“Ad Alfonso e Vera”

Io non scrivevo più.

Scrivevo un blog.

Parlavo di babushki che davanti a una tazza di tè mi avevano raccontato di aver scoperto con stupore che anche Stalin faceva la cacca.

Parlavo di donne di provincia che tramandano l’arte di costruire bambole amuleto.

Di città medioevali in base a una periodizzazione diversa, in cui vecchie con il fazzoletto in testa e le mani viola per il freddo vendono pesce sui marciapiedi.

Di cimiteri nei boschi in cui si lasciano le uova colorate sulle tombe e ci si siede a consumare il pranzo pasquale con i morti.

Di ghiacci, di danze lungo la Moscova, di bliny con la smetana, di pupazzi a cui si dà fuoco prima di Quaresima, di uomini che ti aprono la porta, traducevo filastrocche popolari, fiabe, canzoni, raccontavo tra un grattacielo e l’altro la mia nostalgia dai loculi di una Babele lontana, ma non scrivevo più di me.

Davanti al foglio bianco, avevo paura. Tutto succedeva nella mia testa e le voci si erano affollate al punto che mi fischiavano le orecchie, impazzite dal susseguirsi di tribunali e concerti immaginari che ormai si compivano senza il mio permesso. Come nei sogni in cui ti aggrediscono e tu non riesci ad urlare, perché non ti esce la voce, io urlavo a squarciagola, ma non usciva niente. Le voci nella mia testa c’erano, ma la mia dovevo averla venduta ad una strega in cambio di due gambe al posto di una pinna di sirena. Non mi ricordo.

Ricordo solo, un giorno, sulla riva, si è allungata una mano, l’ho afferrata di corsa, senza chiedere perché, per come. Alfonso scriveva e io ero così arrabbiata con il chiasso nella testa, che stavo lì li per esplodere e sputare fuori tutto. Si stava rompendo l’incantesimo.

Il giorno dopo, soltanto il giorno dopo, ho finalmente chiamato Vera. Era nella mia rubrica da un anno, alla voce “psicologo”, sapeva che piangevo, ma non mi aveva mai vista. Alfonso era il riflesso storto di una parte nascosta di me, Vera era la mia guida. Il giorno dopo ancora mi ha detto: “Compiti per casa: scrivi.”

Era una specie di diario con delle domande a cui rispondere, ma Vera non sapeva il rapporto che avevo avuto con la scrittura prima di incontrare la sua lingua. Non lo sapeva e per questo, quando mi presentai da lei con i compiti diligentemente fatti e anche in sovrabbondanza, manifestò stupore: “Tu scrivi bene! Compiti per casa: scrivi.”

Era cominciato un nuovo anno, nella mia vita erano comparsi Alfonso e Vera, io scrivevo, improvvisamente, soltanto di me. Poesie, rigurgiti, riflessioni, bilanci, fantasie, cose segrete che al mondo non regalerai mai.

Improvvisamente stavo bene. Il riflesso distorto della parte di me che era venuta fuori dal nascondiglio si è frantumato dietro a uno specchio rotto, Vera mi ha fatto notare che avevo bisogno di lei quando non riuscivo a esistere, ma adesso sono viva, quindi perché dovrei continuare ad aggrapparmi a lei? “Scrivi,” ha detto, “hai una vita straordinaria e puoi scrivere cose alle quali nessuno ha mai pensato. Sai trovare le parole per spiegare cose che normalmente non si spiegano.”

Ho lasciato andare Alfonso, ho lasciato andare Vera, ho lasciato andare tutto quello che avevo, mi sono chiusa nella mia vecchia stanza, mi sono trascinata sul balcone e nei paesi e tra vecchi e nuovi amici e in città del passato per fare un viaggio dentro quella che sono diventata e tutti i giorni con me avevo le parole, mi perseguitavano, le voci non mi ignoravano, mi chiedevano di farle uscire.

Tutti i giorni scrivevo qualcosa, e a un certo punto sapevo chiaramente cosa stavo scrivendo, fino a quando ieri, dal cilindro del prestigiatore nascosto dentro di me, ho tirato fuori un alter ego, che sapeva che cosa sto scrivendo meglio di quanto non lo sapessi io. Si chiama Adelaide Zaino. Tutta la notte non prendevo sonno, pensavo ad Adelaide Zaino, alla sua prima comunione, al suo naso, al suo nome di battesimo, alle prime scarpe col tacco, alla sua prima macchina da scrivere e al passaporto per minori in cui aveva lo strabismo di Venere.

E stasera, lasciato a metà il racconto delle verruche di Adelaide e di una certa vecchia che gliele stava incarmando, mi sono messa a frugare tra le vecchie cose e ho trovato delle cartoline dal passato. Non ho potuto fare a meno di contattare alcune delle persone che me le hanno mandate. Una di loro, in particolare, condivide con me un trasloco e la scrittura. Dice: “La scrittura è la mia amante antipatica, non riesco a recuperare il rapporto con lei”. Dico: “Perché la scrittura rivela.”

Mi sono ritrovata a fare i nomi di Alfonso e Vera. Perché anche io avevo il blocco dello scrittore, ma poi sono passati di qua Alfonso e Vera e pure se inciampo nelle frasi, scrivo e riscrivo e non mi devono disturbare mentre scrivo, fosse anche la lista della spesa.

In più Alfonso e Vera hanno nomi perfetti per diventare personaggi. Alfonso in russo è il nome dei gigolò, Vera è il nome della fede. Ho trovato che con Adelaide Zaino andassero d’accordo, una piacevole combinazione. Credo che se Adelaide Zaino decidesse di dedicare il suo “Piccolo Dizionario Meridionale” a qualcuno, lo dedicherebbe, tra gli altri, con particolare tenerezza ad Alfonso e Vera.

Nel frattempo, vi ho parlato di Adelaide Zaino, e questo significa che se non le lascio finire l’opera cominciata, la metto in una situazione imbarazzante. Un giorno, quindi, la conoscerete.

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