto, mi chiede cosa ho da svendergli e prende quello, poi va in strada e comincia a parlare.

Indossa sempre un vecchio eskimo logoro di battaglie mai vinte, sfilacciato alle estremità delle maniche e del bavero, con un alone scuro nella parte bassa, che mi ha sempre dato l’idea di essere sangue.

Orazio urla parole a caso e la gente si ferma ad ascoltarlo, divertita ed incuriosita, trasferendogli qualche credito in cambio di quel momento così insolito e speciale: lui prende i crediti, viene da me e tutto ricomincia.

Una volta gli chiesi perché facesse tutto questo, lui mi diede una risposta che non capii, ma che non approfondii, perché non chiedo ad un pazzo la ragione della sua pazzia, almeno non due volte di seguito: “La montagna chiede spesso al mare cosa lo agita, ed il mare risponde sempre che è il vento a farlo, ma la montagna non gli crede mai”, mi disse.

Orazio parla molto, è l’ultimo dei logorroici e questa caratteristica gli costa tantissimo, per permettersi il suo vizio ha rinunciato a tutto: non conosce famiglia, non ha una dimora fissa, non mangia regolarmente.

Osservandolo bene, tuttavia, si intuisce che si tratta di una copertura: lui il silenzio ce l’ha negli occhi, che se si dice siano lo “specchio dell’anima”, in quell’uomo restano solo un cancello ben chiuso.

Lo confesso, a volte, quando ho pacchetti invenduti da troppo tempo, li conservo per lui e glie li regalo: è il mio modo di sentirmi buono e poi mi diverte vederlo in piedi su una panchina ad urlare alla folla formule e teoremi di matematica avanzata o le istruzioni per il montaggio di un mobile da giardino fuori produzione.

Non mi costa nulla, i pacchetti clonati non possono andare online troppo tempo dopo la data di creazione: il sistema rileverebbe l’anomalia e gli agenti si presenterebbero alla porta del mio cliente, che potrebbe portarli a me; Orazio è il mio tritacarte umano.

Non tutti, ovviamente, hanno problemi di parole, una piccola fetta della popolazione, come è sempre stato e come sempre sarà, possiede un’inesauribile scorta di Logos, che utilizza per fare ciò che vuole, come vuole e quando vuole; questa ristretta cerchia controlla il mondo, decidendo le sorti di tutta la società e vivendo rinchiusa in gabbie dorate.

I padroni del mondo, paradossalmente, sprecano le proprie parole parlando del nulla o addirittura non parlando affatto, presi come sono nei loro affari e nello gestire le proprie faccende. Potrebbero tenere conferenze ed invece fanno la manicure, isolati nei loro colpevoli silenzi, per paura che qualcuno gli rubi le parole.

Loro sono muti fantasmi tra le mura di una casa scricchiolante: sai che ci sono, influenzano i tuoi stati d’animo e la tua vita sociale, li senti muoversi accanto a te, ma non li vedi e troppo spesso fai finta che non esistano.

Qualcuno dell’élite è stato anche mio cliente, non perché ne abbia avuto bisogno, ma per acquistare parole vietate, quelle da consumarsi al momento, subito dopo l’inoculazione, prima che il sistema le rilevi.

Esistono due tipi di parole vietate: quelle che posso smerciare e quelle che assolutamente non dovrò mai diffondere.

Le parole che posso vendere sono, tra le altre, alcune parolacce più volgari, termini politici, sovversivi o semplicemente sconvenienti.

I nomi di alcune droghe, ad esempio, sono stati vietati, inutilmente tentando di limitarne il consumo, come se trafficanti e tossici non abbiano mai usato nomi in codice per la loro roba.

Le droghe senza nome sono quelle che stimolano la loquacità ed il sistema non vuole che la gente parli troppo: un popolo muto è un popolo controllabile.

I ricconi comprano le parole vietate per la sola ebrezza di pronunciarle: mi trasferiscono i logos, io le inoculo e loro urlano “cocaina”, oppure “bomba”, altre volte “rivoluzione”, poi si asciugano la bava e vanno via, esaltati e soddisfatti, come se avessero appena avuto un orgasmo e penso che qualche volta sia accaduto davvero.

Una ricca e giovane signora, non troppo tempo fa, cominciò ad ansimare e toccarsi il pube, sul divano del mio rifugio, ripetendo di continuo “aborto”, che oltre ad essere vietato come parola, lo è anche come pratica.

Io la osservai, divertito ed anche un po’ eccitato, infilarsi le mani sotto la gonna e nelle pieghe della camicia, tra i fili penzolanti di perle, mentre il figlio di neanche dieci anni la aspettava nella stanza accanto, disegnando seduto in terra. La osservai per tutto il tempo, prima che lei smettesse di fare da sola e mi si sedesse addosso, continuando a ripetere quella parola mentre mi scopava; non ho mai ben capito se fui pagato per le parole o per la prestazione.

La seconda categoria di parole vietate non crea problemi se inserita nel sistema: i concetti possono rimanere sopiti per anni, senza che nessuno li rilevi, ma nel momento in cui vengono utilizzati creano un tale sovraccarico simpatico, da distruggere le nano macchine che controllano il linguaggio e provocare la morte immediata dell’utente.

Il mio fornitore ha una teoria alternativa sulle ragioni del divieto delle parole “nere”: secondo lui sono così forti che, una volta pronunciate, si diffonderebbero e riprodurrebbero nell’intero sistema, passando autonomamente da individuo a individuo, e creando un cortocircuito che farebbe crollare l’intero sistema.

Io non voglio che il sistema cada, voglio che esista per poterci continuare a lucrare un po’ alla volta, rimanendo nell’ombra.

Passo le mie giornate mantenendo un profilo basso, muovendomi invisibile, senza attirare l’attenzione: ogni giorno uguale a quello prima ed a quello dopo. In questo modo mi mantengo vivo, libero ed operativo. L’arte dell’inesistenza è il mio segreto per il successo.

E’ stato proprio in una giornata qualunque, per strada, che è cominciata la mia seconda vita, quel percorso che mi porterà dall’essere un pirata al diventare il nemico pubblico numero uno.

Mi ero alzato presto, per andare dal mio fornitore a fare il carico di parole; non le trasferiamo tramite rete, non è sicuro perché potrebbero intercettarci.

I pacchetti devono restare offline fin quando non vengono inoculati, a quel punto il codice pirata si completa con quello del cliente e viene assorbito dal sistema: l’importante è non spendere parole tutte in una volta, nessuno lo fa e sarebbe sospetto.

Cominciò tutto con una singola parola: “scusa”, lei mi disse distrattamente, dopo avermi urtato uscendo da un bar ed avermi rovesciato addosso una tazza di caffè bollente.

Non ricordo di aver sentito il bruciore provocato dal liquido rovente sulla mano, feci più caso a cosa aveva appena detto, mentre lei non ci aveva pensato un solo istante: “scusa” era un suono sparito da tempo, un’espressione inutile.

La gente, di solito, chiede perdono con un cenno della testa, con una pacca sulla spalla o allargando le braccia, mai e poi mai spendendo qualche centesimo di Logos.

Mi passò un fazzolettino e stavolta fui io a stupirmi di quello che dissi: “grazie”, era un’altra parola che non si sentiva in giro ed anche io avevo smesso di usarla, per senso d’adattamento, ma stavolta mi venne naturale.

Quella donna era bella, senza superlativi, rafforzativi, o inutili e dispendiose esagerazioni: era semplicemente bella.

Mentre sprecava preziose parole per scusarsi ancora, la osservai meglio, divertito dai simpatici piccoli teschi colorati, disegnati sul maglione violaceo: aveva lunghi capelli neri come un abisso e talmente ricci da crearle una nuvola sulle spalle, sulle quali si adagiavano come il velo di una vestale oscura; gli occhi erano verdi, con delle venature dorate che si estendevano dalla pupilla fino all’estremità dell’iride, in un intreccio vorticoso di giochi di luci ed ombre, leggermente socchiusi, come se stesse scrutando l’orizzonte. Tra gli occhi, le gote ed il naso, apparivano e sparivano piccole e chiare lentiggini, che assumevano disegni diversi a seconda dell’espressione. Le labbra avevano un colore rosa che in natura non non avevo mai visto, in un momento di inestimabile silenzio notai che, quando le teneva chiuse, le si formavano due piccole fossette ai lati della bocca, ed una leggermente più grande tra il labbro inferiore ed il mento.

Il suo silenzio non era costretto, era semplicemente una paziente attesa, un salto sordo tra un pensiero e quello successivo.

E’ stato a quel punto che, ormai rapito dall’evolversi delle mie emozioni, non riuscii più a resisterle e la baciai, dando inizio alla fine di ogni mia certezza passata, presente ed anche futura.

So bene perché lo feci, ricordo esattamente il momento in cui l’impulso partì dalla mia pancia, bypassando il mio senso del conveniente. Non so e non saprò mai, invece, perché quell’impulso partì: accadde e basta, come quei brividi che ti salgono lungo la schiena e ti fanno tremare all’improvviso, senza mai darti la possibilità di evitarlo, qualsiasi cosa tu stia facendo ed ovunque sia.

Lei arretrò solo di qualche millimetro, quanto basta per darmi l’idea che stesse per arrivarmi un meritato ceffone ben piazzato, ma così non fu: lasciò cadere quel che rimaneva del suo caffè, mi strinse le braccia al collo e il mondo tirò un unico, lungo ed indimenticabile sospiro di abbandono.

Intorno a noi non sentii più le auto e gli autobus, i passi della gente scomparvero, i clacson si ammutolirono e l’aeroplano fermò il suo volo sui grattacieli, rimanendo sospeso a mezz’aria: il mondo, per qualche istante, fece davvero silenzio.

L’idillio, però, durò solo qualche istante: non appena lei si distaccò dalle mie labbra, il tempo ricominciò a scorrere anche più velocemente e per la prima volta, dopo anni, risentii il baccano insopportabile prodotto dal genere umano.

La donna raccolse i suoi pensieri e fuggì via, lasciandomi dritto ed inanimato come un palo della luce a mezzogiorno, con il suo sapore in bocca ed una tazza usa e getta spiaccicata sul marciapiedi, in una piccola pozzanghera di caffè.

Mentre correva via si voltò a guardarmi, “Mi chiamo Aurora” urlò ed un bambino che le passava accanto, per lo stupore di sentire una persona gridare per strada, tirò forte il braccio della mamma, che al contrario la guardò scandalizzata; una vecchietta, invece, le sorrise, certamente ricordando i tempi in cui era molto più facile e spensierato dire il proprio nome ad un estraneo.

Aurora sparì nella folla muta della tarda mattinata, per qualche secondo continuai a vederne le scarpe di vernice nera, tra lo zampettare della corrente umana ed un ricciolo ribelle spuntare tra le teste chine delle persone, per poi dileguarsi, danzando, nella routine urbana.

Entrai nel bar, ordinai un caffè indicandolo sul menu, come ero abituato e come il ragazzo alla cassa si aspettava che facessi, pagai e mentre mi passavano la tazza decisi di spendere ancora quella parola, quella rarissima ed inestimabile forma di cortesia, stavolta volontariamente: “Grazie”, dissi al barista, che rimase congelato con la tazza in mano, dalla quale dovetti strappargliela.

Quante parole avrebbero speso i presenti, se solo le avessero avute da buttare, per commentare il mio sperpero.

Io, però, mi sentivo sereno e soddisfatto, uscendo dal locale sorridendo: per una volta, forse per la prima volta in tutta la mia vita, non avevo pensato prima di parlare, io che ero uno dei pochi che poteva ancora permetterselo e che non lo aveva mai fatto, anche prima del virus.

All’esterno la mia attenzione fu attirata dalla tazza in cartone, ancora in terra, al centro della macchia scura creata dal caffè, ormai assorbito dal cemento: cominciai a capire in quel momento che, fino ad allora, nulla mia aveva distinto da quell’élite che tanto disprezzavo.

Per anni, troppi ed inutili, avevo avuto tutte le parole del mondo a mia disposizione e avevo deciso di fare silenzio: non decisi di cambiare, non svoltai la mia vita, ma il seme della mutazione era già dentro di me ed aveva cominciato a germogliare.

Aurora, così si chiamava: Aurora come l’inizio di un giorno, l’inizio di qualcosa di spaventosamente nuovo e meravigliosamente, spaventosamente sconosciuto ed imprevedibile.

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