Aurora s’è anche un po’ rotta il cazzo

“Quanto potrà andare avanti Bloggolo?”

Questa frase mi è venuta fuori, spontaneamente, ieri pomeriggio, dopo un Negroni ed altri due cocktail non meglio identificati.

Di solito minaccio di chiudere tutto, di tanto in tanto, sull’onda della rabbia del momento. Stavolta, invece, non si è trattato di una minaccia, ma di una constatazione, nella più assoluta delle tranquillità.

In effetti, pensandoci, prima o poi questo blog chiuderà i battenti, in maniera naturale e spontanea. Probabilmente neanche me ne renderò conto.

Un giorno mi arriverà una mail che mi avviserà che il dominio del vecchio e caro blog è scaduto ed io mi renderò conto di averlo abbandonato.

Non sarà un distacco netto, sarà più simile ad un cibo dimenticato in frigo: scadrà, marcirà e finirà nel cestino, prima che cominci a puzzare.

Il rapporto con la scrittura è sempre stato conflittuale: da un lato ne ho bisogno, dall’altro vorrei smettere in questo preciso momento e non ricominciare mai più.

È una questione molto semplice, più volte spiegata in articoli precedenti: quando arrivi al punto di desiderare, con tutte le tue forse, di essere qualcosa di diverso, rispetto a quello che sei, allora cominci ad odiare anche tutto ciò che più ti rappresenta.

Questa situazione, sfortunatamente, si protrae da un bel po’ di tempo, tanto che l’iniziale rabbia è stata sostituita da una latente rassegnazione, che si è concretizzata in quella pacifica previsione sulla fine di questo blog.

Non è una ripicca, quanto puro e semplice realismo, basato sul fatto che le persone cambiano, in ragione delle proprie esperienze: io, fino a prova contraria, sono una persona e quindi soggetto a cambiamento.

Tutto questo non avrebbe particolare rilevanza, se non fosse che quella frase è stata sì articolata dalla mia bocca, ma pronunciata da Aurora.

Bloggolo, infatti, non è una mia creatura, ma sua!

È stata Aurora a sentirne l’esigenza, ad averne l’idea ed a crearlo. Io mi sono solo accodato, diventandone un po’ schiavo e un po’ controllore.

Sentirle dire che, prima o poi, tutto sarebbe finito, con una calma da far invidia ad un asceta, mi ha fatto capire quanto quel cambiamento fosse già in corso, in maniera quasi inesorabile.

Solitamente, le minacce di chiusura erano il modo che Aurora aveva per ribellarsi, per trovare qualcosa con la quale prendersela, ma stavolta non ha urlato: non si è minimamente scomposta.

Qualcuno ha nominato il Blog e lei, serafica, ha guardato il bicchiere, ha sentenziato la fine del progetto e poi è tornata al suo drink, senza proferir parola per il resto del pomeriggio e della serata.

Non una sola smorfia ha tradito una sua qualsiasi emozione e questo, credetemi, è davvero spaventoso.

Lì per lì non ci ho fatto caso, conoscendo il periodo. Ho associato tutto alla solita sfuriata e mi sono rassegnato al fatto che avremmo passato una notte buia e tempestosa.

Tornati a casa, però, questa bufera non arrivava. Con il passare delle ore, ho capito che qualcosa non andava e gli indizi cominciavano a venire fuori, uno dopo l’altro.

Già al bar, quando le ho chiesto se volesse ancora un bicchiere da bere, lei ci ha pensato, poi ha rifiutato, perché “siamo già al terzo”.

Aurora che rifiuta una bevuta, la Domenica pomeriggio? Strano! TROPPO STRANO!

Ho pensato ad uno slancio di responsabilità e ci sono passato sopra, senza curarmene troppo.

Le ho chiesto cose le andasse da mangiare: “è uguale”. Le ho chiesto se volesse una birra: “è uguale”. Le ho proposto di aprire una bottiglia di vino, che tengo da parte: “è uguale”.

Se ne stava lì, seduta sul divano, con il computer, acceso, sulla gambe: la schermata era quella dell’editor del blog, così ho capito che stesse provando a scrivere qualcosa.

Le ho chiesto cosa avesse intenzione di scrivere: “è uguale”!

Aurora è una donna, quindi ho saltato direttamente tutta la parte in cui provo a chiederle che cos’ha e lei risponde “niente”, che di solito dura dalla mezz’ora alle due settimane, se va bene.

Ho provato semplicemente a sedermi accanto a lei e proporle dei topic.

Tra le bozze, abbiamo un buon numero di articoli incompleti, racconti lasciati a metà e poesie incompiute, così le ho proposto di recuperare qualcosa tra quelle.

All’inizio sembrava che l’avessi convinta, ma lei ha distrutto le mie speranze, passando in rassegna le possibili opzioni, ma scartandole tutte, una dopo l’altra.

Anche ogni mia proposta di scrivere qualcosa da zero non ha avuto successo: “già detto”, “già scritto”, “ho una dignità anche io” e “non mi va” sono state le motivazioni più gettonate, tra quelle che mi ha fornito.

Non riuscendo con la Poesia e con la Prosa, ho provato con la Musica, proponendole di lavorare ad un pezzo che abbiamo in sospeso da qualche settimana, ma anche questo non ha avito successo.

“Aurò, hai rotto il cazzo!”

“Sapessi io…”

Ora, per quelli che di voi non hanno ancora preso confidenza con personaggio di Aurora, sappiate che non è solita “rompersi il cazzo”.

La noia non le appartiene!

Aurora si incazza, piange, ride, sbraita, urla, medita vendetta e minaccia cose senza senso, insomma SI EMOZIONA sempre, ma la totale apatia non è proprio parte del suo stile di vita.

Non avevo scelta, dovevo cominciare la fase del “che hai/niente”, non potevo più rimandare.

Per fortuna ho dovuto insistere poco e con il cucchiaino sono riuscito a tirarle fuori quello che stava pensando.

Cercherò di riportare esattamente quello che mi ha detto.

Avete presente la scena dei Simpsons in cui Lisa fa un esperimento su Bart, con un pasticcino e degli elettrodi? In pratica Bart continua ad afferrare il pasticcino, nonostante prenda ogni volta la scossa.

Chiunque abbia guardato quella scena ha pensato alla stupidità di Bart, che non impara mai dalle proprie esperienze. Chiunque ha riso. Chiunque ha pensato che una persona normale avrebbe rinunciato al pasticcino.

Chiunque, sano di mente, cambia, “migliora”, a seconda di quello che vive.

Ecco, in pratica Aurora si sentiva come Bart, ovvero una perfetta idiota, ma stava già cominciando a rinunciare al pasticcino.

Il pasticcino, sfortunatamente, è Aurora stessa, con tutti gli allegati, annessi e connessi, me compreso.

Io la capisco bene, in fondo è una parte di me e non mi ci vuole tanto per empatizzarci.

Avete idea di quanta fatica serva per essere Aurora? Basta leggere uno o due dei suoi pezzi, per capirlo.

Richiede uno sforzo emotivo non indifferente, senza parlare del tempo, che entrambi continuiamo a considerare una moneta.

Ora, prendete l’essere Aurora e moltiplicatelo per 14582 giorni, 6 ore, 29 minuti e 30 secondi (31, 32, 33 etc)… È un bell’impegno, eh? Una bella fatica!

Beh, a quanto pare è un impegno che comincia ad essere troppo pesante, soprattutto per il fatto che Aurora si sente troppo spesso la serie B di qualcun altro, un ripiego, una riserva o cose del genere.

In un modo o nell’altro lei si sente sbagliata, mai “abbastanza”, ma ha smesso di urlarlo: ora lo sussurra.

Dal minacciare di diventare diversi, senza rendercene conto, abbiamo cominciato ad esserlo ed è stato chiaro, quando le ho chiesto un abbraccio e lei si è alzata per andare a pisciare.

Aurora non ha mai negato un abbraccio, semmai sono stato io a farlo: ora siamo in due.

Quindi sì, prima o poi tutto questo blog non avrà più ragione di essere, perché arriverà il giorno in cui non sarà rimasto più niente di Aurora ed io non avrò abbastanza polvere di Poesia, per continuare il progetto da solo.

La storia della rivelazione di Aurora finisce qui, non c’è tanto altro da dire.

Non potevo inventarmi tanto per tirarle su il morale, quindi ho accettato il suo isolamento e me ne sono andato a letto.

Nel mezzo della notte, però, mentre cercavo di trovare una posizione che mi concedesse almeno qualche ora di sonno, ho sentito la chitarra arpeggiare, dalla stanza accanto.

Mi sono alzato, ho percorso il corridoio, cercando di non fare il minimo rumore. Arrivato alla stanza, ho trovato Aurora con la chitarra, che strimpellava un nuovo ritornello.

“Bello, è nuovo… Ci lavoriamo?”

“No, mi rompo il cazzo!”


Photo de Karyme França provenant de Pexels

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