Sing

Io (e sono sicura, anche tu) ho questa pessima abitudine di sottovalutarmi, o di sopravvalutarmi.

Invece basta una sera lasciarsi andare, smettere di pensarci tanto su, presentarsi, per esempio, a lezione di canto.

Ricordare. Come prima delle giravolte, il peso sulla parte anteriore dei tarsi. Un filo che ti tiene appesa a una stella. Un palloncino nella pancia, sgonfiarlo con una lunghissima “s”. Tu lo sapevi di saper tenere una “s” così a lungo? Lo sapevi, ma non ci credevi. Avevi bisogno di una maestra che ti confermasse con lo sguardo che hai tanto di quel fiato “che neppure una balena può resistere sott’acqua stando senza respirare tutto il tempo che io tengo questo MI”.

Tu non lo sapevi che hai una bella voce? Lo sapevi. Ma avevi bisogno di qualcuno che la amasse e avesse voglia di educarla. Avevi bisogno di decidere che “se non ora, quando?”, che non importa dove.

Avevi bisogno, per l’ennesima volta, di smettere di rimandare i sogni, che non sono programmi, no! Poi te ne accorgi: i sogni sono briciole che lasciamo lungo il cammino, briciole di talenti che abbiamo costruito e di intenzioni che abbiamo lasciato a germogliare negli anni fino a maturare.

Ho scoperto questo, e come vorrei che io, che tu, potessi trattenere questa consapevolezza più a lungo possibile. Niente in questa vita è sbagliato, nemmeno gli errori. L’unico vero errore è fermarsi, chiudersi, aspettare che passi tutto il tempo mentre pensi e ripensi e rivaluti.

Ho imparato le lingue perché avevo voglia di conoscere la gente del mondo. Mi veniva bene, ci sono riuscita. Ne parlo sei, anche se non tutte fluentemente. Potrei vivere tranquillamente in tutti i paesi anglofoni, ispanofoni, russofoni, francofoni, provare dove si parla in tedesco e, una volta, a furia di stare con i turchi capivo il turco, che significa: potrei.

Sapevo che le arti performative e la scrittura non mi avrebbero reso subito autonoma, mi sono scelta un mestiere. Insegno e traduco. Posso farlo ovunque. Mi lamento, ma la verità è che non ci si arricchisce, ma ci si campa e non ci si annoia nemmeno tanto.

So cantare. Cioè, sono uno strumento musicale e, se ho bisogno di andare in capo al mondo per stare vicino a chi voglio, non ho bisogno di portare bagaglio in eccesso. Lo stesso vale per ballare e recitare.

Scrivere, preferisco nella mia lingua madre. Vivo nel terzo millennio. Se un giorno mi pagassero, basterebbe il Wi-Fi. Ho i talenti portatili e, senza programmarlo, mi sono creata un bagaglio di abilità portatili.

Se seguiamo la teoria di quelli che dicono che ci scegliamo la famiglia in cui nasciamo quando, anime senza nome, vaghiamo per l’universo in cerca di un posto in cui reincarnarci, ho scelto una famiglia sbagliata e giusta nel modo migliore. Una famiglia che mi ha sempre spinta ad essere autonoma e indipendente, che mi ha dato i complessi sui quali lavorare per poter diventare chi sono, ma grazie alla quale potrei essere più indulgente con me stessa: una famiglia presso la quale posso vivere e riposare quando ho bisogno di fare il punto, una famiglia che ha lavorato tanto prima di me perché io possa occuparmi un po’ più della bellezza e un po’ meno di accumulare.

Dunque, perché camminare con il freno a mano tirato? Perché crogiolarsi nei complessi già vecchi? Crearsi i limiti da soli, per paura di fantasmi che non sono veramente nostri?

Tutto risponde esattamente a quanto richiesto dal canovaccio. Ogni briciola è inghiottita da un uccello che ti porterà un messaggio più avanti, ogni sasso si è incastrato esattamente nella buca in cui doveva incastrarsi. Tutto ciò che si perde, andava perso, e molto di quello che si perde in realtà non è andato perso. Manca solo un po’ di fede.

Agostino diceva che chi canta prega due volte. Io quando canto volo. Volo, un volo diverso ma simile a quello delle lingue, degli aerei, delle parole. Molto di quello che posseggo sta chiuso solo nel mio corpo e ha a che fare con l’aria e con il volo. Perciò, quello che mi riporta nello stato di grazia della fede è cantare, ma non solo: è capire che è una delle cose che mi devo tenere strette, uno dei doni dati a me e che posso fare al mondo.

Magari per te è altro, cos’è? Cos’è che devi fare subito, per ore, senza perdere altro tempo, e che come l’anello di una catena si attacca a tutto il resto che hai di caro nella vita?

Sing.

3 pensieri su “Sing

  1. È qualcosa che hai dentro e magari nemmeno lo sapevi, poi l’hai lasciato lì celato al mondo, ma sapevi di avere qualcosa da far venire fuori e cosi ogni volta che canti ti liberi da qualsiasi peso che ti carichi nell’anima e voli ♡ ti capisco bene ma a volte non è proprio possibile far ciò che si desidera per questo si tende a rimandare ahimè.

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