The Good Place, L’Onda e Perseverance

[Tempo di lettura stimato: 9 min]

Cosa hanno in comune una serie Netflix, il simbolismo buddista e un rover della NASA? TUTTO!

Comincio premettendo che ieri sera io e Aurora abbiamo litigato di brutto, nel senso che sono volati insulti, piatti e cose del genere. Alla fine, come accade sempre quando ci prendiamo per i capelli, uno dei due ha dormito sul divano, solo che non so se lo abbia fatto lei o io.

Per questo motivo, in questo momento io non ho ben chiaro chi dei due sia a scrivere, quindi non me ne vogliate se si alterneranno paragrafi di crudo cinismo e di eccezionale dolcezza.

Questo articoletto sarà una ricetta complessa, composta da tre ingredienti: la serie Netflix “The Good Place”, il simbolo buddista dell’Onda e la missione Nasa che ha portato, ieri sera, il rover Perseverance su Marte.

In altre parole, sembrerebbe quasi una carbonara, ma preparata con i canditi e le crocchette del gatto: riusciranno i nostri eroi litigiosi a coordinarsi per servire qualcosa di commestibile?

Partiamo dalla serie Netflix! “The Good Place” è stata una scoperta molto piacevole, anche se dall’impatto traumatico.

Il soggetto di questa serie, che non è spoiler, è semplice: delle persone muoiono e si ritrovano in “paradiso”.

Per me, che sto lavorando alla seconda parte di “Il Corteo”, è stata una rivelazione, ma anche un pugno in faccia: “ecco qui”, ho pensato, “un’altra idea duplicata”.

In realtà tra il mio racconto e la serie c’è molta differenza d’approccio al tema della morte, ma all’inizio ho perfino pensato di demordere.

La serie è impostata per essere percepita come “leggera” e in effetti lo è, ma non è superficiale. È leggera, nel senso che ne si fruisce facilmente, divertendosi, ridendo e passando qualche minuto serenamente. È tuttavia anche “impegnata”, perché tratta temi importanti, come la Morte, la Vita, l’Amore e l’Etica, senza mai approssimare.

È una serie che, finalmente, riesce a dimostrare che vivere “ad animo leggero” non vuol dire necessariamente farlo in modo superficiale e “senza impegno”.

Un altro tema trattato dalla serie e per me il più importante è “il cambiamento”.

Il modo in cui lo tratta, per me, non è stata una scoperta, ma una conferma: per modificare un comportamento è necessario prima di tutto forzare determinate azioni e contesti.

Semplificando: se una persona cattiva viene costretta a fare del bene, magari con la promessa di un premio, alla fine imparerà a farlo anche senza ricompensa e neanche si accorgerà di essere diventata buona!

Questo accade continuamente, nelle nostre vite, sia in bene che in male.

Una persona libera e autonoma, ad esempio, costretta in un rapporto opprimente, molto spesso diventa dipendete. Guardatevi attorno, so che troverete almeno un esempio di una relazione del genere.

È avvenuto anche a me, ne ho già parlato in questo blog e lo approfondirò in una Time Box che uscirà tra un bel po’ di mesi (piccolo spoiler): il giorno in cui ho cominciato a forzarmi nel dire “sto bene”, anche se mi sentivo una merda, è stato anche quello in cui ho iniziato, lentamente, a starci davvero.

In maniera spicciola, non bisogna desiderare di essere o fare qualcosa, ma iniziare a farla ed esserla.

Quante persone dicono di voler scrivere, ma poi non scrivono? Questo blog ne ha collezionate a plotoni!

Piccola digressione di sfogo: che aspettate, un contratto dalla Mondadori? Scrivi e basta, no? Ah, oh, capisco, vuoi fare il/la poeta/poetessa solo se hai un riflettore addosso? SDENG! Ritenta, sarai più fortunato/a! Sono finiti da parecchi secoli i tempi in cui la poesia rendeva “rockstar”, se cerchi visibilità datti alla Trap.

Torniamo alla nostra ricetta: “The Good Place” si basa proprio sul concetto che esista la possibilità di cambiare anche la parte più radicata di se stessi, SCEGLIENDO di essere qualcosa di diverso.

Le donne capiranno meglio questo esempio, ma ormai (ahimè) anche gli uomini: cambiare taglio di capelli, per suggellare un cambio di rotta nella propria esistenza.

Un cambio netto, una forzatura che, all’inizio, cozzerà contro l’abituale immagine allo specchio, ma che diventerà progressivamente sempre più familiare.

Ovviamente vi consiglio di passare qualche ora piacevole guardando questa serie, ma non mi ci soffermo oltre e passo al prossimo ingrediente della ricetta: il simbolo buddista dell’Onda.

Conoscevo già questa simbologia e l’ho ritrovata proprio in “The Good Place”, ma non posso dirvi quando e perché, altrimenti non solo sarebbe spoiler, ma anche infame.

Cercherò di spiegarvela in maniera semplice, ma io (ripeto sempre) non sono un religioso, quindi se tra di voi ci sono buddisti “veri” sarebbe bello sentire la loro sull’argomento.

“L’onda” in questione rappresenta la nostra vita terrena, la nostra esistenza materiale: possiamo darle una forma, misurarla e averne percezione.

Un giorno l’onda frange sugli scogli e si dilegua, ma l’acqua di cui era composta non smette di esistere. L’acqua dell’onda torna al mare e nessuno di noi sa che fine farà, sappiamo solo che è ancora lì.

Secondo la filosofia buddista, a quanto ho capito, ognuno di noi viene da un tutto e prima o poi tornerà a quel tutto.

Cosa centra questo con la serie Netflix? In realtà è facile da supporre, dato che “The Good Place” parla di vita ultraterrena, ma non è quello a cui sto pensando.

E se questo “ritorno al tutto” fosse possibile quando si è ancora in vita?

Oggi leggevo un articolo di una Blogger scoperta da poco e per caso (@escosenzaombrello). L’articolo parla di quello che abbiamo quando nasciamo e quello che collezioniamo vivendo.

Ho pensato che, forse, la nostra vita terrena è una continua ricerca di qualcosa con cui riempirci le mani, di trovare la nostra collocazione in quel “tutto” che si chiama mondo.

Farsi una famiglia, selezionare degli amici, decidere con quale collega prendere il caffè, di uscire da quella casa o restarci per la notte: secondo il mio modestissimissimo parere, queste sono tutte scelte che ci avvicinano o allontanano dal nostro posto nel mondo.

Il fatto che molto spesso quel posto non lo troviamo, credo, sia dovuto alla nostra scarsissima capacità di riconoscere le situazioni e fare la scelta giusta.

Spesso questa scelta può voler dire fare un atto di coraggiosa fede, come se si trattasse davvero di un trapasso ultraterreno, ma altre volte necessita di un coraggioso taglio.

In ogni caso, credo sia chiaro che si debba essere coraggiosi per trovare il proprio “Good Place”: coraggiosi e a volte incoscienti, come un’onda che si frange sugli scogli.

Noi non possiamo sapere cosa ci aspetta dopo la nostra dipartita, perché non provare a vivere qui il nostro paradiso?

I primi due ingredienti della nostra ricetta ora sono puliti e pronti per essere mescolati insieme, ma manca il terzo.

Mi rendo conto che può sembrare una pazzia l’incastrare, a questo punto, un Rover della Nasa, con una commedia che parla di vita ultraterrena e con la filosofia buddista, ma lasciate che ci provi.

Ieri la Nasa ha fatto atterrare un rover (un piccolo robot con le ruote) sulla superficie del pianeta Marte. Notiziona? Per niente!

Marte, ormai, è molto affollato da sonde, rover e lander di diverse nazionalità e con diversi scopi.

La notizia, semmai, è lo scopo di QUESTO particolare rover, ovvero CERCARE LA VITA!

Ops, guarda un po’, ancora una volta si parla di Vita qui… Che la ricetta stia cominciando a prendere forma?

Attenzione, non stiamo parlando di vita intelligente, né di marziani con antenne e braccia lunghe: la Vita di cui qui parliamo potrebbe rivelarsi sotto forma di batteri, ma se ne trovassimo anche uno solo cambierebbe TUTTO!!!

Pensate solo alla frase “creò la vita a sua immagine e somiglianza”: somiglianza a chi?

Se trovassimo un piccolo organismo unicellulare, dovremmo rivedere completamente la nostra idea di NOI STESSI e del nostro rapporto con l’universo. Avremmo la certezza di non essere soli e l’idea di poter trovare forme di vita “intelligenti” smetterebbe di essere un’ipotesi e comincerebbe a essere un obiettivo!

Trovare una cellula vivente, nei ghiacci di Marte (sì, c’è probabilmente ghiaccio su Marte), sarebbe quella forzatura di cui abbiamo parlato poco sopra e porterebbe al cambiamento: dopo qualche decennio ogni essere umano smetterebbe di sperare d’incontrare gli extraterrestri, cominciando ad attendere.

Quindi, a ben guardare, tutti e tre gli ingredienti hanno in comune il tema della Vita e quello del Cambiamento, che in fondo sono la stessa cosa, perché la prima trova la sua essenza nel secondo.

Tutto qui? Non c’è altro? Insomma, gli ingredienti sono amalgamati, la ricetta è pronta, no?

NO! Manca il vino giusto e la domanda non può essere altra che quella più antica: “chi siamo e dove stiamo andando?”

Tranquilli, non ce l’ho la risposta, grazie a Dio. Mi toccherà cercarla ancora, come e insieme a voi!

Mi affascina, però, il fatto che tutti e tre i nostri ingredienti portano con se questa domanda e rappresentano il tentativo di darle una risposta.

In “The Good Place” avviene nel finale, quindi non posso rivelarvelo, perché lo spoiler è dietro l’angolo: dovrete guardarla.

Nel simbolo dell’Onda è palese: l’acqua non è altro che un’immensa comitiva di gocce, che insieme fanno un percorso e poi si schiantano su degli scogli, per poi tornare al mare.

L’ingrediente che più rappresenta questa esigenza, tuttavia, è proprio il robottino marziano!

Nella missione Perseverance, come in tutte le altre missioni spaziali, alla base ci sono la ricerca e l’esplorazione: andare su un altro pianeta, esplorarlo e cercare altre forme di vita, per capire qualcosa in più sulla nostra!

Il fatto è che noi e quel batterio ipotetico, che potremmo trovare su Marte, abbiamo un’origine comune: circa 14 miliardi di anni fa una grandissima “esplosione” (termine molto incorretto) ha generato tutto l’universo e continua a farlo.

Quell’esplosione ha generato la materia, gli elementi che costituiscono noi, il batterio, il vostro cane, il telefonino e la tastiera sulla quale sto scrivendo in questo momento!

Perché andiamo nello spazio? Perché se vogliamo trovare noi stessi dobbiamo capire prima tutto ciò che ci circonda, seguire gli indizi, sulla strada per la nostra origine comune!

Io direi che a questo punto il nostro piatto è pronto e possiamo servirlo, anche con il vino giusto!

Rispondiamo quindi alla domanda iniziale: cosa hanno in comune “The Good Place”, L’Onda simbolo buddista e un rover della Nasa?

TUTTO, sì lo ribadisco!

C’è la ricerca della propria vita, ma anche di quella altrui! C’è il concetto che la nostra vita non avrebbe senso, senza quella altrui! C’è il coraggio di affrontare l’ignoto e soprattutto c’è la curiosità!

La curiosità di andare un po’ oltre, per vedere cosa c’è appena dietro l’angolo e scoprire mondi del tutto nuovi, che però ci rivelano molto anche di noi stessi.

Se vogliamo capire quello che siamo, cambiando in quello che vogliamo essere, dobbiamo forzarci nel cercare di esserlo e di comprendere anche gli altri.

Possiamo schiantarci? Certo che sì! Ecco perché, se vogliamo VIVERE, dobbiamo essere coraggiosi!

La frase “devi imparare a stare da solo” è una grande cazzata, perché siamo nati un mondo con altri miliardi di persone, in un universo con miliardi di anni e credere di poter fare a meno di tutto equivale a dichiarare di non esistere.

La domanda adesso è: voi esistete? Io cercherò di riuscirci!

Alla fine è stato un articoletto poco cinico, mi sa che stanotte sul divano ho dormito io.


Photo de Emiliano Arano provenant de Pexels

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