Un tuffo dentro il vuoto ed un saluto al papà

Domenica mattina, ore 08:30 circa, in un piccolo cimitero di provincia un uomo è in piedi di fronte alla tomba del padre, con i vestiti umidi ed una sigaretta in tasca, che non accende per timore reverenziale.

Sono passati anni dall’ultima volta che è andato a trovarlo da solo e comunque mai a quell’ora: cosa è cambiato?

Per capirlo bene, l’ideale sarebbe ripercorrere i precedenti 24 anni, dal giorno in cui si sono salutati, quando l’uomo era quasi adolescente, fino a quel momento preciso, ma può bastare anche solo ripercorrere la notte prima.

L’uomo era uscito di casa sul tardi, per bere una cosa con gli amici. Aveva passato il pomeriggio ad oziare, un’attività che era quasi una conquista per lui, perché era da tempo che non riusciva più a stare fermo, immobile, senza sentire il bisogno di riempire costantemente il vuoto che sentiva dentro, con qualcosa da fare.

Nell’ultimo periodo, però, anche se il vuoto non era sparito, aveva imparato almeno a conviverci, facendo spallucce, a dare il giusto peso ai vari problemini quotidiani.

La serata era divenne presto nottata, trascorsa tra giri di bevute e risate, fino a quando la comitiva si sfoltì e l’euforia divenne un calmo scambio di chiacchiere.

Ad un certo punto l’uomo notò una donna, seduta su una panchina, in disparte, visibilmente rattristata: non era una donna qualsiasi, almeno non per lui.

Quella donna aveva occupato i suoi pensieri per mesi e forse ancora lo stava facendo, anche se in un modo molto più tenero e blando, almeno in una maniera che gli permetteva di dormire sereno.

Anche un suo amico aveva riconosciuto la donna: “Vai”, disse l’amico. “Certo che vado”, rispose l’uomo, ma senza alcuna intenzione o aspettativa.

L’uomo non nutriva più alcuna speranza, l’unica cosa che lo attirò verso quella panchina fu la pura empatia, la tristezza condivisa: lui sapeva bene perché la donna fosse così triste, conosceva il nome, il volto, l’ubicazione precisa della persona che lei avrebbe voluto, ma che non poteva avere.

L’uomo neanche si accorse di aver attraversato la strada e si ritrovò di fronte alla donna, che provò a sorridere, ma non ci riuscì.

Susseguirono  poche frasi, lei scoppiò a piangere, si abbracciarono, lei si calmò, poi prese la via di casa ed all’uomo rimase una strana pace amara: la pace della rassegnazione e l’amarezza di vedere piangere una persona che aveva nel cuore.

Un giro di bevute ancora, poi la decisione di andare a bere un caffè, insieme a due persone, un disegnatore ed una fotografa, che non erano considerabili due “Amici”, ma con le quali divideva spesso i tempi morti delle serate a perdere.

La donna era ancora in auto, i tre tentarono di convincerla a seguirli, ma era chiaro che l’unica cosa che lei desiderava era di restare sola con se stessa e probabilmente era davvero quello di cui aveva bisogno.

Arrivò, finalmente, il caffè, un dolce, una sigaretta ed il momento di rincasare, ma all’uomo venne un’idea: un bagno a mare, improvvisato dal nulla. Se si fossero mossi in tempo, avrebbero potuto nuotare all’alba.

Dei due amici, solo la fotografa accettò l’invito e dopo neanche un’ora erano in spiaggia, con il sole che sorgeva alla loro sinistra ed il mare avanti: un tuffo, due bracciate, il largo.

Fuori dall’acqua faceva freddo, ma i raggi del sole sorgente cominciavano già a diventare un caldo fuoco al quale asciugarsi.

I due si rivestirono, un altro caffè, ancora qualche chiacchiera, qualche racconto, poi i saluti e la via di casa per entrambi.

Lungo la strada del ritorno, però, all’uomo venne una voglia che non sentiva da tempo, che ora era tornata forte, risvegliata dall’odore del mare, dalle luci dell’alba, di rumori sereni del mare non ancora agitato dai turisti.

L’uomo decise di far visita al padre, al cimitero, perché era da quanto c’era “il vuoto” che aveva smesso, senza mai pensare di chiedere consiglio proprio alla persona che più gli avrebbe potuto suggerire come riempirlo.

Lungo i viottoli del camposanto, i vecchietti e le vecchiette lo guardavano incuriositi: cosa ci faceva lì a quell’ora, un giovane uomo, con i vestiti del venerdì sera ancora umidi?

Qualcuno fece anche una battuta, ma in modo simpatico: un sorriso, uno in cambio, poi avanti verso la tomba del padre, senza però prima dimenticare di far visita agli zii, ai nonni ed a quella ragazzina, che neanche conosceva bene, che vent’anni prima era stata portata via dalla malattia.

Arrivò di fronte al padre, restando fermo a guardare il marmo candido di Carrara, che spiccava luminoso tra gli altri loculi venati di grigio.

Ora che era lì, non sapeva neanche cosa dire o cosa chiedere, l’unica cosa che gli venne in mente fu: “È complicato”.

Restò qualche altro minuto, prima di salutare ed andare via, cercando di ricordare perché era andato lì: il vuoto, in fondo, era parte di lui, ci era quasi affezionato.

A casa, di prima mattina, con ancora il sapore di sale sulla pelle ed i capelli umidi, si lasciò cadere nell’abbraccio di un sonno profondo, che gli avrebbe regalato sogni di mare, di bevute e di risate, fino a farlo risvegliare con la convinzione che i sogni sono il modo in cui la realtà riempie i propri vuoti e che non è tanto importante realizzarli, quanto averli.

L’uomo guardò il suo vuoto e non lo vide più piccolo, ma certamente meno spaventoso.

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