Io, Aurora e la TV

Da quando ho fatto pace con Aurora, ammettendo che ogni atteggiamento fosse il mio, le crisi sono molto più noiose.

Siamo rimasti lì per ore, su quel divano, a guardare la TV: io, lei, un pacchetto di Marlboro, uno di tabacco ed un posacenere pieno. Muti. Assorti. Immobili. Affiancati.

Ogni tanto uno dei due ha tentato di dire qualcosa, ma ha rinunciato immediatamente, sapendo che non era nulla di intelligente, restando, per un istante, con la bocca dischiusa in una parola abortita.

Del resto, “Meglio stare zitti e dare l’impressione di essere stupidi, che parlare e togliere ogni dubbio”.

Abbiamo controllato, a turno, se la suoneria del telefono fosse attivata, innumerevoli volte… Sì, lo era sempre.

“Hai voglia di urlare?”, le ho chiesto. Ci ha pensato, ha sbuffato, ha risposto di no. Dopo anni a sperare che arrivasse questo momento, quasi mi ha infastidito. Almeno durante le altre crisi avevo qualcosa da fare, vale a dire tenere calma Aurora. Adesso? Ho sbuffato anche io e mi sono rimesso a guardare la TV.

“Lavoriamo un po’?”, mi ha chiesto. Ci ho pensato, ho accennato una smorfia, ho risposto di no. Aurora si è rimessa a guardare la TV.

Abbiamo scritto una poesia, ma era una di quelle che dopo non ci piacciono. Ora è lì, a testimoniare la noia mortale di una crisi affrontata con fin troppa razionalità.

Ci siamo rassicurati più volte a vicenda, sul fatto che era la cosa giusta da fare. Era il momento di porci quella domanda, anche se, dentro di noi, conoscevamo già la risposta. In fondo, “molto spesso una crisi è tutt’altro che folle: è un eccesso di lucidità”.

È una crisi anomala, sana e composta, fatta di buone pratiche, pensieri razionali, parole misurate e gesti di distensione. Non c’è abuso di alcol, non c’è rabbia repressa. È una crisi adulta e matura e la cosa che proprio non sopporto è che sia Aurora la prima a tenere salde le redini.

Mi sono chiesto il motivo di questo suo profondo cambiamento, mentre la guardavo fissare, con interesse, un ombra proiettata sul muro. Credo sia stanca, anche di combattere.

Si può combattere PER o CONTRO qualcosa o qualcuno: lei, io… Noi non riusciamo a trovare né una ragione, né un antagonista. Si tratta di apatia, in fondo, non è tanto dovuta al fatto che pensiamo non ne varrebbe la pena, quanto alla convinzione che, alla fine, non cambierebbe nulla. È pura e semplice statistica, basata sui risultati di tutte le esperienze passate.

Vorremmo avere una ragione per arrabbiarci, ma stavolta non né abbiamo.

Vorremmo poter credere alla favola del “tempo”, ma l’abbiamo sentita e raccontata così tante volte che né conosciamo bene il finale.

Vorremmo poterci raccontare che non siamo noi il problema, ma due anni di terapia ed una lunga lista di “non è colpa tua, ma mia” ci confermano l’esatto contrario. Troppe volte ci siamo ritrovati a voler essere “qualcuno come noi”. Ormai, potremmo tenere corsi approfonditi sull’esegesi del ritornello di “C’est la Vie” di Achille Lauro, un testo che comincia e finisce come ogni crisi dovrebbe: con la richiesta di essere capiti e con quella di essere finiti.

Restiamo, quindi, fermi, muti, immobili e composti, a guardare la TV, per ore. L’abbiamo guardata fino a stancarci, finché non ho ripreso in mano il mio ruolo di uomo maturo della coppia e, con pugno fermo, ho sentenziato: “Auro’, spegni la TV, domani si lavora, è tardi!”

È stato a quel punto che ho visto la compassione nei suoi occhi, quando, accarezzandomi, mi ha sussurrato: “Fo’, è spenta!”

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