Dalla parte del toro

Il toro, fermo al centro dell’arena,

riprende fiato e sanguina, ferito,

trafitto dalle banderillas luccicanti,

sotto gli occhi della folla in delirio.

Un araldo lo spintona, sicuro,

protetto dall’altezza del cavallo.

Il toro scatta in avanti, cieco,

il matador, piroettando elegante,

nel suo abito ricamato,

infilza altre due lance sul dorso.

La folla acclama, il toro rallenta,

lo spettacolo deve continuare:

l’araldo ripete il suo dovere,

il toro si infuria ancora,

altre lame affondano nella carne,

il pelo nero si patina di rosso.

Quando è vicino ad accasciarsi,

il toro si accorge della fine vicina,

lanciandosi in un ultimo attacco,

dritto contro lo spadino affilato,

che gli si conficca preciso e letale.

Il toro ora è in terra,

ma continua a scalciare:

“è una bestia” dicono,

“una furia omicida e violenta”.

Avrebbe attaccato davvero

se non fosse stato trafitto?

La folla acclama il torero,

vincitore, coraggioso e puro,

l’eroe che ha sconfitto un mostro

che egli stesso ha creato.

Il toro muore, nella sabbia,

tra fiori che piovono dal cielo,

che si adagiano nel sangue.

Era nato per pascolare libero,

lo hanno portato all’arena,

costringendolo a difendersi,

per poi eliminarlo, con orgoglio,

affermando di aver vinto

la furia animale

che attaccava

l’innocenza umana.

 

4 pensieri su “Dalla parte del toro

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