“Non c’ho talento” d’essere felice!

[Tempo di lettura stimato: 7 min]

Il talento non ha valore senza impegno, questa è una cosa della quale sono sempre stato convinto!

Sfortunatamente sono convinto di tante cose per le quali sono anche campione d’incoerenza.

Tranquilli, non vi farò un altro spiegone etimologico, ma anche stavolta partiamo da una parola: talento.

Chi, tra i più maturi di noi, ha avuto la fortuna di passare un po’ di tempo in Toscana, specie nei paesini più piccoli, potrebbe aver sentito qualche vecchietto dire una frase del tipo “mi talenta di” oppure “non c’ho talento”.

La prima volta che ho sentito la parola “talento”, utilizzata in questo modo, mi ha molto stupito. Sembrava messa lì al posto del verbo “volere”.

La conferma la troviamo addirittura in numerosi passaggi della “Divina Commedia” di Dante o del “Decameron” di Boccaccio. Ad esempio:

Dintorno mi guardò, come talentoavesse di veder s’altri era meco; e poi che ‘l sospecciar fu tutto spento…

Divina Commedia, Inferno, Canto 26, 57 – Dante Alighieri

Primasso, il quale avea talento di mangiare, come colui che camminato avea ed uso non era di digiunare…

Decameron, Giornata Prima, Novella Settima – Giovanni Boccaccio

“Non c’ho talento” voleva dire “non ho voglia”, ma perché?

L’ho scoperto anni più tardi e oggi ho rispolverato questa nozione, perché era utile al discorso che avevo in mente.

Diciamolo subito: Sì, “talento” vuol dire ANCHE “volontà, desiderio”.

Come già detto non farò un nuovo spiegone etimologico, ma un accenno lo devo dare.

A quanto ho capito, la parola “talento” ha radici indo-europee, per poi passare dalla Grecia antica, l’antica Roma e finire il suo percorso nella Francia Provenzale.

Il percorso linguistico del “talento”, però, come capita spesso, si è distorto e biforcato, nel corso dei secoli.

Originariamente il “talento” era una bilancia a braccia mobili, utilizzata per pesare grosse somme di denaro, che all’epoca pre-greca non aveva un valore convenzionale, come oggi, ma erano “pezzi” d’oro, di argento o di altro metallo.

Il denaro, quindi, spesso non si contava, ma si pesava: il suo valore era il suo “peso”, da cui anche l’espressione “avere peso”.

Più pesante era il pagamento, più valore aveva e più faceva inclinare il braccio della bilancia.

Questa tecnica portò a due conseguenze, una delle quali fu il fatto che il contenuto “pesato” prese il nome dello strumento con cui si misurava: il denaro, specie grosse somme, cominciò a essere chiamato “talento”.

Come seconda conseguenza, “l’inclinazione” del braccio cominciò a coincidere con l’idea di “avere valore”, da qui l’espressione “avere un’inclinazione per qualcosa”, intesa come “avere valore in quel qualcosa, essere bravi nel farla”, ovvero “avere talento”.

Ci siamo? Fin qui tutto chiaro? Bene!

Il significato Talento=Volontà non si è sviluppato in seguito, ma praticamente subito: avere “i talenti” per pagare, di fronte al proprio creditore, voleva dire anche la volontà di farlo.

È stato con il diffondersi dei Vangeli, però, che questo significato ha trovato consacrazione (scusate il gioco di parole).

In molte parabole si usa il termine “talento”, perché i Vangeli sono libri con forti componenti storiche e all’epoca le monete si chiamavano, come già detto, in questo modo.

È nella “Parabola dei Cinque Talenti”, tuttavia, che troviamo un forte indizio del “talento” come “buona volontà”.

La storia è breve: un ricco signore partì per un viaggio e affidò a tre servi delle somme di denaro, con lo scopo di farle fruttare. Il primo servo ebbe cinque talenti e li investì. Il secondo servo ebbe tre talenti e li investì. Il terzo servo ebbe un talento e lo sotterrò in una buca. Al suo ritorno il ricco signore convocò i tre servi. Il primo servo restituì dieci talenti, il secondo sei e il terzo sempre uno. Il signore si infuriò con il terzo servo, che tentò di giustificarsi, dicendo di aver avuto paura di perdere anche quel singolo talento affidatogli, venendo comunque punito.

Qui il “talento” importante non è quello che il terzo servo ha sotterrato, ma quello che non ha riportato indietro, ovvero quello che avrebbe guadagnato, se avesse investito il denaro.

I talenti guadagnati dai due servi “bravi/coraggiosi” e quello perso da quello “stupido/prudente” sono assimilabili alla loro volontà di farli fruttare, ma non solo: sono assimilabili anche al CORAGGIO di rischiare.

Possiamo, finalmente, terminare il semi-spiegone etimologico e tentare qualche riflessione sul tema, sempre che ci sia di “talento”, ovvio.

Finora abbiamo riscontrato tre elementi fondamentali: una “ricchezza”, la volontà di farla fruttare, ma anche il coraggio di rischiare di perderla.

La ricchezza, tornando a un significato “moderno” del termine, potrebbe essere anche una capacità, la famosa “inclinazione” della bilancia, di cui abbiamo parlato sopra.

Quell’inclinazione, per quanto mi riguarda, è del tutto inutile e sprecata, senza la dedizione, la disciplina, il sacrificio e (appunto) la volontà di farla crescere e il coraggio di dedicarcisi completamente.

Non possiamo affidare al caso la realizzazione dei nostri desideri, specie se abbiamo le capacità per realizzarli!

Una ballerina, pur se “talentuosa” e con il fisico giusto, non arriverà neanche mai a indossare le punte, senza spirito di sacrificio che la portano a sopportare dolori muscolari, lividi e lunghissime sessioni di estenuanti prove. Oltre al sacrificio, però, quella ballerina deve anche avere il coraggio di rischiare di farsi male, oltre che di rinunciare a tantissima vita sociale, affetti e divertimenti (oltre che soldi).

Quella ballerina, insomma, ha le capacità, ha il desiderio, ma anche il coraggio per investire se stessa!

Questo vale per la ballerina, per un pianista, ma anche per un ingegnere, un geometra o qualsiasi altro essere vivente su questa minuscola roccia cosmica chiamata “Terra”.

Questo vale per un’Arte, un mestiere, ma anche per la semplice Felicità.

Vuoi essere felice? Bene! Ti ci devi impegnare e devi pure un po’ metterti in gioco, magari rischiando di perderti completamente!

Io, lo ammetto, “talento” non ne ho mai avuto tanto: ho sempre avuto paura.

Ho avuto paura di andare a studiare fuori, trovando mille scuse plausibili, ma nessuna davvero convincente.

Ho avuto tante volte paura di cominciare o continuare una storia, molto spesso per non rischiare di perdermi, qualche volta (troppe volte) per tenere un posto libero, che poi è sempre rimasto vuoto.

Ho avuto paura di studiare Musica, perché “con l’Arte non si lavora”.

Poi, con il cumularsi degli anni, delle inculature e degli sgabelli vuoti, ho capito che tutte quelle paure non erano così gravi, se paragonate al terrore di aver perso, per sempre, quelle occasioni.

Ultimamente sto guardando la serie Netflix “The Good Place” e ieri sera ho visto una scena davvero interessante: un personaggio molto “indeciso”, da bambino, deve scegliere i compagni per la squadra di calcetto, ma si pone troppe domande, sull’etica e sulla morale della scelta, fino a perdere così tanto tempo da far scadere la ricreazione.

La domanda è: fin dove la paura può essere considerata prudenza e da dove diventa, invece, suicidio?

Quel bambino aveva la sua “ricchezza”, ovvero il pallone in mano. Aveva la “volontà”, perché era desideroso di giocare. Quello che non aveva era “il coraggio”, ovvero la spericolatezza di lanciarsi, di rischiare di fare la scelta sbagliata, preferendo non scegliere affatto.

La stupidità di quest’atteggiamento è che le possibilità di sbagliare sono sempre la metà: puoi fallire e rimediare, ma puoi anche avere successo e godertela.

È stupido rinunciare alla felicità per non correre il rischio di perderla; preferire la SICUREZZA di non trovarla, rispetto alla sola probabilità di farlo.

Volete essere sicuri di essere felici? Stolti, non lo sarete mai!

La felicità è una scommessa, è un investimento, come nella Parabola dei Cinque Talenti: io li investo, li rischio e, se sono bravo, mi torneranno indietro raddoppiati!

Oggi la mia nuova paura, come già detto tante volte, è il rimpianto, perché ne ho già avuta troppa per tutto il resto.

Tutti abbiamo la potenzialità di essere felici, tutti abbiamo voglia di esserlo, ma quanti di noi avranno il coraggio di provarci davvero?

Io, sfortunatamente, vedo tutti fuggire, sempre! Se qualcosa è minimamente impegnativa, rischiosa o emozionante, ne fuggiamo!

Ne fuggiamo quando lo è più di quello a cui siamo abituati, perché ci porta fuori dalla nostra “comfort zone” e noi non vogliamo rischiare di farci male.

Ci comportiamo come dei bambini troppo golosi, ma poco decisi, che di fronte alla lista dei gelati non riescono a scegliere e che alla fine restano a bocca asciutta, perché la gelateria ha chiuso.

“Avere talento”, quindi, non vuol dire solo avere una capacità, ma anche la volontà per usarla e soprattutto il coraggio di farlo!

Oggi, per quanto mi riguarda, “mi talenta d’esser felice”! Oggi ho voglia di un gelato!


Photo de Alexandr Podvalny provenant de Pexels

3 pensieri su ““Non c’ho talento” d’essere felice!

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