Logos – Capitolo Zero – “Trovare le Parole”

Si passavano anni a cercare le parole per cominciare una storia, non perché non sapessimo cosa dire, ma perché spendevamo la maggior parte del tempo a cercare gli incipit, dimenticandoci, il più delle volte, del contenuto stesso delle nostre vite: un’intera generazione bloccata sulla soglia di un discorso, che incredibile spreco di materia prima.

Io ricordo quei tempi, sono abbastanza vecchio da aver conosciuto il libero mercato, l’ebbrezza della scelta illimitata di termini e costrutti, l’articolazione incontrollata dei rapporti tra sintassi e grammatica; quello che non sono è abbastanza vecchio da avere problemi morali nel lucrare sulla loro carenza.

C’era stata un’epidemia in qualche angolo sperduto del pianeta e non è tanto importante che questa si diffuse ovunque in poco più di sei mesi, non lo sono i sintomi, per quanto raccapriccianti, come non lo è la circostanza che portasse alla paralisi ed alla morte in un paio di settimane; quello che ad un certo punto fu chiaro e che davvero importa, per quanto assurdo, fu il mezzo di diffusione: il linguaggio.

La malattia si diffondeva attraverso le parole: non attraverso l’aria che le trasportano, ma attraverso i semplici concetti stessi.

I cervelloni di tutto il pianeta erano eccitatissimi ed ognuno disse la sua; qualcuno scoprì che alcune parole erano più contagiose di altre, qualcun’altro che addirittura il linguaggio scritto era conduttore del virus.

Più concetti si esprimevano, in forma orale o scritta, più se ne perdevano, finendo per dimenticarli: da un giorno all’altro le persone si ritrovavano prive di ciò che, quotidianamente, più conoscevano.

Un calciatore, guardando l’oggetto sferico che gli correva tra i piedi, non riusciva più a chiamarla “palla”, le maestre persero la parola “bambino”, gli informatici non riuscivano a dire “computer e così via.

Volendo essere scientificamente corretto, cosa che non mi è mai riuscita benissimo, c’è da precisare che non si trattò di un virus vero e proprio: la gente lo chiamò così perché nessuno seppe catalogare questa serie di avvenimenti.

L’ipotesi più accreditata fu che si trattasse di una specie di interferenza tra campi magnetici e cervelli, non credo debba ribadire la mia poca agilità nelle questioni scientifiche. Io sono sempre stato un tecnico, uno che parte da A ed arriva a C, passando per B: io premo bottoni e muovo leve, non mi interessa sapere altro.

La malattia decimò la popolazione del pianeta, fino a quando una commissione internazionale, incaricata di trovare una soluzione, non presentò la sua cura: nano macchine, esserini robotizzati grandi quando uno spermatozoo, iniettati comodamente come se fossero un vaccino ed incaricati di regolare e controllare i flussi elettrici del linguaggio.

Questi esserini, tuttavia, non erano tanto intelligenti da poter coprire tutto il linguaggio ed il loro alto costo portò i governi a decretare ciò che avrebbe cambiato per sempre il modo di intendere la vita stessa: rendere le parole una merce di scambio, controllata e monopolizzata dalla commissione stessa.

All’inizio fu quasi impercepibile, la gente continuò per anni la vita di tutti i giorni e regolarmente acquistava le dosi di parole per comunicare, ma i danni della malattia ed una scellerata politica economica internazionale rendevano i prezzi sempre più alti, fin quando gli stipendi non vennero più pagati in denaro, ma in crediti elettronici chiamati “Logos”, con i quali si potevano acquistare pacchetti di parole e che divennero la nuova moneta dell’intera economia globale.

La sorpresa arrivò quando la gente cominciò a morire: restare senza soldi non aveva mai ucciso direttamente qualcuno, restare senza Logos lo faceva: la malattia si ripresentava, dando prova di non essersene mai andata.

Ci furono delle rivolte, ma la commissione deteneva il controllo totale le fabbriche di Logos e quei cazzo di ragnetti robotici che ti iniettavano erano programmati per poter essere disattivati a distanza: avrebbero potuto ucciderci tutti premendo un solo bottone e si dice che in molti casi lo fecero.

Fu a quel punto che la pirateria, come ogni volta che qualcosa di indispensabile viene monopolizzato, divenne la nuova resistenza.

Io sono un tecnico e sapevo bene che la mia capacità di tirare le leve mi avrebbe fatto molto comodo al mercato nero: io trovo i clienti, inietto i Logos piratati ed incasso il denaro; vado da A a C, passando per B.

La commissione, ovviamente, sa bene dell’esistenza dei pirati e ci da la caccia, si potrebbe dire che siamo la prova stessa che, in realtà, produrre Logos per tutti non costerebbe così tanto, ma non è compito mio dimostrarlo ed a dire il vero se non esistesse il monopolio non ci sarebbe il contrabbando ed io sarei disoccupato: quindi non parlatemi di morale, io sono un tecnico.

Mi chiamo Gabriele, come l’Arcangelo ed in effetti è proprio così che mi chiamano i miei clienti quando parlano di me. Quando sono con me, invece, mi chiamano “Signore”, perché io ho un lavoro importante: io gli vendo le parole.

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