Il mio pensiero da bambino sulla guerra e la Pace…

[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

Prima di cominciare questo pezzo, vorrei chiarire un paio di cose: la prima è che io non sono un pacifista, sono pacifico, che è diverso.

Io non credo nella Pace a tutti i costi, riconosco il ruolo che le guerre hanno avuto nella nostra storia, in positivo o in negativo.

Senza “la guerra”, oggi (ad esempio e probabilmente) saremmo una colonia austriaca, se non una regione di un’Europa Nazista.

Posso capire che questi due scenari distopici possano piacere a qualcuno, ma a me, sinceramente, sta benissimo così com’è andata.

Posso quindi affermare che, pur riconoscendo la barbarie e il tremendo costo, in termini di vite umane, rappresentati dallo Sbarco in Normandia o dalle guerre d’indipendenza italiane, non posso negare di essere convinto che abbiano avuto conseguenze positive per la società in cui vivo, almeno dal MIO punto di vista.

Un’altra premessa, ricollegandomi a quanto appena detto, è che sono consapevole che la storia la scrivono i vincitori, dal LORO punto di vista, specie nel mondo in cui viviamo.

Come detto, la liberazione dell’Europa dal nazismo, dal mio punto di vista è stata qualcosa di cui essere grati, ma posso capire che per un nostalgico di quel regime possa essere stata un evento nefasto.

Del resto, è facilmente intuibile, che l’idea di un’Europa nazista sia, per me, terrificante, mentre per il nostalgico di cui sopra sia lo scenario più roseo possibile.

Se la Seconda Guerra Mondiale fosse stata vinta dall’Asse, oggi i libri di storia racconterebbero un diverso punto di vista.

Tutto questo per dire che, oggi, in età adulta, sono perfettamente cosciente che, quando si parla di guerra (e di Pace, per conseguenza), non si possa ridurre tutto al dualismo “giusto” o “sbagliato”.

OGGI, ripeto, ne sono cosciente, ma non lo ero da bambino, quando giocavo coi soldatini e mi resi conto, un giorno, di qualcosa che, all’epoca, mi sembrava evidente.

Me ne resi conto non “all’improvviso”, ma dopo un certo periodo di riflessione, seguito alla risposta che, probabilmente un adulto, diede alla mia domanda sul perché si fanno tante guerre e perché il mondo non vive in Pace.

La risposta fu “è complicato”. Far la pace, mi dissero, È COMPLICATO!

Questa, col senno di poi, ho capito essere la risposta che noi adulti diamo a tutte quelle faccende che non capiamo o che, semplicemente, non ci va di affrontare in quel momento, con la scusa che ci vorrebbe troppo tempo o, peggio ancora, che il nostro interlocutore non ci possa capire.

Al Me bambino, però, quella risposta non andava affatto bene, non mi bastava e non mi convinceva, anche se non capivo ancora il perché.

C’è da tener presente che, in effetti, io come bambino ero un po’ strano. Ad esempio, quando nel 1992, durante un viaggio a Parigi, mia madre mi chiese se volessi usare l’ultimo giorno per visitare Eurodisney (si chiamava così all’epoca), io risposi di no… Io volevo andare a Les Invalides, per visitare la Tomba di Napoleone!

Come poteva, quindi, bastarmi quella spiegazione? “È complicato” è qualcosa che puoi dire a un bambino che ti fa quella domanda mentre è in overdose da zucchero filato e distratto dalle lucine colorate del castello fatato, non a uno che a 9 anni aveva letto il resoconto di un progetto scolastico sulla prima guerra del golfo (all’epoca era solo “guerra del golfo”), fatto dallo zio con i suoi studenti di quinta liceo.

Capiamoci, non voglio affermare di esser stato un bambino prodigio, anzi penso più di aver sofferto di una latente forma di autismo selettivo o di qualcosa del genere.

Quel che conta è che a me quella risposta non convinceva: “è complicato”… mmm… LA pace è complicata… mmm… Cosa non mi tornava?

Oggi, il Me adulto direbbe che la Pace è complicata perché ci sono tanti interessi in gioco, diversità sociali, etniche, linguistiche e questioni economiche. Insomma, il Me adulto direbbe che la Pace non solo è complicata, ma che è proprio un casino!

Il Me bambino, però, in questi giorni sta bussando alle porte della mia coscienza, con quel ricordo in mano: il momento in cui, giocando con i soldatini, capii cosa non mi convinceva.

Avete mai giocato con i soldatini da bambini? Sapete come muovono le truppe i bambini? Le prendono e le spostano, così, con balzi istantanei che, nella vita reale, corrisponderebbero al teletrasporto. In più le mie truppe potevano contare su una tartaruga ninja gigante, un paio di super aerei Lego Technic e una decina tra supereroi, cavalieri dello zodiaco e roba del genere, oltre che sul mio pupazzo preferito, che aveva poteri straordinari.

In più, le mie truppe guerreggiavano sul tappeto della mia cameretta e non soffrivano né fame, né sete, né freddo, oltre al fatto che i caduti potevano resuscitare il giorno dopo.

Insomma, la guerra dei miei soldatini era facile, era un gioco (appunto), ma nella realtà non doveva essere così (questo lo capisce anche un bambino in preda a overdose da zucchero filato).

Nella realtà il condottiero di turno non può prendere un carrarmato e spostarlo con una mano, ma deve dare un ordine, attendere che lo stesso passi attraverso tutta una catena gerarchica, fino ad arrivare a chi fisicamente guida il mezzo, che poi deve percorrere uno spazio X da un punto A fino a un punto B, in un tempo Y.

Lungo quello spazio X, poi, ci sono ostacoli, guadi, la resistenza nemica, il clima, le intemperie, malattie e ogni sorta d’imprevisto che, malauguratamente per il condottiero di turno, rischiano di allungare indefinitamente il tempo Y.

Non solo! Il ritardo di quel carrarmato potrebbe avere conseguenze sull’intera strategia, ritardando o addirittura modificando i piani dell’intera struttura militare.

In una guerra si devono calcolare centinaia, migliaia di variabili. Ci sono tantissime cose da fare, persone da coordinare, mosse nemiche da prevedere… Rifornimenti da assicurare, feriti da curare, morti da sotterrare e di cui dare notizie alle famiglie…

Tutto questo moltiplicato ALMENO per due, perché almeno due sono le parti in causa.

Vi sembra semplice? A me no, a me sembra complicato, anzi oltremodo complesso!

Il me bambino, si convinse che, invece, “fare la Pace”, era molto più semplice: bastava stare fermi.

Allora non mi rendevo conto che, se tutti i bambini del mondo avessero smesso di giocare, di colpo, coi soldatini, ci sarebbero state centinaia di aziende a rischio fallimento, a partire dalle industrie che producevano le plastiche per fabbricarli, fino ad arrivare all’ambulante che li vendeva al mercato.

In fondo, su questo, la mia guerra “per gioco” e quella vera degli adulti non differiscono di molto, portandomi a un’unica, inevitabile, domanda: la Pace è complicata, per chi?

Di certo la Pace non è complicata per quei popoli che la subiscono, da qualsiasi parte dello schieramento si trovino.

Di certo la Pace, oggi, non sarebbe complicata per il popolo ucraino, che subisce le bombe, né per quello russo, che subisce sanzioni estere e repressione interna, né per noi, che subiamo le conseguenze economiche.

La Pace sarebbe, però, complicata per le industrie produttrici di armi, che si ritroverebbero senza mercato. La Pace sarebbe complicata per gli opinionisti della tv e del web, che oggi si sono riconvertiti da virologi a esperti di geopolitica. La Pace sarebbe complicata per le aziende che lucrano sulle catene di sms di solidarietà, i cui proventi abbiamo visto troppe volte sparire tra gli ingranaggi di oscuri sistemi.

La Pace sarebbe complicata, in accezione assoluta, se la guerra fosse mossa da ragioni ideologiche, ma quando è stato davvero così?

A distanza di secoli, oggi sappiamo bene che le (nostre) guerre di religione non erano per niente smosse da sentimenti mistici, ma più da mire espansionistiche e necessità di controllo di rotte commerciali. La guerra di secessione americana, generalmente raccontata come una disputa tra stati schiavisti e non schiavisti, in realtà fu uno scontro tra due diverse tipologie di economie, l’una ancorata alla vecchia cultura latifondista e l’altra proiettata verso l’era industriale (volendo semplificare di parecchio).

Le idee, storicamente, sono sempre state una giustificazione per le guerre, ma mai davvero una causa.

Quindi sì, capisco che il Me bambino non era in grado di capire tutto questo, ma anche che, in fondo, aveva ragione nel pensare che la risposta “è complicato” è da sempre un modo per evitare il discorso, per non affrontare la questione e lasciare tutto così com’è.

In fondo la guerra fa comodo a troppi, perché pochi possano pensare di debellarla, per sempre, dalle nostre vite.

In più, le guerre hanno l’enorme potere di compiere miracoli politici, che anni di diplomazia proprio non riescono a fare.

In questi giorni, stiamo assistendo a molti di questi “miracoli”.

C’è, ad esempio, il miracolo dei sovranisti, che fino a un mese fa si lamentavano dei siriani e dei libici, che “invadevano” le nostre coste, ma che oggi esultano per la probabile scesa in campo, nel conflitto in Ucraina, paese sovrano e invaso da una potenza straniera, proprio di mercenari libici e siriani.

C’è il miracolo dell’italiano medio che, se fino a un mese fa associava alla parola “profugo” ogni possibile nefandezza, oggi viene rapito da crisi di pianto solo al sentirla nominare.

C’è il miracolo dell’opinione pubblica e dell’informazione generalizzata, che con decine di conflitti che ha ignorato per anni, oggi è totalmente concentrata su quello in Ucraina (che tra le altre cose va avanti, a fasi alterne, da parecchi anni, ma che solo oggi è diventato main stream e quindi degno di condivisione).

C’è il miracolo di alcuni paesi dell’UE, che all’improvviso tirano fuori la questione ripartizione dei profughi, dopo decenni che l’hanno scansata con l’agilità di un ginnasta olimpico.

C’è il Miracolo di quella parte del popolo italiano che, pura avendo votato (con il 33%) un partito fondato da un comico, oggi accusa il presidenze ucraino Zelensky di essere un guerrafondaio in cerca di visibilità, in quanto ex comico.

Sempre riguardo a Zelensky, c’è il miracolo di un presidente di un paese aggredito, che decide di non fuggire e restare a combattere per l’indipendenza del proprio popolo, che viene chiamato guerrafondaio, mentre il presidente aggressore, a capo di quell’esercito che bombarda scuole e ospedali, viene chiamato “liberatore”.

Poi c’ il miracolo, per me, più contorsionista: quello di quelli che giustificano le azioni di Putin, perché “sta facendo quello che hanno sempre fatto gli USA”, come se si trattasse di due bambini che litigano per un pallone e fanno i capricci, invece che di due superpotenze nucleari.

Tutti questi “miracoli” la Pace non sarebbe mai riuscita a compierli.

A cosa corrispondono questi miracoli? Se chiudete gli occhi potete sentirne il rumore, chiaramente! No, non è il rimbombo delle bombe o il fischio dei proiettili, ma il tintinnio di monete, il fruscio di banconote, il rullare di un bancomat o la campanella di una cassa.

A questi miracoli corrispondono speculazioni su carburante e materie prime, corrispondono gli introiti pubblicitari del talk show in prima serata, che ieri incassava dalle polemiche sul covid, mentre oggi su quelle per la guerra.

Sì, caro il mio Me bambino, che tu lo capisca o meno, in fondo la Pace è davvero complicata e te lo spiego io, oggi, il perché.

Sfortunatamente è un concetto semplice, da capire, perfino per un bambino, come te.

A un bambino che gioca coi soldatini, per far la Pace, basta far merenda, mentre gli adulti fanno merenda con la guerra.

Photo de Polina Tankilevitch provenant de Pexels


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