Logos – Capitolo 3 – “Le nuvole si muovono piano”

Si dice che la notte porti consiglio, il problema è capire se buono o cattivo.

Quella mattina mi svegliai di buon’ora, o meglio lo avrei fatto, se avessi dormito: semplicemente rinunciai ad addormentarmi e mi alzai.

Fu come se non mi fossi affatto mosso dal balcone, la notte stava lasciando il posto alle prime luci dell’alba. Quella fase di limbo si chiama aurora, come la donna a cui pensavo, era lì fuori e io l’avrei trovata.

Non si trattava di semplice attrazione, io volevo capire cosa mi stava accadendo e mettere fine a quel flusso di emozioni che contrastava con il freddo spirito calcolatore dell’uomo che ero, faticosamente, diventato.

L’unica cosa che sapevo di quella donna era dove e quando l’avevo incontrata. Non mi restava che cercare di ricreare la stessa situazione, ma con poca fiducia.

Ero stato in quel bar centinaia di volte, sempre allo stesso orario e non l’avevo mai vista.

Speravo di averla incontrata, o meglio di esserci scontrati a causa di un’alchimia del caso, di un gioco di secondi che avrei potuto riprodurre artificialmente.

Mancavano ancora un paio di ore alla fascia oraria fortunata, ma non potevo permettermi di affidarmi alla dea bendata e decisi di scendere in strada. Avrei aspettato Aurora al bar, insolitamente seduto a un tavolino, sorseggiando un caffè, come un comune mortale.

Indossai una felpa con un cappuccio, al posto della solita camicia, un giubbotto di pelle, in sostituzione del cappotto, delle scarpe da tennis, invece degli inseparabili stivali. Mi travestii da me stesso, solo nella versione che avevo rimosso da tempo.

L’uomo alla cassa del bar fu sorpreso di vedermi arrivare due giorni di fila, quando mi vide spese due parole per chiedermi “di nuovo qui?”. Di solito passavo una volta alla settimana, durante il tragitto da casa mia alla discarica di Efesto. Io, invece, fui sorpreso che mi avesse riconosciuto, oltre i logos spesi per quella domanda: forse il mio “grazie” del giorno prima era stato contagioso. Anche la mia ordinazione fu insolita: non avevo mai ordinato qualcosa da consumare al tavolo, invece che da portar via.

Mi accomodai in un punto dal quale potevo tenere d’occhio l’entrata e la strada. Cominciai la mia attesa, interrotta, per un istante, solo dal cameriere che venne a servirmi. Anche lui mi aveva riconosciuto e, dagli sguardi dei presenti, capii che non era il solo: osservai meglio lui e altre due persone e li riconobbi come miei clienti.

Chissà quante volte ci eravamo già incrociati, senza che io me ne accorgessi: probabilmente accadeva quotidianamente, ogni istante della mia vita.

Non ero più abituato a starmene fermo, seduto a sorseggiare un caffè e guardare i passanti. Mi sentivo a disagio. Avevo l’impressione che i presenti fossero stati messi lì per me, interpretando un ruolo, in una storia in cui io ero solo uno spettatore immobile.

La triste verità è che io, contrariamente a quanto avevo sempre creduto, non contavo assolutamente nulla, almeno nella vita della gente che vedevo passare oltre la vetrina del bar. È vero, riconobbi alcuni clienti, ma nelle loro vite contavo poco. Inutile girarci intorno, se io non fossi esistito, sarebbero andati da qualcun altro.

Ammassando mattoni, accumulando logos, contando i giorni, avevo eretto una fortezza inespugnabile. Anche se fossi morto quel giorno stesso, nessuno avrebbe sentito la mia mancanza: il mondo poteva scavalcare il mio cadavere con un solo passo, passando oltre.

Forse per questo Aurora mi aveva sconvolto: in qualche modo era riuscita a guardare oltre la recinzione, scavalcandola, come se non fosse esistita; lei fece caso alla mia esistenza, nonostante le mie resistenze.

Si avvicinava l’ora in cui avrei potuto incontrarla, la mia impazienza cresceva. Ordinai un altro caffè, anche per non occupare il tavolo a vuoto: come faceva la gente a restare ferma in un solo posto, senza un giornale da leggere o la possibilità di chiacchierare? La risposta era semplice: il gioco.

Ai tavoli le persone si intrattenevano con le carte o altri giochi, tra cui ovviamente gli scacchi. Era un gioco nel quale io ero diventato bravissimo, nel corso degli anni, grazie all’arte di prolungare il confronto con Efesto.

Stavo osservando due vecchietti battagliare a domino, quando fui sorpreso da un’ombra che si sedeva al mio tavolo. Era Orazio, che si sedeva di fronte a me con in mano una scacchiera e delle pedine da dama.

“Considero la Dama un gioco superiore, ogni pedina è uguale all’altra: tutte sono sacrificabili e ognuna può diventare fondamentale. Giochi?”, una frase tanto lunga, detta senza una vera necessità, attirò gli sguardi delle persone, che si placarono solo quando si resero conto che a pronunciarla era stato il pazzo.

Feci cenno di sì e cominciai a schierare le pedine sul quadrato. Lui posiziono le sue e ne mosse una. Iniziammo a giocare la nostra partita.

“Ora sarai per sempre l’amico del pazzo, ne sei consapevole?”, mi chiese, io cominciai a non stupirmi più della sua scarsa preoccupazione per la propria sopravvivenza. Non dovendo preoccuparmi della mia, decisi di rispondere: “Sì, lo immagino”.

Mi chiese se pensassi anche io che fosse davvero un folle, fui sincero: tutto lasciava intendere di sì.

Giocammo per un po’ in silenzio, immedesimandoci nel ruolo di due persone normali. No nera un avversario semplice, sapeva leggere le mie mosse, perfino anticiparle e riuscì in alcuni momenti a distrarmi dalla mia attesa.

“Oggi il cielo è nuvoloso, ma con poco vento e le nuvole sembrano immobili, ma non lo sono. Sembrano ferme se le guardi fisso, ma se per un attimo distogli lo sguardo, si sono spostate. A te sembreranno pochi centimetri, ma potrebbero essere chilometri”. Cominciò a commentare il clima, come se parlare fosse indispensabile.

Assecondai il suo delirio suicida, non toccava a me preoccuparmi del suo istinto di conservazione.

Orazio continuò il suo sproloquio: “Bisogna distrarsi, perché le cose cambino. Non farlo troppo a lungo, però, altrimenti ti scivolano via, sotto il naso, senza che tu te ne renda conto: dama!”

Chissà a cosa si riferiva, pensai fosse solo un modo per distrarmi mentre faceva le sue mosse.

“Hai bisogno di parole?”: Non volevo morisse in pubblico e con me presente. Sarebbe stato fatale per la mia copertura. Lui rifiutò, non era lì per quello: “Voglio essere chiaro. Puoi anche pensare che io sia pazzo, forse hai ragione, ma non sono un suicida. Sto bene così… Anzi, queste sono tue… Queste ti uccidono davvero.”

Tirò fuori dalla tasca dell’Eskimo il mio portasigarette, che fece scivolare sul tavolino. Sorrideva, come quando un attore toglie la maschera, alla fine della sua scena migliore: “Come stanno le mani? È solo qualche graffio, in fondo.”

Era lui il fotografo misterioso, la persona che mia aveva soccorso e medicato: ero stato salvato dal pazzo di quartiere.

Persi ogni interesse per la partita, per la gente intorno e dimenticai perfino perché mi trovavo in quel bar, anche l’attesa di Aurora divenne una faccenda secondaria. Avrei potuto chiedergli ogni cosa a quel punto, scoprire chi era. Ero incuriosito dai libri e dalle fotografie che avevo visto, ma mi venne in mente solo una domanda una domanda: “Perché lo fai, perché parli alla gente?”

“La gente ne ha bisogno”, rispose secco. “Quando ero giovane, in quelle stesse piazze, c’erano musicisti, attori, mimi. C’era gente che si fermava ad ascoltare, scambiando commenti, salutandosi, conoscendosi. Ora ci sono solo io. Insieme alle parole il mondo ha perso la voglia di muoversi, a me piace dargli una spinta, per quel poco che posso.”

Non temeva di morire, di trainare il mondo fino all’ultima parola: aveva paura di farlo in silenzio.

Capii che la partita lo stava annoiando quando cominciò a lasciarmi vincere, prolungando i suoi brevi silenzi. “Ti va di vedere una cosa?”, mi chiese e io risposi di sì. Aurora non sarebbe più arrivata, l’orario in cui la speravo arrivasse era già passato. L’Avrei attesa il giorno seguente.

Lo seguii in silenzio, fuori dal bar, per strada, attraverso i piccoli vicoli del centro. Percorremmo il grande corso principale, su per l’alta scalinata della basilica centrale ed entrammo nella chiesa.

Orazio si accomodò su una delle panche centrali, mimetizzandosi tra le vecchiette in preghiera. Io mi sedetti accanto a lui, in attesa che mi spiegasse il perché mi aveva condotto in quel luogo.

L’ultima volta che ero entrato in una chiesa non avevo superato ancora l’adolescenza, anche allora lo facevo per spirito di appartenenza, più che per devozione. Ci andavano tutti i miei amici. La messa domenicale era un modo per vedersi.

Una volta in chiesa, Orazio si inginocchiò, chiudendosi in muto raccoglimento, lasciandomi solo con l’assenza di eco.

Mi stupii che quell’uomo fosse religioso, ma provai anche un senso di forte rispetto. Io avevo abbandonato la mia spiritualità da tempo e provai anche invidia. Ammirai l’ostinata speranza che alberga nel cuore di chi crede in un’entità superiore, nonostante tutto.

Orazio pregava, io, invece, mi soffermai a osservare le decorazioni della Basilica, della quale non conoscevo il nome, la storia, l’età. Da quanto tempo era lì? Chi l’aveva costruita e dipinta? In quanto tempo c’era riuscito? I miei occhi cavalcavano tra le figure schiacciate contro il tetto, si lanciavano in spericolate picchiate lungo le colonne e risalivano, leggeri come la curiosità, verso le vetrate, assorbendone i colori e lasciandosi rapire. Le domande durarono poco, lasciando il posto alla semplice osservazione.

Stavo curiosando tra le immagini sante, quando percepii un suoni distinto provenire da Orazio, inconfondibile e innegabile: stava russando! Si era addormentato, in ginocchio sull’asse di legno, con la faccia appoggiata ai pugni chiusi e raccolti.

Gli diedi un paio di colpetti sul fianco, poi uno più forte, imbarazzandomi, guardandomi intorno e sperando che nessuno si accorgesse del ronfare inappropriato dell’uomo che era con me.

Orazio si svegliò lentamente, sereno e riposato, come un bambino la domenica mattina, chiedendomi quanto avesse dormito.

Pensai una disfunzione, o peggio di una malattia. Gli chiesi se soffrisse di narcolessia. Lui non si preoccupò minimamente, anzi trovò la mia domanda divertente.

“Certo che mi capita spesso, ci vengo apposta”, esclamò, stiracchiandosi.

Detto questo, si alzò e prese la via dell’uscita, senza fregarsene minimamente delle vecchiette, che a quanto pareva lo conoscevano bene, una addirittura accennò a un saluto.

Fui tentato di tornare sui miei passi e, ignorando la curiosità che mi stava spingendo a seguirlo. Una volta, però, all’esterno lui trovò le parole adatte per alimentarla ancora: “Allora, hai parlato con Dio? Cosa ti ha detto?”

Figuriamoci, parlare con Dio era una sciocchezza molto lontana da me. Lui non sembrò prendere il mio “sono ateo” come una giustificazione valida. “Anche io lo sono, ma che vuol dire? Puoi sempre parlare con te stesso, tu lo hai fatto?”

Su quella collina, quel giorno, Orazio fece di me l’uomo più insignificante della terra. L’Arcangelo si guardò allo specchio e si vide inutile, di fronte all’onnipotenza della sola idea di un Dio, anche solo ipotetico.

“Lì dentro tu non servi”, continuò il pazzo. “Da quando il virus ha cancellato il bisogno di preti e sermoni, la gente può parlare direttamente con il proprio Dio e guardarsi dentro, ascoltarsi: sai cosa il virus non può cancellare? I pensieri!”

Orazio, soddisfatto della propria lezione, tirò su il cappuccio dell’eskimo, mi diede le spalle e si avviò verso valle. Sapeva bene che non lo avrei seguito, perché era il momento che anche io incontrassi me stesso.

Rientrai in chiesa, una vecchina mi sorrise, la stessa che aveva salutato il mio maestro improvvisato.

Mi nascosi in un angolo più buio, in piedi, appoggiato alla parete umida. Lì, una volta messo di fronte a un silenzio che non dovevo combattere, feci quello che avevo disimparato: piansi, a lungo, profondamente, prima con timidezza, poi con soddisfazione e infine con serenità.

Le nuvole si muovono piano, ma osservandole bene, non smettono mai di farlo.

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