Mind the gap: fumare

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Ok. Voglio cominciare questa storia nel momento in cui mi stendo sul letto della mia stanza per la prima volta. Letto duro come il pavimento, cuscino idem. Mi metto a pancia in su: non ne trovo altre, di posizioni comode con il braccio fasciato. Il soffitto è una teoria di onde. O forse è la roba che mi circola in corpo da due giorni. Sedativi da cavalli, visto che la notte prima credevo di essere in una camera a gas. La ragazza nel letto accanto, Ariel, è una tipa in gamba. Appena sono entrata mi ha detto:

“Mi dispiace, non converseremo molto, sono sorda, ho l’otite”

Le ho risposto che era perfetto, tanto io non sono una che parla tanto. Chissà se mi ha sentito. 

La porta della camera è aperta. Passa un tizio con la sigaretta in bocca. Cavolo, penso, che voglia di fumare che ho. Ma non ho nemmeno una mezza cicca. Solo il tabacco e con una mano sola si rolla da cani. Inoltre ho sempre un affare infilato nel braccio non fasciato, quella specie di raccordo per la flebo, che mi impedisce di piegarlo. Mi sento davvero impedita: due mezze braccia. 

Becco l’infermiera mentre scivola via lungo il corridoio. Sarà il pavimento, ma mi pare che tutti qui scivolino via, anche le infermiere basse e grassoccie come lei.

“Scusi”, le faccio. 

Si volta e mi guarda con gli occhi spalancati. Mi sa che è solo il suo modo di guardare però. L’ha fatto anche quando sono arrivata, di guardarmi così, mentre mi toglieva i lacci degli scarponi, mi confiscava gli accendini e mi apriva la borsa per cercare forbici, coltelli e altro. 

“Sai”, ha detto,”le regole valgono per tutti. E poi c’è un’altra persona in stanza con te. È per la vostra sicurezza”

Aveva gli occhi spalancati, come ora. Quella non batte mai ciglio, ho pensato.  

“Ho sempre questo coso nel braccio”, le dico mostrandoglielo. “Non è che ora me lo può levare?”

Sorride (o almeno, ho creduto fosse un sorriso), mi porta in una stanza e me lo toglie. 

Torno in camera più rilassata e inizio a girare la sigaretta con la destra e basta. Non è facile, ma posso farcela, mi dico. Sono le dodici e trenta. La mia amica, quella che mi ha accompagnato qui con l’ambulanza, mi ha promesso che sarebbe tornata subito con le sigarette. Che è l’unica cosa che non tolgono, qui. Le sigarette e un libro. Peccato che il cartello dica: Orario di visita 13.30-14.30. Questo è un reparto chiuso. Non è come stare a maternità.

Esco e fermo la prima persona che mi passa davanti. Qui è tutto un viavai. Non ce ne è uno nella sua stanza. Tranne Ariel, che mi sa che dorme gran parte della giornata. 

“Come la accendo?”, chiedo indicando la sigaretta che ho in mano. È un tizio sulla quarantina, credo. Ma qui il tempo si dilata. E così anche gli anni.

Indica con il mento un infermiere e scivola via fino in fondo al corridoio. 

“Gli accendini li teniamo noi”, dice l’infermiere facendo scattare il Bic. “Ma tu come fai ad averle, le sigarette?”

“Sono qui di passaggio”, gli dico “tra poco me ne vado”

Si fa una grassa risata guardandomi il braccio fasciato. 

“Certo, dicono tutti così. Senti, le sigarette le consegni, poi. Ve ne diamo noi una ogni ora ok? Fuma di là, nella saletta in fondo. Ci sono gli aspiratori”

Quanta fatica per fumare e basta. Pensare che me ne avevano offerta subito una, appena arrivata, per farmi calmare. Caffè d’orzo e sigaretta per lei, aveva detto la dottoressa. Poi ha letto i fogli del pronto soccorso sistemandosi gli occhiali sul naso. Aveva l’aria stanca, già alle dieci e mezzo di mattina. Ripenso alla sua faccia mentre accendo la sigaretta. Tiro la testa all’indietro e chiudo gli occhi. Ho le palpebre di un bambolotto. 

Mi ha riempito di domande, la dottoressa. Anche lei. 

“Come è andata?”, mi ha chiesto.

“Sono dodici ore che me lo chiedono”

“Non vuoi dirmelo?” 

Sospiro.

“L’hai fatto da sola?”

La bocca mi si è piegata all’ingiù.

“Leggo qui, dimmi se sbaglio: dal colloquio con il padre emerge che a paziente è in terapia per il tono dell’umore e che la ferita è stata auto inferta con un coltello da cucina”

Io: zitta.

“Sbaglia, il papà?” 

Papà, ha detto. Come se avessi dodici anni.

“No”, ho risposto.

“Che coltello era?”

“Ceramica. Me lo sono spezzato nel braccio”

Si è tolta gli occhiali e mi ha guardato come fossi un cucciolo che sta per annegare.

“E ora che si fa, (…)?”mi ha chiamato per nome. Mi ha fatto un po’ strano.

“Si ricompra il coltello?” 

Si è ributtata a leggere, poi si è rimessa gli occhiali ed è tornata a guardarmi. Avrei fatto il percorso inverso, ho pensato. 

“Che ne dici se stai con noi per un po’? Magari solo per oggi” 

Di nuovo ho contratto le labbra.

“È per te. Lo facciamo per te. Dobbiamo toglierla, tutta questa sofferenza”

Avevo già due curve umide e calde agli angoli del viso.

“Perché piangi?”, mi ha chiesto.

“Sono agitata”, ho farfugliato.

“E perché?”

E così sono sbottata:

“Lei non sarebbe un po’ agitata se le dicessero di fermarsi in un reparto psichiatrico? Se le sue sofferenze, così intime, così private, le dovesse raccontare cento volte ai quattro venti? Mi ci è voluto un anno di terapia per dirle alla mia psicologa, ora le spiattello qui e là. Non le verrebbe da piangere se pensasse a sua figlia, a casa, che la sta aspettando e crede che sua madre sia solo caduta dalle scale? Io voglio tornare a casa!”

Le due curve erano due fiumi ormai. Maledetta piagnina!

“Se è così agitata”, ha iniziato “non posso proprio farla tornare a casa”. Poi si è messa a scribacchiare e mi ha ignorato, mentre io riempivo la stanza di stupidi singhiozzi. 

Nel fumoir entra qualcuno. Alzo la testa e apro gli occhi. Mi sa che è meccanico. È Ariel.

“Fumi?”, le chiedo a voce alta prima di rendermi conto che non ho sigarette.

“No”, risponde lei “Io scrivo”

Sto per dire qualcosa, tipo chiederle che c’entra la scrittura con il fatto di non fumare. Ma poi le sorrido e basta. E ci mettiamo entrambe a fissare la scritta sul muro di fronte: vivere X vivere. 

12 pensieri su “Mind the gap: fumare

      1. È un racconto 🙂 molto partecipato per motivi personali, ma comunque un racconto. O un pezzo di racconto. O quel che è. Sono una scrtittricefallita, dopotutto …

        Mi piace

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