Ho conosciuto il fantasma di Adriano Olivetti

[Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

Ho conosciuto il fantasma di Adriano Olivetti, a voi la scelta di crederci o di pensare che sia solo un escamotage letterario.

Ero al centro commerciale, in ammirazione delle vetrine dell’Apple Store, contemplando i nuovi modelli.

Mentre sbavavo, mi si avvicinò un uomo ben vestito, dall’accento piemontese, paffutello e con quella rassicurante calvizie che, ricordando mio padre, mi spinge sempre a dare confidenza.

L’avevo già visto, ma dove? Non era del posto!

Chissà, forse era un cliente dell’azienda in cui sono impiegato o semplicemente si era trasferito al sud, per lavoro (sì, può capitare) e che faceva la spesa al mio stesso supermercato.

Per sicurezza, evitando di passare per maleducato, lo salutai, lui ricambiò, poi tornai a sbavare.

«Bello vero? I miei ragazzi sono stati proprio bravi! Vuoi che ti racconti come hanno fatto?»

“WOW” pensai, “sarà un ingegnere della Apple, l’avrò visto in un documentario, ecco perché lo conosco!”

Io ho un debole per i dispositivi mela-marchiati, pur consapevole che costano per la metà a causa del logo, quindi accettai volentieri e mi proposi di offrirgli un caffè.

Arrivammo al bar, ci sedemmo, io ordinai un espresso, ma lui non volle consumare: «magari, grazie, ma non posso.»

Pensai che avesse qualche problema di salute, forse il caffè gli faceva salire la pressione, quindi, da buon meridionale, cominciai a fare l’elenco di tutte le altre cose che avrebbe potuto scegliere: un succo, un tè, una fetta di torta… Un bicchiere d’acqua… Niente, non volle proprio farmi compagnia!

Consumare soli al bar, mentre un altro guarda, è tra le pochissime cose sulle quali un meridionale diventa intollerante, ma lui doveva saperlo, perché mi sorrise e mi rassicurò sul fatto che apprezzava comunque l’offerta.

Doveva conoscere bene il popolo del sud, cosa che mi convinse ulteriormente che fosse un polentone trasferito, per lavoro, in terronia.

«Vive qui da molto?» Chiesi.

«Purtroppo No, ma mi sarebbe piaciuto. Si sta bene, c’è un bel clima» rispose.

Mi spiegò che, quando lavorava, era stato un imprenditore e che molti dei suoi operai erano stati meridionali “emigrati” al nord.

«Quindi è in pensione adesso? È qui per vacanza? Perché io ho l’impressione di conoscerla, ma mi sfugge come» gli spiegai.

«Certo che mi conosci, te l’ho detto: i miei ragazzi hanno inventato il personal computer! Hai presente il P101? È l’antenato di tutti i desk-top…» rispose divertito.

Io sorrisi, poi scoppiai proprio in una grassa risata, perché sapevo che stava evidentemente scherzando e perché sono ormai abituato alla mia straordinaria capacità di attirare le attenzioni di vecchi in cerca di attenzione.

Per chi non lo sapesse, il P101, vale a dire il “Programma 101”, è un calcolatore elettronico, anzi IL PRIMO calcolatore elettronico portatile e a basso costo, progettato dalla Olivetti, nel 1965. Sì, lo abbiamo inventato qui in Italia, come quasi tutte le cose sulle quali gli USA hanno poi lucrato!

La rivoluzione di quel calcolatore fu proprio nel fatto di essere piccolo ed economico, cosa che lo rendeva accessibile da un pubblico più “commerciale”, che poteva usarlo anche sul tavolo della cucina… Da qui la nascita dell’espressione “Desk-Top”.

In effetti, qualcosa di vero, nella storia di quell’uomo, c’era: si dice che il P101 abbia ispirato Steve Jobs nella creazione dell’Apple 1, anni più tardi, aprendo la strada all’informatica come la conosciamo oggi.

La storia che l’avesse inventato lui o che l’avessero fatto”i suoi ragazzi” tuttavia non reggeva: era troppo “giovane”. Avrà avuto sì e no sessant’anni e all’epoca del P101 sarà stato, al massimo, un neonato!

In più, ero consapevole di conoscere benissimo la storia del calcolatore italiano e dell’Olivetti in generale, della grande rivoluzione industriale attuata dal grande Adria… Ecco, mentre pensavo questa cosa, mi si gelò il sangue nelle vene, perché riconobbi quel signore e capii dove l’avevo già visto: era Adriano Olivetti o almeno gli assomigliava tantissimo!

Sono una persona tendenzialmente razionale, quindi pensai immediatamente a due spiegazioni lucide: era un parente, magari un figlio piccolo o un nipote grande, oppure era un sosia che stava cercando di raggirarmi per spillarmi denaro.

«Guardi, non sono in vena di scherzi» misi subito in chiaro.

«Nessuno scherzo, guarda il tuo telefono» rispose.

Sospettoso, tirai fuori il telefonino dalla tasca e al posto della schermata di blocco c’era solo uno schermo nero, con una scritta verde: “Ora capisci perché non posso consumare al bar?”

«Come li chiamate quei cosi? “Smartphone”? Bella invenzione, peccato che vi rendano sempre meno “smart”» commentò.

«Ok, bel trucchetto, lo ammisi, ma nel 2022 non è così difficile procurarsi una tecnologia in grado d’interferire con i telefonini vicini.»

«Anche con un iPhone? Te l’ho detto: lui è smart, tu meno» commentò di nuovo.

A questo punto l’unica logica da applicare era solo quella di Spok: “Se elimini l’impossibile, quello che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità.”

L’impossibile, in questo racconto, sta nel fatto che io mi trovassi di fronte un agente della CIA con una tecnologia in grado d’interferire, in quel modo, col mio telefonino e l’improbabile residuo è che quell’uomo fosse effettivamente Adriano Olivetti o almeno il suo fantasma.

«Mio Dio, mio dio, mamma, mamma mia, madonnina mia…»

«Vabbeh, vuoi chiamare qualche altro? Mi presenterei, stringendoti la mano, ma come puoi capire non posso afferrarla».

M’imposi calma e sangue freddo, avevo poche alternative: dare di matto al centro commerciale o stare al gioco e vedere dove mi avrebbe portato!

«Ti va di fare due passi?» Mi chiese.

Non mi sarebbe mai più capitato di poter camminare con uno dei più grandi imprenditori italiani, forse col più grande mai esistito, quindi, ovviamente, accettai e uscimmo dal centro commerciale.

Ci avviammo verso una zona più isolata, come fu lui a suggerire, per evitare che qualcuno mi prendesse per pazzo, vedendomi parlare da solo.

Quando fummo ormai distanti dalla folla, mi tolsi la mascherina.

«Le chiedo scusa, ma con i tempi che corrono meglio stare attenti. Per lei non è un problema se la tolgo, vero?»

Lui rise, «Tranquillo ragazzo, a me i virus non fanno più niente e poi anche io ho indossato una di quelle per un paio d’anni, da ragazzo…»

«Giusto, la spagnola! Anche voi avevate i no-mask?»

«Certo! Gli idioti sono sempre esistiti!»

«E anche all’epoca si parlava di dittatura sanitaria?»

«Ho detto che gli idioti sono sempre esistiti, ma grazie a Dio ai miei tempi non gli davamo credito fino a questo punto… E poi non ce ne fu il tempo: la dittatura arrivò poco dopo, quella vera però!»

«Sì, giusto, mi scusi… Ecco, anche di questo volevo chiederle… Lei è stato un antifascista convinto…»

«Sì, ma a fasi alterne… Per un periodo ho perfino pensato di essere Fascista, addirittura mi tesserai…»

«E poi?»

«Cominciarono a parlare di razza, di guerra… A rastrellare le persone… A me non piaceva, io ero interessato all’architettura…»

«Capisco!» Non è vero, non capivo, ma feci finta di nulla.

Continuammo a camminare, lui procedeva con sicurezza, ma senza fretta. Io, anche se con passo più svelto, avevo l’impressione di rincorrerlo.

«Dove stiamo andando, signor Adriano?»

«Passeggiamo!»

«Sì, ma verso dove?»

«Che importa? Cammina, finché sei in grado di farlo!»

Io non avevo certo l’ardire d’iniziare la conversazione, quindi camminai, zitto, aspettando che fosse lui a prendere la parola e così fu, di lì a poco.

«Allora, i miei ragazzi sono stati bravi sì o no? Peccato che io non riuscii a vederlo!»

Si riferiva ancora al P101 e al modo in cui aveva influenzato il mondo dell’informatica e al fatto che lui venne a mancare qualche anno prima dell’avvio della progettazione.

«Certo, geniali! Peccato che nessuno ne abbia tratto beneficio nel bel paese… Ci fosse stato lei!»

«Non capisco perché voi giovani contemporanei siate così fissati con la nostalgia… “Quando c’era lei”, “quando c’era lui”… Ora ci siete voi, fatevene una ragione e datevi pure una mossa, perché non siete eterni, come puoi vedere…»

Ecco, prima “cazziata” ottenuta in meno di mezz’ora: record stabilito!

«Mi parla dell’Olivetti?» Presi coraggio e chiesi.

«La macchina per scrivere? Che dire… Funzionava bene, non sbavava, era leggera…»

«No… Intendevo il suo sogno… Il suo progetto!»

«Ah, ma allora non devi chiedermi dell’Olivetti, quello ne era solo il contesto… Io avevo un sogno molto più grande, di cui la mia azienda fu solo una piccola parte!»

«In che senso? Lei aumentò i salari, rese le condizioni di vita degli operai più umane, costruì perfino asili nido per i loro figli e questo aumentò la produzione… No?»

«Questo per te sarebbe “il sogno”? Giusto, scusami, dimentico sempre in che razza di mondo vivete… Per me quella era solo pura logica: un operaio felice è un operaio senza pensieri, quindi senza distrazioni, quindi più produttivo… Anche oggi qualcuno l’ha capito, ma non in Italia e sicuramente non tra chi può cambiare davvero le cose…»

In effetti, solo in quel momento mi resi conto che quello che io definivo “sogno” sarebbe dovuta essere la pura e semplice normalità e che era davvero molto triste che neanche provassi a sottintenderlo!

«Qual era ,allora, il suo sogno?»

Lui si fermò, tirò un sospiro malinconico e poi esclamò: «breve è la vita di chi accarezza sogni di cui dovrà affidare la realizzazione ad altri.»

Chiaro no? NO, per niente e glielo feci notare, chiedendo di spiegarsi meglio!

«Ti spiego: io avevo da tempo l’idea di puntare l’Azienda verso la produzione elettronica, in fondo i tempi stavano cambiando. La P101 era un sogno per me, ma furono i miei ragazzi a realizzarlo… Sfortunatamente io non ero lì per difenderlo e dopo un po’ il sogno svanì. Capisci adesso?»

«Il suo sogno era realizzare un personal computer?»

«Quei telefonini vi stanno facendo davvero male, ragazzo… Il mio sogno non riguardava un “qualcosa”, ma un “qualcuno”! Il mio sogno eravate voi, generazioni che neanche avrei mai conosciuto! Pensi che quegli asili nido fossero lì solo per liberare le madri e i padri, mentre lavoravano? Non erano parcheggi, ma incubatori! Ci lavoravano i migliori educatori! Istituii borse di studio per i figli dei miei operai, doposcuola, lavoratori di ricerca… Io non stavo più costruendo macchine e calcolatrici, stavo coltivando menti! Con il mio amico Altiero…»

«Spinelli?»

«Sì, lui! Lui e io progettavamo un’Europa davvero unita, senza legami o cordoni ombelicali, un posto dove i giovani avessero potuto viaggiare, studiare, lavorare e collaborare a un mondo migliore!»

«Però oggi è così, no? Non ci sono frontiere in Europa…»

«Dici? Cosa avete in comune tu e uno svedese, la brugola per montare i mobili low cost?»

In effetti, aveva ragione!

«Il mio sogno, ragazzo, non era permettere a un mio operaio di avere una vita dignitosa, ma che tu imparassi a pretenderla! Lo capisci?»

«Sembra facile! I tempi sono cambiati… Sono duri!»

«Lo dici a me? Ho vissuto due guerre mondiali, con una pandemia nel mezzo… Secondo te erano meno duri? Proprio perché è difficile allora non solo è possibile, ma addirittura necessario!»

«Si rende conto che oggi gli imprenditori si lamentano di non trovare gente disposta a lavorare sottopagata? Come si ragiona con questa gente? Non sono tutti come lei!»

«Questo non è un problema! Lo saranno presto, come me intendo…»

«Illuminati?»

«No, morti! Il vero problema è come saranno quelli che li sostituiranno… Come sarete voi? Come saranno i vostri figli? Per voi c’è poca speranza, ma per i vostri figli forse ancora sì! Fate in modo che il “mio” sogno sia per loro qualcosa di scontato!»

«Io non ho figli!»

«Tutti avete figli! Se la responsabilità delle nuove generazioni cadesse solo sulle spalle dei genitori allora non ci sarebbero più speranze, nessuno può essere così onnipotente da crescere un figlio da solo… Neanche il Padreterno ci riuscì e chiese una mano a Giuseppe!»

«Ehm, signor Adriano… Non finì tanto bene però…»

«Dici? Tu lo sai quanto fattura, ogni anno, il ricordo di quel bambino?»

Nulla da dire, aveva vinto a mani basse!

«Quindi lei suggerisce di puntare sull’educazione dei giovani? Non è un’idea così originale, questo lo dicono in tanti!»

Mi guardò, palesemente irritato: forse avevo esagerato!

«Allora, ragazzo, cerchiamo di capirci! In primo luogo io non sono “tanti”, sono Adriano Olivetti e penso di avere ancora qualcosa da dire in merito a questo mondo! In secondo luogo, voi non potete educare neanche un micio randagio, figuriamoci dei bambini! Sulle nuove generazioni voi dovete solo vigilare, evitare che si facciano male, dargli ascolto e assolutamente non influenzarle! Per carità, ci manca solo che tramandiate a loro i vostri problemi, come i vostri genitori hanno fatto con voi! Non lo vedi di quanto siano migliori di tutti voi, se non intervenite? Un ragazzino è razzista se il padre e la madre lo sono! I bambini si vedono bianchi o neri solo se i genitori glielo fanno notare, altrimenti vedono solo qualcuno per fare amicizia. È dovuta arrivare una tredicenne con le treccine e l’impermeabile, per farvi capire che forse era il caso di smettere di usare questo pianeta come una pattumiera! No, assolutamente No! Voi dovete limitare il vostro intervento allo stretto necessario!»

Avevo molto su cui riflettere e continuammo a passeggiare, ancora per un po’, in silenzio, finché il sole non cominciò a tramontare e lui mi disse che era arrivato il momento di salutarci.

«Hai capito, allora, cosa devi fare?»

«Sì, signor Adriano… Penso di aver capito!»

«Cosa?»

«Sognare!»

«Sì, ma… Sognare cosa?»

«Non importa, finché sarò capace di farlo!»

«Bravo ragazzo, forse quell’aggeggio che tieni sempre in mano non ti ha ancora del tutto fuso il cervello.»

Mi sorrise, si girò di spalle e sparì, con un effetto dissolvenza così fluido che nessun calcolatore avrebbe mai potuto programmare.

A questo punto, avevo, come adesso l’avete voi, una scelta. A cosa Credere? Ho davvero incontrato Adriano Olivetti o fu tutto frutto della mia fantasia?

Forse sono pazzo o forse lo sarei a pensare di aver immaginato tutto: in fondo, è un bel sogno, no?

Con questo pensiero, m’incamminai verso l’auto e per una volta, mentre sgambettavo, non controllai le notifiche sul telefonino, ma lo lasciai in tasca e mi guardai intorno, osservando il cielo, i passanti e perfino le cartacce in terra.

Tutto, allora, fu davvero chiaro!

Avevo sempre visto in Adriano Olivetti un uomo con lo sguardo puntato sul futuro, invece era semplicemente qualcuno che sapeva cosa guardare nel suo presente!

Ora lo so! Possiamo DAVVERO cambiare questo mondo, ma se non ci guardiamo intorno non riusciremo mai neanche a sapere COSA cambiare!

Ogni bel sogno, in fondo, è ambientato nella realtà in cui viviamo!

2 pensieri su “Ho conosciuto il fantasma di Adriano Olivetti

  1. ho letto con grande piacere il tuo articolo dedicato a un imprenditore molto amato, non solo in Piemonte, cui avrebbero dovuto ispirarsi suoi colleghi purtroppo molto meno intelligenti e attenti alle esigenze dei lavoratori e del sistema produttivo italiano. Complimenti per il taglio fantasioso, ma rispettosissimo, del pezzo.

    Piace a 1 persona

    1. Ti ringrazio Daniela, il rispetto per un personaggio del genere è dovuto, ovviamente lo stile del blog non mi permette di approfondirlo, anche perché non credo di essere la persona più legittimata a farlo. Ho sempre ammirato Adriano Olivetti, purtroppo delle sue idee è rimasta solo una fiction molto romanzata.

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