Non ti aspetto

La mattina io mi sveglio. Vado al bagno, faccio pipì. Mi faccio il bidè. Le mattonelle sono fredde, porto i calzettoni di lana e le babbucce di peluche. Mangio un frutto, due biscotti, qualche volta un uovo con il formaggio e l’insalata, qualche volta no: qualche volta vado a correre, mangio dopo. Poi mi lavo i denti, mi metto i vestiti di sopra, quelli di sotto no, resto in pigiama, perché ho freddo. Mi siedo al computer.

La mattina tu ti svegli. Vai al bagno, fai pipì. Ti fai il bidè. Non lo so che pantofole porti. Ti prendi un caffè al volo, ti lavi i denti. Ti fai una doccia. Ti metti quel deodorante che è sempre lo stesso e i vestiti che lavi con quel detersivo, che insieme al deodorante e alla tua pelle fa quell’odore che hai soltanto tu. Esci, vai al lavoro. 

Non mi saluti. Perché vivi altrove.

Al lavoro mi disturbano tutti. Nessuno sa che ho un lavoro. Non lo sanno i miei genitori, non lo sa l’elettricista, non lo sa l’idraulico, non lo sa il postino. Tutti bussano mentre io sto lavorando. Io stessa cerco di convincermi che sto lavorando. Io stessa cerco di convincermi che sono veramente in questo paese.

Al lavoro tu incontri i tuoi colleghi. Sono simpatici. Vi sedete alla scrivania, decidete cosa fare, lo fate. Alle 11:00 prendete un caffè, alle 13:00 pranzate. Sei contento dei tuoi colleghi. Sei un po’ stanco del tuo lavoro.

Alle 13:30 anche io stacco. Mi sembra sempre di non aver lavorato, di non aver concluso niente. Anche io pranzo, con i miei, ma potrei vivere di aria.

È probabile che tu cucini la sera prima. 

Anche io una volta cucinavo. Poi ho smesso. Mangio, ma non cucino. Un giorno cucinerò ancora, lo so. Un giorno mi sembrerà di nuovo di lavorare e potrò credere di essere dove mi trovo.

Nel pomeriggio tu lavori.

Io pure. Quando il lavoro non c’è, lo invento. Io non lavoro, ma sono stanca. Il resto del mondo mette su famiglie e sforna figli e lavora e fa le cose del mondo, io non lavoro e sono stanca.

Pure tu sei stanco. Ti arrivano dei messaggi, non rispondi, hai da fare. La sera scopri che ti si è rotta la lavatrice, e hai bisogno di una bacinella più grande. 

La sera io noto che gli orli delle maniche del mio piumino giallo sono anneriti: lo metto in lavatrice, ma la lavatrice non strizza. Non mi preoccupo della bacinella. Se il mondo adesso crollasse, io mi sposterei un po’ più in là.

Ti penso. Compari tra le briciole del pane affettato svogliatamente, nelle fessure tra il lavandino e il marmo dalle quali in estate uscivano le formiche, ti intravedo, distrattamente, nel semino germogliato di un limone, nella muffa sulla marmellata, ti sento corrermi incontro nell’odore di un passante che si è permesso di mettersi il tuo stesso deodorante. Ma non ci presto attenzione. Sei forse come la sabbia che si accumula e si appiccica nelle fessure delle borse, nelle pieghe della pelle, dopo il mare, e che ci rimane fino all’estate successiva. Ti intrufoli senza mai essere contenuto.

Anche tu mi pensi. Non mi sono mai impegnata a pensare a come mi pensi, forse avrei dovuto. Ti ricordi dei miei capelli, soprattutto di come sono morbidi sulla nuca. Vedi i miei occhi. Le mie ginocchia. Senti le mie mani. La mia voce. Qualche volta qualcuno ti chiama per nome: ti capita, distrattamente, di ricordarti di me quando ti chiamano per nome. Ma io sono forse come la sabbia del mare che si accumula e si appiccica nelle fessure delle borse, nelle pieghe della pelle, dopo il mare, e che ci rimane fino all’estate successiva. Mi intrufolo senza mai essere contenuto. 

Io sono i vetrini corrosi dal mare che hai raccolto e poi hai lasciato sul muretto.

Tu sei una conchiglia che ho cercato di custodire, ma che ho perso. Sono ancora convinta di averla persa da qualche parte dentro casa e che prima o poi la ritroverò, ma non la trovo: quando la trovo, è sempre un’altra.

Tra me e te ci sono chilometri, centimetri, chilometri. Ci sono le parole giuste, mai dette. Ci sono chilometri di parole scritte. Ci sono le spunte blu. Gli errori, l’orgoglio, la pretesa che tutto segua un calcolo ideale, che tutto sia come l’avevi immaginato anche se così non può essere, potresti essere contento che parte di quello che avevi immaginato era esattamente come l’avevi immaginato. Ci sono le tenerezze mancate. Un panino al salmone mai finito. Un incontro con gli amici mai avvenuto. Delle canzoni mai cantate. Un picnic al mare che non c’è mai stato. Tra me e te c’è una corsa all’aeroporto mancata, ci sono versi che non ho capito, che ho capito, che ho capito male, versi che non hai capito, che hai capito, che hai capito male, ci sono i discorsi non fatti, le parole buttate per far male, le azioni commesse a sfregio, tra me e te ci sono “no” come pietre miliari e “sì” di velluto che non si fanno in tempo a dire, che sono già detti, scivolati via come anguille, con i “no” che ci piovono sopra, come grandine. Tra me e te c’è che non ci siamo mai veramente conosciuti e danziamo con i nostri ologrammi.

Io nella mia stanza. Quando, distrattamente, mi vieni in mente, nella folla di persone che mi farfuglia cose che io ascolto con curiosità ardente e con diffidenza, anche te, con diffidenza.

Tu nella tua stanza. Quando svuoti la borsa e ti cade qualche granello di sabbia sul letto e si impiglia nella trama delle lenzuola pulite, ormai sporche, di una traccia di me. Che ho questo cazzo di vizio di infilarmi nelle trame delle stoffe degli altri, nel posto e nel momento sbagliato: non sulla spiaggia, al mare, ma già a casa, già in inverno. Già quando dovrei essere fuori dai calcoli.

Perché tu calcoli. Tu definisci, tu sai come e cosa deve essere e quando e decidi se è ora o se è domani e se è e se non è e se io sento questo o quell’altro e perché, anche se tra me e te ci sono chilometri, centimetri, chilometri, e io correvo e tu prendevi un caffè, e io affettavo il pane senza sapere tu che pantofole hai.

Io invece soffio. Io soffio dentro al vento. E quando soffio io non ho parole che siano “sì” o “no” o “voglio”, il mio è un soffiare intero e confuso, io vado incontro alle cose alle quali posso andare incontro e scontro le cose che posso scontrare, io accarezzo le pieghe che fanno gli angoli delle tue labbra e tu non lo sai – a te forse interessa di più il sedere, io soffio e ti trovo in un tizio alla fermata dell’autobus, in una canzone che mandano alla radio, ti intuisco nella parola detta da uno sconosciuto e non chiedo niente, se non, se non… 

Deve essere che non sei albero per farti avvolgere, ma acqua da increspare, e io non chiedo niente, se non di incresparti, se ti posso increspare, e di non incresparti, quando si secca il letto del fiume, quando si prosciuga il lago. E se non posso incresparti, io sono vento, e finirò sempre per increspare altro, per increspare anche me. Io soffio senza chiedere il permesso perché non sono io che soffio, mi lascio soffiare e non ho bisogno di qualcuno che mi soffi.

Nemmeno tu chiedi niente. Se mai tu hai chiesto qualcosa, hai chiesto l’assenza. Difficile chiedere al vento l’assenza. Facile mettere le guarnizioni alla finestra.

Perciò, la mattina io mi sveglio. Vado al bagno. Faccio pipì.

La mattina tu ti svegli. Vai al bagno. Fai pipì.

E la sera dormiamo separati, e io non ti aspetto.

7 pensieri su “Non ti aspetto

      1. Cmq, rileggendolo… Lo pensavo da alcune settimane, ma il mese scorso ho provato a tradurre “Io e te” di Irina Denezhkina, dalla raccolta “Dammi” pubblicata già in traduzione da Einaudi, mi pare. Credo di averle involontariamente fatto il verso. 🙄 Stilisticamente, intendo. A livello di contenuti potrei essermi spinta un po’ oltre e inoltre lei ha molto più sangue e molti meno burri e marmellate. Però, se ti piace leggere cose così, chissà che non ti piaccia la Denezhkina. Io non ho ancora deciso se mi piace.

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