Io sono Frankenstein

Oggi è come se fossi morto, come se avessi preso una parte di me, tutto il lavoro fatto in questi anni, tutto quello che c’è di buono… E l’avessi gettato in un fiume inquinato, guardandolo allontanarsi, trasportato dalla corrente ed inghiottito dalle acque schiumose e marroni.

In quel fiume, in fondo, è come se mi ci fossi buttato io stesso.

Esistono molti modi per farsi del male, i peggiori dei quali non sono “fisici”, ma intaccano, subdolamente, una parte dell’anima.

Quando il male te lo fai all’anima, lacerandola dall’interno, il dolore attecchisce come un tumore, partendo dal punto in cui hai colpito, per poi diffondersi, lentamente, a tutto il resto.

A quel punto senti freddo, hai voglia di piangere, il tempo scorre diversamente, hai una diversa percezione dello spazio… Come se stessi assistendo davvero ad un’agonia, ma in questo caso è l’anima ad andarsene.

Oggi è così che mi sento, perché stanotte mi sono suicidato l’anima, in poche ore.

Erano giorni che ero lì sul baratro, in bilico, indeciso se fare un passo indietro o uno avanti… Attendendo che una voce mi chiedesse di non farlo… Una voce che alla fine mi ha invitato a saltare!

Mentre ero sul ciglio, tenendomi l’anima per i per i capelli, l’unica cosa a cui pensavo era ad una via d’uscita, ma l’unica che trovavo, beffa del destino, era alle mie spalle: la stessa direzione dalla quale venivano tutte le cose che mi avevano spinto proprio lì, in quel posto, in quel momento.

Quando ti suicidi l’anima non sei più te stesso, non sei per niente lucido, diventi la parte peggiore di tutto ciò che odi e rinneghi, la tua nemesi, il tuo signore oscuro, perché era nell’anima che c’era la luce e senza quella sei solo ombra.

Sei l’ombra di tutto ciò che sei realmente, come tale, ti segui, ti precedi, sei tutto intorno a te, mai realmente in te.

Chi ti ha conosciuto, quando l’anima era integra, non ti riconoscerebbe, così imbruttito e rannicchiato, in contemplazione dei resti agonizzanti del tuo ricordo.

Diranno che sei un mostro, come quello di Frankenstein, ma ve la ricordate la storia? Il mostro di Frankenstein non era cattivo, ma lo divenne, quando tutti, perfino il suo creatore, decisero che era troppo brutto per essere buono, braccandolo, cacciandolo, costringendolo ad attaccare, a reagire, per poi dire di aver avuto ragione.

Oggi io sono il mostro di Frankenstein.

Sono già stato questo mostro, un’altra volta, in questa vita, ma come è possibile? Come è possibile suicidarsi l’anima due volte?

È possibile perché l’anima, per sua natura, è immortale: non puoi ucciderla, puoi solo ferirla, gravemente, mai a morte.

Essendo immortale, l’anima agonizza in circolo, senza mai poter risorgere, senza mai poter morire e tu sei lì, fermo, senza poter fare niente, senza poter chiedere aiuto.

Ve lo immaginate il mostro di Frankenstein che chiede aiuto? A chi? Agli stessi che lo inseguivano con i forconi? Chi lo avrebbe concesso, gli stessi che lo inseguivano con i forconi?

Ora, sono qui, come il mostro, chino su quest’anima lacerata dalle mie stesse mani, mentre non riesco neanche a star male per la causa, quanto lo faccio per l’effetto: la mia reazione ora rende possibile additarmi come “il mostro”, senza neanche aver mai pensato di diventarlo… Non lo sono, non lo sono stato, ma lo sono sembrato e tanto basta.

Mi hanno spinto sul baratro, mi hanno invitato a saltare, me ne hanno dato ragione, mi hanno tolto ogni alternativa ed ora la mia colpa è proprio di aver saltato.

Eppure mi chiedo, mentre adagio l’anima in terra, cosa sarebbe successo se avessi speso in luce tutta l’energia spesa in ombra? Cosa sarebbe successo se la folla si fosse fermata, avesse posato i forconi e mi avesse dato la possibilità di farla splendere quest’anima?

Purtroppo la folla non si è fermata, anzi ha colpito ancora più duro: “ha paura, quindi è un mostro”… Ma paura di cosa? Dei forconi! Posateli no? “No, alziamoli più in alto”.

Così, ad un certo punto, è stata l’anima stessa a chiedermelo: non è stato un suicidio, ma eutanasia… Entrambi avevamo dimenticato che fosse immortale.

Speravamo che dopo saremmo diventati davvero quel mostro, speravamo che non avremmo più provato dolore, speravamo di scomparire, disgregarci in un nuovo essere… Invece lei è ancora viva, ma non più vitale.

Tranquilli… È solo l’anima ad averci rimesso, il mio corpo, la parte “visibile” di quel che sono, non ha un graffio, forse è solo un po’ ammaccato dall’alcol e dai chilometri, ma sta benissimo: è questo che conta, no?

Viviamo nel mondo del culto Packaging: è l’imballaggio che conta, il contenuto è secondario!

Finché siamo belli, sorridenti e patinati tutto va bene, anche se all’interno abbiamo un’anima scadente, anzi è anche meglio, perché è meno impegnativa. Stesso discorso  vale quando l’anima sta agonizzando: finché sei in piedi è tutto ok!

Non ho ferite traumi, lesioni, abrasioni, lividi ed affini, ma solo un’anima agonizzante tra le braccia ed un mostro allo specchio… Un mostro che coglie margherite!

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