La “Sindrome dell’ALTRO fantasma”

[Tempo di lettura stimato: 9-10 minuti]

La mano con cui scrivete è una delle parti più importanti del vostro corpo, eppure non ci pensereste due volte a privarvene, per salvare tutto il resto.

Ci ho messo giorni a scrivere questo pezzo, è stato emotivamente molto impegnativo, spero di essere riuscito, per il mio bene e per quello della vostra lettura, a trovare una quadra.

Ipotizziamo che la vostra mano più abile, quella con cui scrivete o vi masturbate, avesse all’improvviso un problema, uno qualsiasi. Chiamiamo questo problema, per comodità, “un’infezione”.

Voi, con questa mano inabile, vi recate in ospedale e lì vi danno la triste notizia che l’infezione alla mano sta intaccando il resto del braccio e che in poco tempo arriverà a toccare tutto il corpo.

Avete soltanto due scelte: amputare la mano o sperare nell’intervento diretto della Madonna.

Ci pensate, ci pensate, ci pensate… Non è una scelta facile e a tratti vi sembra anche possibile convivere con il dolore, ma ogni istante che passa sembra aumentare, risalire il braccio, attaccare la spalla, infiltrarsi nel costato, nella testa…

Di notte, poi, quando non si è distratti dalla propria routine e il corpo è più stanco, nel silenzio della vostra stanza, il dolore diventa insopportabile: esiste solo quello e nient’altro.

Niente da fare! Bisogna amputare, il più presto possibile, prima che qualsiasi cosa venga distrutto e la mano possa mangiarsi ogni piccola cellula di quello che resta di voi!

Prima di addormentarvi, guardate la mano per un ultima volta, consapevoli che al risveglio non sarà più lì con voi. Cercate di fare resistenza all’anestesia, per prolungare di qualche minuto ancora il possesso dell’arto, ma poi cedete.

Al vostro risveglio, siete storditi, non ricordate immediatamente dove vi trovate e soprattutto perché, poi cominciate a mettere a fuoco.

L’operazione, vi comunicano, è andata benissimo!

Da questo momento in poi, a voi cominciano a girare le palle, come pale di un elicottero Apache, poco prima di un attacco!

Sono tutti felici, vi guardano un po’ come il povero handicappato, ma sono contenti o almeno fanno finta di esserlo. In realtà, sono solo rassicurati del fatto che non morirete, perché i funerali non piacciono a nessuno.

Non nascondiamocelo, tiriamo fuori un po’ di sano cinismo: quando ci preoccupiamo di qualcuno, una piccola parte di noi lo sta facendo anche per se stessa!

GIOIA! Vi dimettono! Si torna a casa… Ovviamente voi non potete guidare, ma ci tenete ad ostentare tutta la vostra autonomia, allacciandovi da soli la cintura di sicurezza.

Finalmente, dinnanzi alla porta di casa, vi contorcete per dimostrare di essere capaci di trovare da soli le chiavi e di aprire da soli la porta.

Insomma, siete “liberi” da meno di un’ora e già cominciate a dare di matti!

Da qui in poi comincia la parte piú odiosa, quella in cui, dopo i primi tempi di solidarietà, restate praticamente soli, cercando di riprendere la vostra vita tra le mani.

Ho scelto volontariamente questo gioco di parole, per cercare di essere il più antipatico possibile e stimolare fino in fondo la vostra rabbia.

Funziona? Spero di sì, perché è proprio la sensazione che provereste, ogni volta che, dimenticando per un istante di non avere più la mano, cerchereste di afferrare qualcosa proprio con quella.

Si chiama “Sindrome dell’arto fantasma”, penso che ne avrete sentito parlare.

Vi consolate, vi ripetete in continuazione che, in fondo, avevate due mani e che la scelta dell’amputazione è stata obbligata, però la maledite ogni volta che, in preda alla sindrome, vi infilate una mano nei pantaloni.

Siamo giunti quasi alla fine della prima parte di questo delirio, quella in cui decidete di ricorrere ad una mano artificiale.

In questo caso, tanto per essere magnanimi, la scelta cade su una mano di ultima generazione, uno di quei modelli sperimentali, controllati direttamente da impulsi nervosi e del tutto identici all’originale.

Per voi si apre un periodo di interventi, recuperi, fisioterapie, incontri con tecnici e dottori, oltre che di viaggi (non di piacere), spese e continue rotture di cazzo.

Ve la faccio breve: sopravvivete! Finalmente, dopo un ulteriore lunghissimo periodo ti tempo, riuscite a padroneggiare la vostra mano fantascientifica.

Ricominciate la vostra vita in maniera quasi del tutto identica all’inizio di questa storia.

La Sindrome dell’arto fantasma sembra sparire quasi del tutto, tranne in alcune occasioni, durante le quali ricordate che qualcosa è cambiato, anche se non sapete descriverlo nei dettagli.

La vostra mano bionica ha il senso del tatto, ma la pelle del vostro partner non vi sembra più quella di prima.

Qualcosa è cambiato, ma avete due mani quasi del tutto identiche e vi accontentate.

Come andiamo fino a qui? Vi siete immedesimati, anche solo un pochino, nella vita di qualcuno costretto a rinunciare alla propria mano più abile?

Ok, facciamo un passo avanti allora!

Prendiamo quella mano e sostituiamola con una situazione, un ambiente, un contesto o anche solo con una persona.

Quante volte avete dovuto rinunciare ad una di queste cose, per salvare il resto della vostra vita?

Se la risposta è “zero”, sappiate che vi considero molto fortunati.

Facciamo qualche esempio, se volete aggiungetene altri voi.

Cominciamo con uno semplice: cambiare un lavoro con un bell’ambiente, ma pagato poco, per uno con un ambiente molto più stressante, ma pagato meglio.

Magari, avete un mutuo, dei figli, la rata dell’auto e decidete, per il vostro bene e quello della vostra famiglia, di cambiare lavoro.

Non è una scelta, poi, così difficile, giusto? Alla fine i vostri colleghi potrete sempre sentirli, no?

Beh, dipende sempre dalle variabili: magari, per il nuovo lavoro, sarete costretti a spostarvi, ad allontanarvi dalla stessa famiglia che vi ha spinto ad accettarlo, oppure ad accettare un orario più usurante.

Vi ritrovereste a dover decidere se assicurare ai vostri figli una vita più stabile, oppure passare con loro più tempo.

Tempo o denaro? L’eterna scelta! Non è più così facile, adesso, vero?

Alziamo la posta: siete degli adolescenti che frequentano una comitiva che fa un incredibile abuso di stupefacenti, della quale fa parte anche il vostro migliore amico. Voi, dopo innumerevoli casini, vorreste tirarvene fuori, ma non potete sperare di uscire dalla tossicodipendenza, senza uscire dal giro.

Cercate di convincere anche il vostro amico, che però non risponde alle richieste. Le provate tutte, perfino a parlare con i vostri e i suoi genitori, che effettivamente intervengono, ma dopo un po’ il vostro amico torna a frequentare quelle persone.

Voi affrontate tutta la trafila: l’astinenza, la riabilitazione, il ritorno in una società che avevate messo da parte. Il vostro amico, invece, continua la sua stanca e suicida routine quotidiana.

Voi ne siete fuori, lui no, che fate? Più difficile, vero?

Bene, ora vi chiedo una cosa: secondo voi, l’adolescente che ha perso quell’amico, ma ha smesso di farsi, non sentirà mai l’impulso di chiamare quell’amico?

Non dico per farsi, ma per una qualsiasi ragione. Forse solo per commentare un film, anche se sapreste bene che, probabilmente, a lui fregerebbe poco.

Se avete mai interrotto una storia d’amore di una certa importanza, sapete bene che per giorni, a volte mesi, si continua a mantenere determinate abitudini e dinamiche, come se quella persona fosse ancora nella nostra vita.

Basta anche una stupidaggine, come, ad esempio, il messaggino della buonanotte, che ad un certo punto smette di arrivare. A qualcuno di voi sarà capitato perfino di scriverlo, quel messaggio, per poi dovervi rendere conto di doverlo cancellare.

Chiamiamola, se volete, la “Sindrome dell’ALTRO fantasma”.

Non è un segreto che ho perso mio padre da bambino, ricordo che per mesi ho atteso di sentire, verso le 19:00, il suo classico ritorno a casa: il “fischio” sulla porta, poi le chiavi che risuonavano nel cesto all’ingresso. A volte mi capita ancora di pensarci, pur vivendo in un’altra casa e dopo 27 anni.

Non per fare un paragone stupido, ma mi capita con un gatto, volete che non mi capiti con mio padre? Dopo più di un anno dalla perdita del mio felino, ancora lo cercavo, per giocarvi un po’, quando mi recavo alla casa materna per il pranzo della domenica, salvo poi “ricordare” che non c’era più, vedendo il suo angolo vuoto.

Lo ricordo bene, come se fosse ieri: non era semplice mancanza! Io mi aspettavo DAVVERO di sentire mio padre rientrare, come se fosse del tutto normale. Ogni sera, poi, dovevo rendermi conto che stavo aspettando il mio “Altro fantasma”.

Perché dovrebbe esserci qualche differenza, tra una “perdita” umana dovuta ad una malattia ed una dovuta ad una scelta?

In entrambi i casi, pur con premesse diverse, la conseguenza è identica: quella persona, alla quale avete dovuto rinunciare, continua a far parte della vostra routine, come un appunto a margine di una pagina di storia.

Insomma, se rinunciare ad una mano vi è sembrato difficile, sembra chiaro che sia ancora più complicato farlo con le persone, perché subentra tutta una serie di fattori che influiscono sulla scelta finale.

Uno dei fattori è che le conseguenze non sono subito visibili: una mano amputata si vede subito, come immediatamente i dottori possono dirvi se quella famosa infezione è stata bloccata meno.

Con le persone, invece, tutto questo è meno netto, anche se potremmo paragonare il periodo di transizione a quello di convalescenza.

Un altro fattore fondamentale, almeno credo, è dovuto alla scelta che, non sempre, ma spesso, queste persone hanno fatto.

Sì, LA LORO scelta, non la vostra!

Torniamo all’adolescente di poco sopra: il suo migliore amico aveva una scelta, che ha effettuato e che ha avuto conseguenze su entrambi. Il vostro ex datore di lavoro ha potuto scegliere di darvi quell’aumento, optando di non farlo e influendo sulla vostra decisione di andarvene.

Le nostre scelte influiscono sulla vita degli altri e viceversa. La mano, invece, non sceglie di ammalarsi: la mano si ammala e punto!

Eppure, sia nel caso di un distacco da un arto, che da una persona, le dinamiche sono molto simili: arriva il problema, si valuta, si bilanciano le alternative ed a quel punto si decide se avere amor proprio e tagliare, oppure sottoporsi al rischio di affidarsi all’intervento divino.

Per mia esperienza, l’intervento divino non arriva mai, ma ognuno è poi libero di sperarci.

Io ci ho sperato tante volte in quel miracolo, ma alla fine ho capito che, anche se esistesse un Dio ed anche se volesse essere estremamente benevolo, nei vostri confronti, sarebbe molto più facile che vi salvi una mano, piuttosto che un rapporto umano: esiste, infatti, il libero arbitrio.

Possiamo avere un controllo sul nostro corpo, non sulla vita di un’altra persona.

La morale, almeno quella che io mi sono dato, è che la prossima volta che vi ritrovate a dover scegliere se mantenere o meno un rapporto al quale tenete molto, ma che funziona come “un’infezione” sulla vostra anima, potete fare un esperimento: tagliatevi una mano, se la vedrete ricrescere, allora potrete anche sperare di sopravvivere, con quella persona, nella vostra vita.


Photo de Juan Pablo Serrano Arenas provenant de Pexels

Editing e Revisione: Claudia Beccio

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