Dialogo pedestre. (Conosci te stesso. Facci amicizia)

Scrivo da quando avevo tre anni e tengo blog dall’età di diciannove. Il primo blog era su MSN, aprì che facevo l’Erasmus in Inghilterra e chiuse quando chiuse MSN, e i suoi contenuti si sono dileguati come i quaderni che una volta, a 16 anni, bruciai nel camino per evitare che il mondo scoprisse che cretinate scrivo e come le scrivo male. Il secondo era su blogspot e si chiamava “BLAtero”, lo usavo per blaterare. Chiuse anche lui e una selezione di post fu trasferita su un nuovo blog, “Prima Persona Singolare. Urgenti e necessarie”, perché nel frattempo evidentemente stavo cominciando a capire la natura del mio scrivere: scrivere senza programma, scrivere di getto, vomitando, respirando, vivendo. O piuttosto la natura del mio vivere? Vivere scrivendo continuamente versi e storie nella testa?

Poi andai a vivere in Russia e lì lasciai perdere “Prima Persona Singolare” e cominciai “Russaliana. Appunti russi di un’italiana”, che un mese fa circa è diventato finalmente “Russaliana. La Russia raccontata dagli italiani”, un blog collettivo e rigorosamente in prima persona singolare.

E in Russia successero molte cose, diventai un’adulta tosta, economicamente indipendente e capace di destreggiarsi in un mare di situazioni in una lingua che ci vuole veramente amore e costanza per impararla. Successe anche che, anche se continuavo a tenere un blog in prima persona, in realtà smisi di scrivere in prima persona come prima. Scrivevo di ciò che vedevo in Russia, ma qualche incantesimo doveva avermi rubato la vividezza del linguaggio e delle metafore, la capacità visionaria, la tendenza ad abbracciare la follia. Cominciai a camuffarmi non più con le maschere dell’attrice che mi erano proprie, ma con i veli delle giustificazioni che gli adulti si danno quando, per sentirsi al sicuro, mettono un tappo allo champagne delle emozioni. Come successe e perché, è una storia lunga e complessa e non staremo a fare anni di psicanalisi per capire: arriviamo al sodo.

In un periodo di crisi, grazie a un’altra persona, io ho ricominciato a scrivere andando a prendere gli scheletri nel mio armadio e, piano piano, sono cominciate a riaffiorare reminiscenze del blog che tenevo prima di cambiare vita. Riaffiorano una volta, due… Ieri sera mi sono ritrovata a leggere tutto il vecchio blog in cerca di versi sulle bolle di sapone.

E mi sono resa conto che a ventiquattro anni avevo una verve, una capacità di descrivere i sentimenti e i rapporti umani tale, che quella ventiquattrenne svitata potrebbe dare lezione all’ultratrentenne di adesso. Mi ero dimenticata di una delle parti più belle di me, quella che, chissà perché, in Russia avevo deciso di mettere da parte. Improvvisamente questa vecchia, giovane Syd, che schizza da un’idea all’altra come una libellula, mi guarda e mi dice: “Come hai potuto? Non lasciarmi mai più!”

No, adesso te lo giuro, non ti lascio più. Sto cambiando di nuovo vita, non so in che direzione mi porterà questo cambiamento, ma non ti devi preoccupare, perché tra le prime persone che ho incontrato per la strada ci sei tu, e non è un caso.

Perciò, oggi festeggio di aver stretto una mano a me stessa ricordandomi di una vecchia foto di profilo che faceva scandalo e ispirava feticismo, dove avevo deciso, provocatoriamente, di mostrare i piedi al posto della faccia. La tenni ostinatamente per anni, nonostante le molestie e le proteste di parte della rete. Fu quella foto, probabilmente, a ispirare questo dialogo, nel luglio del 2010.

Ve lo regalo. Conoscete voi stessi e, quando capite di essere belli e fantastici, ma di esservi trascurati, fateci amicizia: vi sentirete meglio!

Dialogo pedestre

Grattandosi il naso coperto di polvere, Alluce disse a Ditino: “Ma quando ci lava? Per giunta io ci ho sta pellicina che penzola e prende germi ovunque passo. Sono giorni che striscio sulle mattonelle.”
Ditino gli rispose: “E di che ti lamenti? Pensa che questa qui ha degli infradito orribili comprati dal cinese, che sono duri e poi dopo un po’ ci puzza. E poi co’ sto caldo, meglio le mattonelle.”
E Alluce: “Ma la pellicina?”
Ditino: “Io non ho nessuna pellicina.”
“Domanda al Ditino tuo fratello. E già che ci sei, mi spieghi perché cazzo vi chiamate tutti quanti Ditino?
“Ditino mio fratello dice che la gente ha poca fantasia. Dice che l’altro Ditino gli ha detto che una volta Lima gli ha detto che la Mano ha un nome per ogni dito”, disse Ditino, cioè il primo ditino.
“Ma davvero? E che nomi hanno queste dita?”
“Aspetta, che non mi ricordo. Ah. Pollice, Indice… Medio… Anulare e Mignolo!”
“Cazzo! E loro ce le hanno le pellicine?”
“Questo non lo so.”
“E Ditino l’altro, ce le ha?”.
Ditino si voltò un po’ rachitico verso l’altro Ditino, che era impegnato a sua volta in una partita di briscola con l’altro Ditino, quello un po’ più ino. “Ehi tu! Alluce vuole sapere se hai le pellicine!”
“Una, sì, alla base.”
“Dice che ne ha una alla base.”
“E gliela tagliano?”, chiese Alluce.
“E te la tagliano?”, domandò Ditino il primo.
“Quando la tagliano lì sono cazzi, dopo ci entrano il sale e i granelli di sabbia, soprattutto in questa stagione, e a volte viene anche la bolla.”
“Dice che quando la tagliano sono cazzi, dopo ci entrano…” “Lascia stare, ho sentito”, lo interruppe Alluce.
“Questo non l’hai sentito,” disse Ditino il primo. “Dice che a Ditino l’ultimo la pellicina gli viene tutt’uno con l’unghia.”
“Ma com’è possibile?” Alluce si sollevò di almeno un centimetro per la sorpresa, e la pellicina si staccò un po’ e gli fece male.
“Sì, dice che gli cresce un’unghia tutta storta e morbida e che quando la taglia se ne viene anche un pò di pelle, e quindi è inutile chiamare Lima e Olio e quel che vuoi, che puoi limare e idratare ma quel Ditino lì ha sempre un millimetro di unghia indecisa sulla propria identità.”
“Ma è terribile!” disse Alluce, appiattendosi. “Ed è bello?”
“Chi, Ditino l’ultimo?”
“No, mio fratello.”
“Dice che bello non è bello, ma ha il suo fascino. E’ un po’ triangolare e piccolo e grassoccio, si muove poco e ha quest’unghia così, ma stranamente è quello che raschiano di meno con la pietra pomice.”
“Ma pensa te,” si disse Alluce guardandosi di sbieco la pellicina, e per un attimo rimpianse di non poter mai incontrare questo leggendario Ditino nascosto all’altra estremità del piede.

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