Sotto il tappeto

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Ieri sera c’era qualcuno nella mia testa.

 Forse una donna: spalle al muro, gambe divaricate, mani tese verso di me. Mi fissava senza vedermi e urlava che l’unica cosa che voleva in quel momento era che si aprisse un varco ai suoi piedi. E che il varco la inghiottisse. Per sempre.

È così che stamani ho iniziato a scrivere questo.

Ci sono giorni in cui a sollevare il tappeto non ci vuole nulla. Il mostro che ne esce non fa più paura di quanto la faccia io. Le parole che dice non mi feriscono più delle mie. 

Mi parla del nostro mondo, quello che tu mi hai aiutato a costruire. Mi dice delle Voragini che si stanno aprendo. Si mette in ginocchio e mi prega di non distruggerlo. Negli anni ho dato vita a ogni mattone di quel mondo con i miei ricordi. 

I ricordi non sono realtà, te l’ho ripetuto spesso. Io nei miei ci metto di tutto e la tua voce ribatte.

Le cose non sono andate così, dici ridendo. 

Perché è così importante la verità?, ti chiedo.

La verità non è così importante, non lo è. È solo oggi che guarda ieri e lo fa con gli occhi di oggi, mi dici.

Forse se non riuscissimo a mentirci non potremmo sopravvivere. I ricordi si confondono con i sogni, quelli in cui ci sei tu. Così adesso non sono così sicura che quella volta ci siamo stati davvero sdraiati sulla sabbia, a cercarci le mani fredde e a contare le nuvole. Così come potrai dirmi che non è vero che ti ho abbracciato mentre piangevi e l’odore della tua pelle mi entrava allora nella testa per non lasciarmi mai più. E tu che mi chiedevi di abbracciarti ancora (non lasciarmi) e poi mi dondolavi come si fa con i bambini. 

Sei tu che hai cambiato il mio corpo. Lo hai modellato, plasmando i miei seni dalla terra. Hai leccato le mie ferite, e non mi accorgevo che altre se ne aprivano con la tua lingua e che erano uguali alle tue. Hai raccolto in piccole fiale le mie lacrime e non sapevi che erano per noi. 

Quella sera sulla spiaggia i miei sandali alzavano la sabbia mentre me ne andavo. Ti avevo visto nel sole che si rifletteva nel mare. Ti tuffavi dentro il mondo e al di fuori di esso, ti tuffavi dentro di noi e al di fuori di noi. E io non potevo più guardare senza sentire quel dolore, quello che provo quando tu non ci sei, quello che concentro tutto in un punto preciso, sotto le costole. Quella sera la sabbia era calda e l’ho raccolta per ricordare. Poi ho creato una Voragine per dimenticare. Ho guidato in quella Voragine, senza sapere dove, solo pensando che per far finire tutto bastava spostare il volante solo di dieci centimetri…solo dieci verso destra. È stata la prima sera che ti ho gridato: odiami. Odiami e uccidimi.

Vorrei poter essere arrabbiata con te. Vorrei esserne in grado, soffocarti con il fiume in piena di parole che, tu dici, solo una donna sa creare. Ma il fatto è che non ci riesco. Non posso proprio odiarti. Così spero che lo faccia tu. Odiami, ti grido ancora nel vento di oggi: odiami. 

Odiami perché ogni cosa che farò ti farà soffrire, ti farà accovacciare in terra, rannicchiato come un feto. Implorerai la morte. 

Odiami perché io ti amo. 

Odiami perché l’amore muore sempre e chi, come noi, lo ha sempre aspettato morirà con lui. 

Odiami perché ho creato questo mondo, un mondo solo nostro, di carta e fumo, di segni e lacrime. E ora lo sto distruggendo. 

 Ho verniciato le finestre delle case in cui abiteremo, tagliato l’erba dei giardini dove giocano i nostri figli, appeso la luna nel cielo del colore che vuoi tu. La musica suona da ogni lampione. 

Mi sono imposta tempo fa di disegnarlo e regalartelo. Ma ora sono così stanca. Dovrai aspettare per questo. 

Le Voragini si stanno ingozzando di strade e panchine, di fiori e pettirossi.

Allora stanotte sognerò di te, io che sono così brava a sognarti. Sognerò che tu mi raggiunga. Ti vedrò spuntare da un angolo e mentre leggo i tuoi libri sdraiata nel nostro giardino non avrai bisogno di dire nulla, non dovrai che poggiare la testa sulle mie gambe e lasciare che legga per te e che le parole degli altri si confondano con le nostre.

Fino alla fine. 

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