A Daisy Osakue il “posto vuoto” di Peter Norman.

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La carriera atletica dell’Australiano Peter Norman finì il 16 Ottobre del 1968, a Città del Mexico. Sapete chi è Peter Norman? È l’unico assente nel monumento ritratto dalla foto di anteprima di questo articolo.

Il monumento ritrae un momento preciso, diventato famoso nella storia dellosport e dei diritti umani.

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La storia è quella di un podio, non conta per quale disciplina, ma contano le persone che ci salirono.

Due di loro, Tommie Smith e John Carlos, erano due uomini afro-americani, appartenenti all’Olympic Project for Human Rights, il terzo era proprio Peter Norman, bianco, quasi “ariano” ed australiano.

ATTENZIONE: il mio riferimento al colore, alla razza ed alla nazionalità non è casuale, vi invito a tenerlo bene a mente.

Negli USA, era il periodo più nero delle lotte per i diritti civili e pochi mesi prima, il 4 Aprile, era stato assassinato Martin Luther King.

Tommie Smith e John Carlos salirono sul podio con la testa bassa, i piedi nudi e con il pugno alzato, coperto da un guanto nero. Era il loro modo di manifestare, dichiarando apertamente la loro appartenenza ad un movimento (nella fattispecie le Black Panther) di lotta per i diritti civili del popolo afroamericano.

Poco prima i due avevano avvicinato Norman e gli avevano chiesto di unirsi a loro. Dalla foto può sembrare che l’australiano rifiutò, ma non fu così: Norman accettò, salendo sul podio non con un “guanto” che non gli apparteneva, ma a testa alta e con un piccolo distintivo simbolo della sua solidarietà.

Quel distintivo fu la sua condanna all’oblio. Da quel momento sarebbe stato tagliato fuori dai giochi e non solo da quelli olimpici.

Costretto ad abbandonare la carriera atletica, si dedicò alle battaglie civili ed all’insegnamento, fino alla morte, per infarto, nel 2006.

Ho fatto riferimento alle razze ed alle nazionalità dei tre uomini, poco sopra, perché?

Perché Norman aveva tutto l’interesse a non prendere parte alla protesta: era bianco, in un mondo dominato da bianchi; era australiano, quindi occidentale e cittadino dell’impero del Commonwealth Britannico, in un momento d’oro per quest’ultimo; era giovane, con una carriera avanti.

Peter, però, decise di indossare quel distintivo. Non indossò il guanto, perché non era una Black Panter. Non chinò la testa, non salì sul podio a piedi nudi, perché no naveva antenati schiavi.

Peter Norman fu solidale come poteva e sapeva fare: dicendo “io sono con loro”, ma questo fu già troppo!

La foto che ho scelto come anteprima si trova a San José, in California, presso la State University: il posto di Norman è vuoto, perché?

Non perché il popolo afroamericano lo abbia dimenticato, la sua bara, infatti, fu trasportata proprio ed anche da Tommie Smith e John Carlos.

Quel posto è vuoto in memoria dell’oblio subito da Norman ed in onore a tutti gli atleti che hanno deciso e decideranno di salirvi, utilizzando la loro immagine al servizio di una causa superiore.

Quel posto è di Rubin Carter che, quando fu messo in carcere per ragioni raziali, passò dal pugno alla Penna!

Quel posto vuoto è di Muhammad Ali, che nel 1974 trasformò, nello Zaire, un incontro di Boxe in una presa di posizione a favore dei diritti civili.

Quel posto è di Domagoj Vida, che mezzo secolo dopo, ai mondiali di calcio in Russia, ha messo a repentaglio la sua carriera, manifestando solidarietà verso il popolo Ucraino, in parte “invaso” dalle armate russe: la “colpa” è stata quella di aver dedicato la vittoria della sua nazionale (corata) all’Ucraina, dopo un quarto di finale vinto ai rigori, proprio contro la nazionale Russa. “Il regolamento vietava manifestazioni politiche”, qualcuno mi ha detto: “lo vietava anche a Norman”, rispondo io.

Quel posto è di Jesse Owens, afro-americano che portò a casa 4 medaglie d’oro dalle Olimpiadi nella Germania Nazista del 1935, alla presenza dello stesso Adolf Hitler.

Quel posto è di Luz Long, tedesco e diretto rivale di Owens, che con il “negro” fece amicizia, nonostante le “direttive superiori”.

Quel posto è di Nelson Mandela, che non era uno sportivo, ma che nel 1995 riuscì a trasformare una squadra di rugby “razzista” in una simbolo della tolleranza: quella stessa squadra che vinse i mondiali, contro ogni pronostico.

Quel posto vuoto è di Don Haskins, allenatore dei Texas Miners nel 1965, che che inserì nella rosa ben 8 giocatori di colore, contro ogni “buona pratica” dell’epoca. Quel posto è di Jackie Robinson, che irruppe nella major league del baseball americano, non come una macchia nera su di un lenzuolo pulito, ma come la prima goccia di colore su una tela vergine.

Quel posto vuoto è lì per ricordarci che lo sport, per sua natura, è fatto di competizione: una gara a superare gli altri e se stessi, tra uomini e donne con diverse bandiere.

Lo sport, per sua natura, non guarda i colori, perché ce ne sono troppi!

Quindi, oggi, lasciate che quel posto sia di Daisy Osakue, atleta ITALIANA, che per caso è anche di colore e che ieri è stata aggredita da dei balordi, con la convinzione di “difendere la patria”, senza sapere che quella donna ha portato in alto i colori nazionali, collezionando record su record.

Quello che quei balordi non hanno capito è che quella donna non è “nera”… Daisy Osakue è azzurra!

3 pensieri su “A Daisy Osakue il “posto vuoto” di Peter Norman.

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