Handicappati

Una sera, un evento mondano, per pura casualità mi trovo a cena con due uomini.

L’iniziativa è stata presa da uno dei due. L’altro, che io conosco bene, si stava allontanando goffamente, così come era arrivato. Il primo, invece, si è avvicinato e con sicurezza mi ha firmato un suo libro, si è scambiato i contatti con me, nell’arco di dieci minuti mi ha pure invitata a cena, insieme all’amico.

Il primo, quello che si è avvicinato con sicurezza, era più alto di me, come l’altro, era biondo, come l’altro, e come l’altro aveva gli occhi di un colore incerto. A differenza dell’altro aveva dei segni particolari: una gamba girata abbastanza verso l’interno da farlo inciampare spaventosamente ad ogni passo, un braccio un po’ piegato, la gobba, un occhio che non si capisce dove sta guardando, il viso un po’ asimmetrico.

Quello che mi ha invitata a cena era un disabile, ma io non me ne sono accorta più di tanto.

Quando stava per cadere con la faccia per terra l’ho afferrato per il braccio, lui non si è scomposto nemmeno un po’. L’altro, l’amico incontrato lì per caso, con le gambe di uguale misura e forma, le braccia e gli occhi che guardano nella stessa direzione, senza gobba, senza bisogno di essere preso per il braccio se non per il piacere di andare a braccetto, ci ha seguiti goffamente. Per chiarezza, il primo, quello disabile, lo chiameremo A1, il secondo A2 (perché, siccome c’è un Dio scrittore seduto a tavolino a scrivere la mia vita come fosse una saga, questi due hanno anche lo stesso nome nella realtà!).

A1 aveva una parlantina e un bagaglio culturale da fare invidia a molti uomini che non ti fanno mettere paura quando salgono sulle scale mobili. A2 taceva e ascoltava, ogni tanto interferiva, con lo sguardo basso, con giri di parole, con esempi poco precisi. A1 diceva pane al pane e vino al vino, mi fissava dritto in faccia con l’unico occhio in grado di fissare, aveva un racconto ben organizzato per ogni situazione. A2 non sorrideva e, anche se si vedeva che avrebbe voluto, si tratteneva. A1 faceva anche le battute.

Dopo un po’ viene fuori che, oltre ad aver pubblicato una raccolta di versi, A1 tiene un piccolo blog e ha viaggiato per 27 paesi, a volte facendo couchsurfing, a volte da solo, a volte in autostop. A2 è stato pochissimo fuori dal suo paese, ha provato il couchsurfing ma gli fa paura, non viaggia da solo, non viaggerebbe mai in autostop.

“E tu, Syd, viaggeresti in autostop?” mi domanda A1. “Forse in autostop proprio non mi azzarderei, ma con Blablacar sì.” “Sì, ma lo sfizio dell’autostop è un altro: gettarsi nell’ignoto, lasciare fare solo al destino, dare totale fiducia all’umanità. Sapere che una mano buona ti accompagna.”

E che gli devo rispondere? Ha ragione, beato lui, che se ne va in giro sbilenco con in mano la guida Lonely Planet di Cuba, e nient’altro.

A2 solleva lo sguardo marmoreo, lo riabbassa, rovista con la forchetta nel piatto, commenta qualcosa, ma sembrano quelle frasi di circostanza.

A1 è quello disabile. A2 è quello “normale”.

Fatevi delle domande e datevi delle risposte.

Tutte le volte che vi mettete i paletti, vi imponete dei limiti, vi lasciate legare mani e piedi dalle vostre paure, dal vostro passato, dai vostri difetti, tutte le volte che vi immobilizzate fino a quando vi si addormenta la capacità di discernere le emozioni autentiche dai loro surrogati, domandatevi se non state facendo di voi stessi non tanto dei disabili (che significa diversamente abili) ma degli handicappati. Tutte le volte che trattenete, rimandate, impacchettate l’euforia perché adesso avete cose più serie da fare, pensateci: state facendo di voi stessi degli handicappati.

Tutte le volte che usate i vostri errori, i vostri difetti, le vostre paure, i vostri limiti come un alibi per giustificare la vostra scelta di non andare incontro a qualcosa, quando potreste decidere di non farlo, ma volando, senza il bisogno di lanciare rantoli dalla fossa, state facendo gli handicappati. E fatevelo dire, state pure insultando chi è handicappato per davvero.

Tutte le volte che non vivete al 100%, ma con il contagocce, SIETE handicappati.

Vi potete ubriacare, vi potete fare le canne, i funghi, quello che vi pare (generalizzo, concedetemelo per una volta) potete farvi l’Instagram del viaggio ad Amsterdam in albergo e non ho fatto in tempo ad entrare nemmeno in un museo o a farmi due chiacchiere con un fruttivendolo, potete emulare una sregolata vita metropolitana vantandovi di essere “vivi” e di avere decine di donne o di uomini con cui giocare, perché non avete inibizioni… O potete fare i seri, che io sono una persona seria, non fumo, non bevo, non dico parolacce, non bacio in pubblico, non scopo se non è perché stiamo insieme o se non è per procreare, perché io ho solo valori elevati e non mi abbasso a fare, a dire, ma neanche a pensarle certe cose, e io non rido a crepapelle, e nemmeno piango a meno che non sia morto qualcuno, perché i sentimenti sono una cosa così preziosa che li dobbiamo conservare nella cristalliera a prendere polvere per quando ci sarà la bella occasione… per esempio il nostro funerale.

In entrambi i casi, rassegnatevi: A1 vi ha superati. Forse non vi avvicinereste nemmeno in treno, in biblioteca, in un bar, ma lui vi ha superati perché, senza nessun problema, lui vi sceglierebbe tra la gente e si avvicinerebbe a voi. Lui rischierebbe, e non perché sa che non si rifiuta a un handicappato, ma perché sa quello che ha da dare, e sa che quello che dà non è mai perso.

A1, inciampando nella pozzanghera, ha fatto un lungo salto in avanti.

Voi, A2, con il vostro passo prudente lungo il marciapiede, siete rimasti indietro.

 

 

(E la cosa più assurda della mia esistenza è che io non ho le gambe storte, ma il salto nella pozzanghera lo faccio lo stesso, e voi rimanete indietro. Vi rincorrerei, se potessi, ma come si fa a inseguire chi ti sta dietro le spalle?)

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