La mia cantastorie appesa al muro

[Tempo di lettura stimato: 7-8 min]

Ho trascorso l’intera notte a fissare la mia prima chitarra, appesa al muro, nella mia camera da letto, chiedendole di raccontarmi una storia.

È davvero difficile scrivere questo pezzo, perché tratta di alcune persone realmente esistenti, ma cercherò, per quanto possibile, di mantenerne l’anonimato.

Se qualche altra persona pensasse di non essere stata presa in considerazione, le farò presente che, probabilmente, non c’entra con la chitarra, ma questo non vuol dire che non c’entri con me.

Io non sono un chitarrista, non ho mai imparato davvero a suonare quello strumento, riesco a malapena a mettere insieme accordi minori e maggiori, al massimo qualche settima, ma senza dubbio quella chitarra è l’oggetto più importante che posseggo, insieme ad un coniglio di pezza, un ritratto delle mie mani ed un paio di occhiali-cannuccia.

Non è il valore economico a rendere le cose preziose, ma la storia che raccontano e quel pezzo di legno ne ha davvero tante da raccontare.

Mi fu regalata per una Befana di una ventina di anni fa, su idea di mia madre, ma scelta da un uomo stupendo, che mi ha insegnato quasi tutto quello che conosco in fatto di Musica, oltre che molto della Vita stessa ed a farmi la barba.

Non ho mai imparato bene una sola di queste tre cose, ma questa è la prima storia che quella chitarra può raccontare.

No, non parlo di mio padre, che è venuto a mancare molti anni prima, ma di una persona che potrei quasi considerare tale.

Era il papà della mia prima fidanzatina al liceo, ma divenne, presto, un po’ anche il mio.

Quando quella chitarra arrivò tra le mie mani, erano già mesi che dicevo che avrei voluto acquistarne una. La volevo color rosso scuro, con battipenna nero e meccaniche cromate, ma non la descrissi mai a nessuno.

Quella mattina mia madre mi svegliò, dicendomi che in salotto c’era una sorpresa. Mi alzai e c’era lui, con una chitarra infoderata tra le mani.

Sapete com’è la chitarra che venne fuori dalla custodia e che ora penzola nella mia stanza?

Era color rosso scuro, con il battipenna nero e le meccaniche cromate: fu amore a prima vista!

Passai tutta la giornata a cercare in internet metodi per chitarra, ma all’epoca il web era molto diverso da oggi, io avevo ancora il 56k e fu molto difficile trovare qualcosa di davvero utile: ci pensò quell’uomo a darmi le prime basi.

Chiamai la chitarra “EFFE”, le ragioni di questo nome ve le spiegherò più avanti.

Con gli anni ho acquistato altre chitarre, che suonano anche molto meglio, ma lei è l’unica che tengo in camera, perché ormai non è più solo uno strumento musicale: è un paramento sacro, un crocifisso, l’immagine di una Madonna, qualcosa di “OLTRE”, rispetto ad un semplice oggetto.

Quell’uomo, qualche anno fa, ci ha lasciato ed io, con il cuore scuro, non ho potuto salutarlo, né partecipare al funerale: questo è uno dei più grandi rimpianti di tutta la mia vita.

La seconda storia che quella chitarra può raccontare e quella di un adolescente o poco più, innamoratissimo di una ragazzina, di qualche anno più piccola, con la quale ha condiviso il passaggio dall’essere bambini all’essere adulti, per poi salutarsi.

Lei era (ed è) bellissima, penso che molti abbiano invidiato all’adolescente la sua compagnia, ma soprattutto era (e credo sia ancora) una persona di un’intelligenza straordinaria.

L’adolescente era affascinato dalla maturità argomentativa della ragazzina e in qualche modo la subiva: era chiaro che, tra i due, quella con il cervello più fino fosse lei.

Lei leggeva molto, lui no. Lei ascoltava cantautori, lui Rap. Lei conosceva a memoria le costellazioni, lui al massimo riconosceva la Luna in cielo.

Non so dirvi se quell’adolescente, che avrete capito bene sono io, abbia insegnato qualcosa alla ragazzina. So dirvi, per certo, che è avvenuto il contrario.

Ero talmente estasiato da quella mente, da cercare di assorbirla, di farne mie alcune dinamiche, fino a continuare anche dopo, quando la storia era ormai finita da anni.

Quella chitarra non è stata testimone della nascita di quella storia, ma di certo lo è stata della fine, oltre che dello strascico, che è durato anni, se è davvero mai finito.

Volevo diventare “migliore”, essere un po’ come la ragazzina, con la risposta sempre pronta, con una citazione, un argomento o un aneddoto sempre a portata di racconto.

Il grave problema è che credo di esserci riuscito!

Se oggi potessi parlarle, credo che, scostato il velo di “Alfonso”, troverebbe molto di se stessa, almeno di quello che lei era 20 anni fa.

Ho avuto molte altre storie dopo di lei, una molto lunga, alcune meno durature, ma a loro modo importanti, troppe davvero senso senso ed una, ahimè, mai nata.

La storia lunga fa ancora parte della mia vita, anche se con un ruolo diverso, ma c’entra poco con la chitarra e quindi non ne parlerò in QUESTO pezzo (Ciao, perdonami, arriverà il tuo turno personale, ci sentiamo dopo e cmq i gialli sono i miei!).

Le storie “meno durature, ma a loro modo importanti”, non sono tante, ma sono contento di poter parlare ancora con molte di loro, anche se con qualcuna di più, con qualcuna di meno e con una spero di recuperare, un giorno, un rapporto.

Di quelle senza senso non ho ragioni di parlare, mentre di quella mai nata non ho voglia di farlo ancora, anche perché ormai non saprei più cosa dire e quello che saprei sarebbe inutile.

Lei, la ragazzina col viso di un angelo, il corpo di un’indossatrice ed il cervello di un genio, però, fu la prima: per quanto ne porti ancora, letteralmente, i segni addosso, è con lei che ho cominciato a cercare, inutilmente, di capire qualcosa del misterioso mondo delle donne.

Oggi, ad un mese preciso dall’avere 40 anni, l’unica cosa che ho capito delle donne è che non ci capirò mai un cazzo e neanche ci provo più!

La terza storia che quella chitarra può raccontare è di pochi anni fa, ambientata in una notte d’Agosto, sul balcone della mia casa di famiglia.

Anche questa volta il centro della storia è un personaggio femminile, stavolta una donna adulta e matura, alla quale non smetterò mai di chiedere scusa per come mi sono comportato nei suoi confronti.

Un giorno scriverò un pezzo solo su quest’argomento, perché non merita di essere trattato come un semplice paragrafo.

Ai fini del discorso, vi basterà sapere che mi sono comportato davvero molto male con lei che, essendo una Donna con la D grande quanto una montagna, fece quello che dovrebbero fare tutte le Donne in questi casi: chiudermi la porta in faccia e non riaprirla mai più!

Quella notte ero un uomo al suo minimo storico, nel mezzo di una notte afosa, in compagnia di una birra, una fumata ed una chitarra.

In quel momento mi resi conto che, fino a quel momento, ero sempre stato attratto da donne che abitavano ad Est, rispetto a casa mia e cominciai a ragionare sul fatto che, per questa ragione, il Sole sorgesse prima su di loro, che su di me.

Dal ragionamento nacque una canzone, che prese il nome dell’orario in cui fu scritta “Zerocinquequattrocinque”, ovvero le 05:45, come indicava il mio telefonino.

In quell’occasione la chitarra fu non solo testimone, ma anche protagonista, della storia: dopo quella notte, non ho mai scritto una canzone più bella (per me) e non mi sono mai più comportato in quel modo con una donna.

Ci sono tantissime altre storie che quella chitarra potrebbe raccontare, piccole e grandi, divertenti e tristi, alcune di qualche minuto ed altre molto più lunghe.

Potrebbe raccontare di pasquette e falò, prove e concerti, scopate e pugnette, lacrime e risate, ma soprattutto di emozioni, belle o brutte che siano state.

Così, ieri notte, non riuscendo a dormire, come da un po’ di tempo a questa parte, l’ho guardata, mi sono alzato dal letto al grido di “ma che cazz” e l’ho staccata dal muro. Ho cominciato a strimpellarla in maniera leggera, quasi solo sfiorandola, in modo da produrre un suono leggerissimo, quasi un respiro.

“EFFE”, come “FIATO”, respiro, sopravvivenza: ecco il significato del nome della chitarra!

Mi sono messo a gambe incrociare sul letto e le ho chiesto di raccontarmi una storia, lei mi ha chiesto quale preferissi ed io ho risposto “quella mai nata”.

È così che Effe ha cominciato a narrare e per qualche istante ha preso forma umana, muovendosi e gesticolando per la stanza.

Mi ha raccontato una storia bellissima, talmente bella che quasi ho capito perché non fosse vera: era un’opera d’Arte e per sua natura, quindi, un’invenzione.

Io l’ho seguita, come un bambino ascolterebbe una favola, chiedendole continuamente di continuare, di essere più precisa e di farmela sentire, per un attimo, vera!

“E poi, e poi, e poi?”

“Ancora, ancora, ancora!”

Stamattina, alla fine del racconto, quando era troppo tardi, ormai, per dormire, ma abbastanza presto per fare un giro, prima del lavoro, ho rimesso la chitarra al suo posto e sono uscito.

Sono andato al mare, che è poco lontano dal mio ufficio, ho acceso una sigaretta ed ho atteso l’alba, ripensando al racconto della chitarra ed alla storia mai nata.

In fondo, è vero che non voglio parlarne, ma non pensarci è tutta un’altra questione.

Un famoso cantante, ma non ricordo bene adesso chi di preciso, una volta rispose ad un giornalista, che gli chiedeva quale fosse la sua canzone più bella, affermando che era SEMPRE LA PROSSIMA, perché era quella ancora da vivere.

Chissà, allora, quanto sono belle le canzoni che non saranno scritte mai!


Photo de Juan Pablo Amador Díaz provenant de Pexels

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