COMUNISTI COL ROLEX.
E se avessimo sempre avuto torto?
Per anni abbiamo usato l’espressione «comunisti col Rolex» in senso dispregiativo.
Una contraddizione in termini. Un’accusa di ipocrisia. Il modo più rapido per mettere alla berlina chi predica uguaglianza, solidarietà e giustizia sociale, ma poi si concede i simboli più sfacciati del capitalismo.
E se avessimo sempre avuto torto?
«Ecco qua, l’abbiamo perso!»
Lo so, qualcuno lo sta già pensando.
Ma aspettate a giudicare, perché questa riflessione nasce da una scoperta che ho fatto ieri. Una di quelle cose che ti capitano davanti quasi per caso e che, improvvisamente, ti costringono a guardare qualcosa che conosci da sempre con occhi completamente diversi.
Vi siete mai chiesti a chi appartiene davvero Rolex?
Non chi ne sia l’amministratore delegato. Non chi produca gli orologi. Non quanto fatturi.
Chi la possiede. Chi incassa i profitti. Chi, in ultima analisi, beneficia di tutta quella ricchezza.
Perché la risposta è molto, molto più interessante di quanto possiate immaginare.
1. IL PRIMO CORTOCIRCUITO: IL CAPITALISMO SENZA CAPITALISTI
Partiamo dalle basi.
Rolex è una società anonima svizzera, una S.A., sostanzialmente paragonabile alla nostra società per azioni.
Fin qui niente di strano.
Siamo nel territorio più classico del caro, vecchio capitalismo: un’impresa privata che produce beni, li vende, genera fatturato, realizza profitti e crea valore.
Tutto normale.
Il cortocircuito arriva quando andiamo a vedere chi possiede quelle azioni.
Perché Rolex appartiene interamente alla Fondazione Hans Wilsdorf.
E sapete cos’è la Fondazione Hans Wilsdorf?
UN ENTE SENZA SCOPO DI LUCRO.
Sì, avete letto bene.
L’azienda che, nell’immaginario collettivo, rappresenta uno dei massimi simboli del lusso, della ricchezza, del successo economico e dello status sociale appartiene a una fondazione che non esiste per arricchire degli azionisti privati.
Nessun magnate proprietario di Rolex.
Nessuna famiglia di miliardari che si spartisce i dividendi.
Nessun gruppo di investitori che pretende rendimenti sempre maggiori per accrescere il proprio patrimonio personale.
Attenzione, però, perché qui bisogna fare una distinzione fondamentale.
Rolex, come impresa, è un’attività commerciale che persegue il profitto. La fondazione che la possiede, invece, non ha il profitto personale come finalità.
E la fondazione quei profitti li riceve eccome, sotto forma di dividendi.
Solo che non li distribuisce a una platea di azionisti desiderosi di diventare più ricchi.
Li utilizza per perseguire i propri scopi: garantire continuità all’azienda, sostenerne lo sviluppo e finanziare iniziative di interesse sociale.
È un modello in cui il denaro continua a essere prodotto, accumulato e investito.
Ma cambia qualcosa di essenziale:
IL DENARO NON È PIÙ NECESSARIAMENTE IL FINE. DIVENTA UNO STRUMENTO.
E questo è soltanto il primo cortocircuito.
2. HANS WILSDORF: L’UOMO CHE VOLEVA SFIDARE IL TEMPO
Per capire come sia stato possibile dobbiamo tornare indietro.
Molto indietro.
Dobbiamo conoscere Hans Wilsdorf, l’uomo che fondò Rolex.
Un uomo che aveva conosciuto la perdita fin da bambino.
Rimasto orfano in giovane età, separato dai fratelli durante la crescita, educato in collegio, aveva imparato presto una delle lezioni più crudeli della vita:
nulla dura per sempre.
Eppure dedicò la propria esistenza proprio a una sfida contro il tempo.
Non mi dilungherò sulla storia industriale di Rolex, perché meriterebbe un articolo a parte.
Sorvoliamo sulla sua capacità di trasformare l’orologio da polso da oggetto fragile e poco affidabile a strumento di precisione.
Sorvoliamo sull’Oyster del 1926, che rivoluzionò il concetto di impermeabilità.
Sorvoliamo sul rotore Perpetual del 1931, che contribuì a rendere l’orologio automatico uno standard dell’orologeria moderna.
Sorvoliamo sulla genialità commerciale, sulle innovazioni, sulla costruzione di un marchio destinato a diventare leggendario.
Perché, paradossalmente, la decisione più straordinaria di Hans Wilsdorf non riguardò un orologio.
Riguardò ciò che sarebbe accaduto quando lui non ci sarebbe stato più.
3. 1945: QUANDO IL TEMPO PRESENTA IL CONTO
Arriviamo al 1945.
Hans Wilsdorf ha sessant’anni.
È un uomo di enorme successo. Ha costruito un’impresa straordinaria, ha rivoluzionato un settore, ha conquistato il mondo.
Ma ha anche subito una perdita devastante.
Nel 1944 è morta sua moglie, Florence.
La donna che lo aveva accompagnato per gran parte della sua vita adulta, fin dai primi anni della sua avventura imprenditoriale.
E qui voglio fermarmi un momento.
Perché, quando raccontiamo la storia dei grandi imprenditori, parliamo quasi sempre di fatturati, innovazioni, brevetti, conquiste e intuizioni.
Dimentichiamo che dietro quelle imprese ci sono esseri umani.
Con le loro paure.
Con i loro affetti.
Con il loro bisogno, profondamente umano, di dare un senso a qualcosa che inevitabilmente finirà.
Hans aveva trascorso la vita a costruire orologi capaci di misurare il tempo con precisione sempre maggiore.
Ma nessuno di quegli orologi avrebbe potuto restituirgli un solo secondo della vita di sua moglie.
Ed è qui che la sua storia, almeno ai miei occhi, diventa straordinaria.
Perché il tempo non si può fermare.
La morte non si può sconfiggere.
Ma forse si può costruire qualcosa capace di sopravvivere a entrambe.
FORSE NON POSSIAMO DIVENTARE ETERNI. MA POSSIAMO CREARE QUALCOSA CHE CI SOPRAVVIVA.
Non sappiamo quanto esattamente queste riflessioni abbiano pesato sulle sue decisioni. Ma sappiamo cosa fece.
Nel 1945 creò la Fondazione Hans Wilsdorf.
Una struttura destinata a garantire che la sua creatura industriale potesse continuare a vivere e prosperare anche dopo la sua scomparsa.
Un progetto che, attraverso il successivo trasferimento delle sue azioni e la successione del 1960, avrebbe portato la fondazione a possedere l’intero gruppo.
In sostanza, Hans aveva trovato una risposta a una domanda che tormenta qualsiasi imprenditore capace di costruire qualcosa di grande:
«Che cosa accadrà a tutto questo quando io non ci sarò più?»
4. L’IDEA RIVOLUZIONARIA: TOGLIERE IL PROPRIETARIO PER SALVARE L’IMPRESA
Provate a immaginare la situazione.
Avete creato una delle aziende più prestigiose del pianeta.
Un marchio conosciuto in tutto il mondo.
Un’impresa che genera enormi quantità di denaro.
Potreste venderla.
Potreste lasciarla in eredità a qualcuno.
Potreste trasformarla in una macchina per distribuire ricchezza privata per generazioni.
E invece decidete di affidarla a un soggetto che non ha bisogno di arricchirsi.
Non significa eliminare il mercato.
Non significa abolire il profitto.
Non significa rinunciare alla concorrenza, all’innovazione, all’efficienza o alla crescita.
Significa qualcosa di molto più sottile.
Significa separare il successo dell’impresa dall’arricchimento personale di chi la possiede.
La fondazione deve innanzitutto assicurare la sopravvivenza e lo sviluppo di Rolex.
Ma persegue anche finalità sociali e filantropiche.
Finanzia iniziative nell’educazione, nella formazione, nella cultura, nell’assistenza sociale, nella sanità, nelle cause umanitarie e nella tutela degli animali e degli ecosistemi.
Non è corretto dire che ogni euro guadagnato da Rolex finisca in beneficenza.
Una parte delle risorse sostiene la continuità e la solidità dell’impresa. E non potrebbe essere diversamente.
Ma è proprio questo il punto.
La ricchezza viene utilizzata per preservare ciò che la genera e per sostenere finalità che vanno oltre l’interesse economico individuale.
Il capitale alimenta l’impresa.
L’impresa alimenta il capitale.
E una parte del valore prodotto torna alla collettività.
Non è un sistema perfetto. Non cancella le contraddizioni del lusso, del mercato o delle disuguaglianze.
Ma dimostra qualcosa di enormemente importante.
Un’impresa può essere profondamente capitalista nel suo funzionamento senza avere l’arricchimento privato come destinazione ultima della ricchezza che produce.
5. MA ALLORA… I COMUNISTI COL ROLEX AVEVANO RAGIONE?
Eccoci al punto.
Nel 2026 abbiamo un’azienda simbolo del lusso mondiale che appartiene a un ente senza scopo di lucro.
Un’azienda che vende oggetti costosissimi, desiderati come simboli di ricchezza, prestigio e successo.
E che, attraverso la sua struttura proprietaria, alimenta anche iniziative sociali, educative, culturali e filantropiche.
Non è una delle contraddizioni più affascinanti del capitalismo contemporaneo?
E, perdonatemi la provocazione…
NON È UNA DELLE COSE PIÙ “DI SINISTRA” CHE ABBIATE MAI SENTITO RACCONTARE A PROPOSITO DI UN MARCHIO DI LUSSO?
Naturalmente non sto dicendo che Rolex sia comunista.
Sarebbe una sciocchezza.
Non sto nemmeno sostenendo che una fondazione benefica equivalga a una redistribuzione democratica della ricchezza o che il suo modello elimini automaticamente le disuguaglianze.
Ma sto dicendo una cosa diversa.
Una cosa che, a mio avviso, merita una riflessione seria.
Forse abbiamo passato troppo tempo a dividere il mondo tra capitalismo e anticapitalismo, dimenticandoci di chiederci a che cosa dovrebbe servire il capitale.
Perché qui arriva il secondo, e forse più importante, cortocircuito.
La storia di Rolex non è soltanto una storia che potrebbe piacere alla sinistra.
È anche una delle manifestazioni più interessanti delle potenzialità del capitalismo.
6. E SE IL PROBLEMA NON FOSSE IL CAPITALISMO, MA CIÒ CHE NE ABBIAMO FATTO?
Da anni utilizziamo sempre più spesso la parola «capitalismo» come fosse una parolaccia.
La associamo allo sfruttamento, all’avidità, alle disuguaglianze, alla concentrazione della ricchezza.
E non senza ragioni.
Sono problemi reali, profondi, che non possiamo liquidare con qualche bella storia imprenditoriale.
Ma siamo sicuri di aver capito fino in fondo quale sia il problema?
Il capitalismo ha fallito, oppure abbiamo fallito noi nel decidere quale dovesse essere il suo scopo?
Abbiamo progressivamente trasformato il denaro da strumento a obiettivo.
Il profitto da mezzo a fine.
La crescita economica da condizione di progresso a definizione stessa del progresso.
Un’impresa va bene se guadagna di più.
Un’economia va bene se produce di più.
Un individuo ha successo se possiede di più.
Sempre di più.
Indefinitamente.
Eppure c’è una domanda che sembriamo aver smesso di porci.
DI PIÙ… PER FARE COSA?
Per vivere meglio?
Per vivere più a lungo?
Per essere più liberi?
Per avere una società più istruita, più sana, più giusta?
Per lasciare ai nostri figli un mondo migliore?
Oppure semplicemente per continuare ad accumulare?
Perché, se il denaro diventa il fine ultimo, allora non esiste più una quantità sufficiente.
Non esiste un traguardo.
Non esiste un momento in cui fermarsi e dire: «Abbiamo raggiunto il nostro scopo».
Esiste soltanto il prossimo trimestre.
Il prossimo bilancio.
Il prossimo record.
Il prossimo miliardo.
Una corsa infinita verso un traguardo che arretra ogni volta che ci avviciniamo.
E forse è proprio qui che abbiamo cominciato a sbagliare.
7. IL CAPITALE COME MEZZO, NON COME DESTINAZIONE
Torniamo a Hans Wilsdorf.
La sua storia ci offre una prospettiva diversa.
Il capitale non come qualcosa da adorare.
Non come misura assoluta del valore di un essere umano.
Non come scopo ultimo della nostra esistenza.
Ma come uno strumento capace di realizzare qualcosa che vada oltre noi stessi.
Pensateci.
Un’azienda ha bisogno di utili per sopravvivere.
Ha bisogno di risorse per innovare.
Ha bisogno di investimenti per svilupparsi.
Ha bisogno di solidità finanziaria per attraversare le crisi.
Tutto questo è vero.
Ma una volta riconosciuto che il profitto è necessario, perché dovremmo concludere che debba essere anche lo scopo finale?
Un ospedale ha bisogno di denaro.
Ma il suo scopo non è il denaro.
Un’università ha bisogno di finanziamenti.
Ma il suo scopo non è accumulare finanziamenti.
Una famiglia ha bisogno di un reddito.
Ma nessuna persona ragionevole dovrebbe confondere il saldo del conto corrente con il senso della propria vita.
Perché allora dovremmo considerare naturale che un’intera economia abbia nell’accumulazione il proprio fine ultimo?
È una domanda che non ha una risposta semplice.
Ma è una domanda che dovremmo porci molto più spesso.
E forse dovremmo cominciare a distinguere anche tra due concetti che troppo frequentemente confondiamo.
Creare ricchezza e accumulare ricchezza non sono la stessa cosa.
Si può creare ricchezza generando conoscenza, lavoro, innovazione, benessere, opportunità e progresso.
E si può accumulare ricchezza senza necessariamente produrre un corrispondente beneficio per la collettività.
Non sempre le due cose coincidono.
Non sempre sono in conflitto.
Ma sono diverse.
Ed è proprio questa differenza che la storia di Rolex ci costringe a osservare.
8. L’ETERNITÀ NON SI COMPRA. SI COSTRUISCE.
C’è un’ultima cosa che mi affascina profondamente in questa vicenda.
Ed è il rapporto tra Hans Wilsdorf e il tempo.
Un uomo che ha trascorso la vita a perfezionare strumenti per misurarlo.
Un uomo che ha costruito un impero industriale attorno all’idea di precisione, affidabilità e durata.
Un uomo che, alla fine, ha dovuto confrontarsi con l’unica cosa che nessun orologio può controllare.
La fine del nostro tempo.
E che cosa ha fatto?
Ha cercato di costruire qualcosa che potesse continuare anche dopo di lui.
Non semplicemente un patrimonio da tramandare.
Non soltanto un marchio prestigioso.
Ma un’organizzazione dotata di una struttura pensata per sopravvivere al proprio fondatore.
E qui, secondo me, c’è la lezione più bella di tutta questa storia.
Se il tuo unico scopo è fare soldi, il denaro rischia di diventare l’unica misura di ciò che hai realizzato.
Se invece il tuo scopo è costruire qualcosa che abbia valore anche quando non ci sarai più, allora il denaro può diventare il mezzo per riuscirci.
È una differenza enorme.
Una differenza che cambia il modo di intendere l’impresa.
Il successo.
La ricchezza.
E forse persino la nostra esistenza.
9. FORSE ABBIAMO SBAGLIATO STRADA. O FORSE ABBIAMO DIMENTICATO LA DESTINAZIONE.
Chissà.
Forse abbiamo sbagliato davvero tutto.
Forse abbiamo commesso l’errore di ridurre il capitalismo alla sua versione più cinica.
Forse abbiamo confuso la libertà di creare ricchezza con il diritto di considerare la ricchezza l’unico valore possibile.
Forse abbiamo trasformato un meccanismo economico in una filosofia di vita.
E forse, proprio così facendo, abbiamo finito per tradirne le potenzialità migliori.
Perché il capitalismo, da solo, non ci dice che cosa sia giusto.
Non ci dice che cosa sia bello.
Non ci dice quale società dovremmo costruire.
Non ci dice che cosa valga la pena lasciare in eredità alle generazioni future.
Può essere uno strumento potentissimo.
Ma nessuno strumento può decidere al posto nostro per quale scopo debba essere utilizzato.
E allora forse la domanda non dovrebbe essere soltanto:
«Quanto possiamo guadagnare?»
Ma anche:
«Che cosa vogliamo costruire con ciò che guadagniamo?»
Non:
«Quanto possiamo accumulare?»
Ma:
«Quanto valore possiamo lasciare dopo di noi?»
Non:
«Come possiamo diventare più ricchi?»
Ma:
«A che cosa dovrebbe servire tutta questa ricchezza?»
Hans Wilsdorf, con tutte le complessità e le contraddizioni della sua storia, sembra aver trovato una risposta personale.
Non sappiamo se fosse la risposta migliore.
Non sappiamo se il suo modello sia replicabile ovunque.
E certamente non possiamo dedurre dalla storia di una singola azienda la soluzione a tutti i problemi del capitalismo.
Ma sappiamo che, più di ottant’anni dopo la nascita della sua fondazione, Rolex esiste ancora.
Continua a produrre.
Continua a innovare.
Continua a generare ricchezza.
E una parte di quella ricchezza continua a sostenere progetti che vanno oltre la vendita degli orologi.
Il fondatore, invece, non c’è più dal 1960.
L’UOMO È SCOMPARSO. LA SUA CREATURA CONTINUA A VIVERE.
Forse non ha fermato il tempo.
Ma ha trovato un modo per non lasciare che il proprio tempo fosse l’unico a contare.
E allora torno alla domanda iniziale.
Abbiamo passato anni a deridere i «comunisti col Rolex».
Ma forse, prima di farlo, avremmo dovuto chiederci chi possedesse davvero Rolex.
E soprattutto perché.
Perché forse la contraddizione non era quella che pensavamo.
Forse il vero paradosso non è un comunista che indossa un Rolex.
È un mondo che indossa il capitalismo come un simbolo di successo, senza più ricordarsi a che cosa dovrebbe servire.
Chissà.
Forse il capitalismo non era necessariamente la strada sbagliata.
Forse abbiamo soltanto dimenticato che una strada è un mezzo per raggiungere una destinazione.
E che, per quanto veloce, efficiente e straordinaria possa essere…
SE NON SAI DOVE VUOI ARRIVARE, NON IMPORTA QUANTA STRADA RIESCI A FARE.
Hans Wilsdorf, a un certo punto della sua vita, si pose una domanda.
«Che cosa voglio che resti di tutto questo, quando io non ci sarò più?»
E forse è proprio questa la domanda che dovremmo ricominciare a porci.
Non soltanto come imprenditori.
Non soltanto come capitalisti.
Non soltanto come uomini di destra o di sinistra.
Ma come esseri umani.
