Numeri

– Ho vissuto in questa città molti anni fa, quando ero una ragazzina.

– Perché? Cosa sei adesso? Quanti anni hai?

– Eh, sono grande.

– Grande! Quanti? 23?

È un complimento.

E nemmeno uno esagerato, se si considera la penombra e il generale stato di salute della donna in questione.

 

– Ieri, dopo che ti ho chiesto il numero, mi sono fatto due conti.

– Sì?

Sembravi piccola quando mi sono avvicinato, ma poi in cinque minuti sono saltati fuori tutti quei paesi…

– E?

– L’ho capito che sei più grande di me.

Già… Io ti ho stalkato su Facebook. Anche io mi sono fatta due conti.

Ma non ha importanza.

Lei ride. – 28?

– 25.

– Wow.

– Ha importanza? Ti assicuro che per me non ha importanza.

– Ok.

Adesso me lo dici quanti anni hai?

È un complimento.

Uno coraggioso, anticonvenzionale, irriverente.

 

– Allora? La prendi una decisione? Dove vuoi vivere? Qui o là? Perché pensi a tante cose contemporaneamente? Sei una donna, dovresti pensare di meno sentire di più! Sembra che tu abbia 17 anni!

È un’offesa.

Ti rimpicciolisco perché mi rompo le palle di prendermi la metà di responsabilità del nostro coesistere.

 

Vivi nel meraviglioso mondo di Amélie. Hai vissuto tanti anni all’estero, ma apertura mentale zero.

È un’offesa.

Ti rimpicciolisco, perché voglio avere ragione. Non so su cosa, ma non è importante. L’importante è che tu hai torto.

 

23, 35, 28, 25, 32, 17, 0, e ancora molti altri numeri buttati là, tra i numeri di telefono scambiati, tra gli orari degli appuntamenti, i rintocchi di orologi e di campane, le taglie dei pantaloni, le scarpe, il prezzo dei drink e dei panini, i pin digitati alla cassa, le coordinate di google maps.

Niente significa più niente. I baci e le carezze vengono lanciati come spiccioli pesanti a un barbone o a un artista di strada ascoltato distrattamente, il sesso è la moneta di scambio per l’attenzione, la consumazione veloce, senza coperto, non c’è bisogno, senza coperta, tanto non dormiremo abbracciati. E se dormiremo abbracciati, non significa niente, ti conosco da appena TRE giorni, io ho VENTICINQUE anni, tu è come se ne avessi DICIASSETTE, io guadagno OTTOCENTO euro al mese e tu MILLETRECENTO, siamo stati insieme solo DUE giorni, ci conosciamo ormai da QUATTRO anni, vivi a TRE ore e MEZZO di volo, sono durato QUINDICI minuti, lo abbiamo fatto CINQUE volte di fila, era il PRIMO gennaio, il CINQUE aprile, il SETTE agosto, tu sei nata il SETTE settembre e io l’OTTO ottobre, che strana coincidenza, due volte mi ha risucchiato un vortice, si è fermato il tempo, erano nati il SETTE e il NOVE ottobre, potrebbe saltarmi in aria la testa, e se dormiremo abbracciati, non significa niente.

Sono solo due corpi buttati in un letto che cercano un contatto, una pelle. Quando si fa sesso si rilascia un ormone, l’ossitocina, l’ormone dell’amore, ma non è amore, è ossitocina. E i baci alla serotonina, non significano niente, è serotonina. Il desiderio sono estrogeni e testosterone o chissà che altra magica pozione, non significa niente. Se non è immateriale, non significa niente, e siccome sappiamo bene che il soprannaturale e l’immateriale non esistono, che l’anima non esiste, allora non significa niente perché non è immateriale e anche se fosse immateriale, non esisterebbe.

Esiste quello che puoi contare, che puoi controllare. Esiste la certezza, la formula per prevedere la reazione sperimentata, verificata, approvata, non succederà nulla di imprevedibile, giocheremo soltanto ad afferrarci imprevedibilmente da un lato all’altro di un ponte in una città straniera, sconosciuti a noi stessi e ai passanti, giocheremo a sposarci con le parole in viali di campagne sconosciute e a osservare sbalorditi tramonti a picco sul mare e poi esploderemo l’uno dentro l’altra, ma non succederà niente di imprevedibile, soltanto un’altra recita, atto QUARTO, scena SESTA, si chiude il sipario.

E cercheremo il grande amore tra la folla, perché solo questo grande amore con le mutande di pizzo o Axe sotto le ascelle ci darà la felicità suprema, dicono, e getteremo nel primo secchio dell’immondizia gli scontrini delle notti bianche, dei gusti delle lingue e delle labbra, i rumori che perforano la stanza, l’odore ammaliante di una pelle sconosciuta come un canto di sirena, che mi sembra di averti conosciuto un numero imprecisato di vite fa, forse quando tu eri mucca e io fiore di campo, e ti volevo bene, sì, però, come te, ce n’erano altre CINQUANTATRE, come te, ce n’erano altri QUARANTANOVE, che significasse qualcosa non ne abbiamo le prove.

E cercheremo il grande amore, o lo aspetteremo da una panchina in una stazione soltanto per il gusto di intrattenerci con la gente che sale e scende dai treni, ci provo con te, ci provo con te, oh scusami tanto, devi andare, allora non sei tu, io resto ad aspettare. Io resto ad aspettare una cosa immateriale, io che non credo nemmeno nel soprannaturale.

E guai a credere altrimenti. Guai a dilatare la percezione dei numeri perfetti, a reclamare le generazioni nelle settimane, le epoche negli anni, gli anni luce nei secondi di un orgasmo. Hai 17 anni, come se avere 17 anni e vivere una vita intera in un giorno fosse un male, come se fosse più giusto averne invece 30 e non farsi più bastare quattro anni di convivenza per mettersi l’anello al dito, l’abito bianco e portare la propria faccia alla festa. Sei così bella e attraente sotto la luce soffusa di una sala da ballo, quando di anni ne dimostri 23, sei così rompipalle quando dall’altro capo del telefono ne dimostri 17. Sei così sexy quando scopro che hai già superato i 30 e avresti potuto essere la mia prof al liceo, ma che palle che tu sia così distante. Bisogna avere il numero giusto, averlo subito, tanto più tanto mi dà tanto, due più due deve fare quattro, cosa credi mai, che perché abbiamo fatto sesso ci siamo fidanzati?

No. Chi più di lei, che non indovinano mai quanti anni ha, che non si capisce mai da dove viene, che si confonde tra la folla e poi improvvisamente si distingue soltanto per l’andatura svogliata e lo sguardo perso, chi più di lei, che la prendono per una spia, può avere imparato, a furia di colpi, fughe e inseguimenti, quanto siano fluidi i rapporti umani? Chi più di una persona fluida può conoscere le innumerevoli forme dei rapporti umani?

Che un bacio significa. Significa un bacio, e ogni bacio è diverso e sta dicendo un nuovo messaggio. Che il sesso significa. Significa tutto quello che si stanno dicendo due corpi nel momento in cui lo fanno. Significa, quando è bello, che i corpi non hanno alcun potere, perché non agiscono, sgusciano, si lasciano avvenire. Che le parole dette significano esattamente quello che stavi dicendo e rimangiartele è un torto, come è un torto rimangiarti la pelle d’oca che ti ha percorso la schiena l’altra sera, quando stavi inchinato come un monaco a una Dea, e adesso che stai in piedi ti senti grande e mi fai i calcoli sull’esistenza. Ma credi che stessi girata dall’altra parte quando ti ho visto perdere il conto delle ore e ti è colata lungo il collo, lungo i fianchi la maschera dell’uomo per bene, sciolta soltanto dal mio bagliore?

E il mio bagliore significa. Gli vuoi dare un numero? Gli vuoi dare un prezzo? Gli vuoi dare un’età perché ti sia più comodo farti fesso e dimenticarti che davanti a me sei come cera? E soprattutto, sei così sicuro che abbia bisogno delle tue etichette, dei tuoi complimenti, delle tue mani e delle tue labbra per sapere di essere bella?

Non ne ho bisogno. Che potere hai, uomo, con i tuoi numeri, che cosa ti rimane alla fine della corsa? Ti ho dato il resto, hai contato, è giusto, te ne sei andato con una stretta di mano. Ma il resto io te l’ho dato per lasciarti l’illusione di aver comprato qualcosa, perché non c’è niente che tu possa veramente comprare da me con le tue lusinghe, come non puoi comprarti il cielo o il mare. Sì, sono interessante, sono luminosa, sì, lo so. Chi non vorrebbe passare il tempo con me? Lanciami in una pista da ballo, ci sarà la ressa. Mettimi a camminare svampita per la strada, sentirò i sorrisi attaccarmisi addosso. Lasciami parlare da un pulpito, animerò le folle. Mi fate sentire lusingata, ma non mi fate sentire amata.

E poi tra tutti i fuchi che ronzano intorno all’ape regina, c’è lui, che ha smesso di ronzare. Lui non calcola nulla, perché non può più. Lui ronzava e sfarfalleggiava e lei stava per cascarci, per cadere nel calcolo, poi no, poi sì, poi ciao, non sono io sola la tua ape regina, tieniti il mondo. Poi un giorno dopo anni che non conteremo, è lei che si presenta dal cacciatore, si stende, remissiva, ai suoi piedi, gli dice: “Eccomi. Non hai bisogno di reti, non hai bisogno di sparare. Non mi fai paura, non mi fai impressione. Non mi hai scelta tu, ti scelgo io.” Togli a un cacciatore la caccia, non sarà più un cacciatore. Cos’è? È innominato, il mondo non ha un nome per il suo ruolo in questa storia d’amore senza numeri, senza linee rette, senza etichette.

C’è lui, c’è lei, l’unica preda che ha fregato il cacciatore, dopo un numero imprecisato di mesi si incontrano sul meridiano di Greenwich, che ora è? È l’ora dove comincia il tempo. Lui le riporta un paio di orecchini di quando lei aveva CINQUE anni, ma siamo sul meridiano di Greenwich, qui comincia il tempo, gli orecchini in realtà sono nuovi, sono un regalo, grazie di regalarmi gli orecchini con cui ho fatto i buchi, non li avevo mai posseduti veramente prima che tu me li donassi. Cos’altro ti posso chiedere, a parte i pezzi di me stessa che mi vai restituendo nei nostri incontri non programmati in città inaspettatamente proiettate sulla scena vuota?

Niente. Lui ha il naso rotto, lei ha tagliato i capelli, sono l’uno il riflesso distorto dell’altra, per ogni eccesso una virtù, per ogni paranoia una soluzione semplice. Una formica le cammina sulla coscia, lei intreccia un bracciale con i fili d’erba, lui l’abbraccia di spalle ed entrambi sono abbracciati dall’ombra della quercia. Le parole scivolano come un’improvvisazione jazz, in questo teatro non c’è un copione, quanti mesi sono passati? Non lo so, è importante? Quanto tempo abbiamo? Poco, ma sembra moltissimo. Certo, non faremo in tempo a sposarci, avere dei figli, odiarci, pagare il mutuo di casa, litigare, svuotare a secchiate il bagno che si è allagato, sentire il cuore del nostro primo bambino che batte, raccogliere il secondo che è caduto a faccia a terra nel corridoio mentre scappava dai mostri, nel cuore della notte. Forse tu avrai un’altra donna o altre dieci delle tue tante, perché lo sappiamo, che tu non sei mai riuscito a essere fedele, hai sempre finito per annoiarti; forse io troverò un altro amore con cui vivere i giorni in fila secondo l’ordine del centimetro, contando che ogni dieci millimetri sarà passato un altro centimetro. È importante?

No. Lui non mente, lui non dice numeri, non propone etichette, non loda e non si lamenta, non umilia, non dimostra, non offende, lui ha capito che l’importante è essere, e si può essere soltanto come si è. Lui non prova a baciarla, lei non prova a baciarlo, è il bacio che scivola improvvisamente da un labbro all’altro, se lei potesse dirlo in un’altra lingua che conosce, direbbe che questi baci si baciano da soli, si baciano perché sono necessari come alla pioggia sono necessarie le nuvole, come all’ombra è necessario il sole. Cosa ci vogliamo dire? Dobbiamo dirci qualcosa? Dobbiamo forse darci qualche spiegazione? Io ti sento vicina, tu mi senti vicino, solo dalle tue mani hanno cominciato a uscire certe carezze, solo dalla tua bocca hanno cominciato a uscire gli stessi consigli che mi darebbero una madre e un padre. Solo tu mi vedi partire e tornare e parti e torni e non mi chiedi conto, né mi respingi, né mi implori, né mi incolpi, solo tu mi abbracci e mi adori e mi segui da lontano, tu credi nei miei talenti e hai fede in me oltre i momenti in cui ti lascio inchinarti. E chi sei tu? È importante?

Lui è quello che è, non importa ai fini della storia sapere quanti anni ha, quanto è alto, quanti chilometri farà, quando esattamente si rivedranno: oggi, qui, adesso, lui le ha messo gli orecchini sul palmo della mano, lei li ha indossati, si è innamorata. Basta così poco per essere felici, lei si è innamorata e non ci sono stati selfie, i telefoni sono rimasti nelle borse, non ci sono state presentazioni con amici e parenti, solo un campo attraversato da un meridiano invisibile, una quercia, un’ombra, i piedi scalzi. Si è innamorata, lei, perché non aveva 17, 23, 30 anni, non aveva bisogno né di pensare come un uomo, né di sentire come una donna, le bastava essere, essere persona, essere animale, essere femmina. C’era solo un bacio, un lungo bacio, o forse no, chi lo sa, quanto dura il tempo? C’era solo un bacio, senza offese, senza complimenti, un bacio che si baciava da solo, come da sole nascono le stelle, come da sole si generano le cellule, come da solo si muove l’universo prima che tu cominci a misurare il tempo.

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