Una rosa per ogni taglio

Ero in Erasmus quando il professore di arte contemporanea, a fine corso, ci chiese di realizzare la nostra opera astratta e di organizzare una mostra chiusa, durante la quale ognuno avrebbe avuto la possibilità di spiegare le opere proprie e analizzare quelle degli altri.

Il professore era disabile. È un dettaglio importante, perché quest’uomo che riusciva a muovere soltanto la testa e le mani, che con disinvoltura ci chiedeva di sbrigarcela da soli lassù, con il proiettore, “perché non c’è verso che io venga lì ad aiutarvi”, io me lo ricordo in movimento tra le forme e i colori e mi ricordo distintamente di aver ricevuto da lui uno spintone in avanti: uno spintone astratto.

Realizzai la mia opera sul tappeto della camera nel college. Andai da WHS a comprare il cartoncino, mi feci regalare dalla mia amica del cuore giapponese la sua carta da origami. Inavvertitamente, mi lasciai influenzare dal Kandinsky del Bauhaus, ma me ne accorsi solo quando me lo fecero notare i compagni. Avevo un progetto disegnato su un foglio A4, ma feci un errore. Ritagliai un quadrato nel punto sbagliato, me ne accorsi solo dopo averlo incollato, provi a scollarlo provocando un piccolo danno nell’angolo in alto a sinistra, mi si rovinò l’incastro delle forme, rimase un buco.

still_alive.jpg

“Non si vede, l’errore. Dov’è?”

“Ecco, è qui, in basso a destra.”

“Dove spunta la rosa?”

“Sì.”

“La rosa non era nel progetto?”

“No. C’era un buco e in quel punto la composizione sarebbe sembrata vuota, dovevo trovare un modo di chiuderlo dandogli un senso.”

“E ci hai fatto crescere una rosa.”

“Sì. Ho tagliato dei pezzettini da altri fogli che avevo usato per fare il campo di papaveri e li ho messi a forma di rosa.”

“E questo ti ha insegnato qualcosa, vero? A livello simbolico.”

“Che gli errori possono essere uno spunto per l’improvvisazione. Che quando qualcosa non va come avevi previsto, quando qualcosa si rompe, in quel punto può ancora crescere qualcosa di imprevedibile.”

Mi ricordo ancora adesso il sorriso che ci scambiammo io e il mio prof.

Il mio collage si intitolava “Still alive”. Era un gioco di parole. Still life è la natura morta, la mia natura invece era viva, ed era anche “ancora viva”: aveva incontrato la morte prima (come la sua creatrice), ma poi era sopravvissuta. Non era un periodo particolarmente sofferente della mia vita, se ci penso bene, ce ne sono stati di molto più sofferenti dopo, nei quali spesso mi sono addirittura dimenticata del quadro buttato in cameretta con la rosa che spunta dal taglio. È bello però ricordare che, a diciannove anni, mi sono lanciata messaggi nel tempo, messaggi ancora validi.

Che l’errore è parte del giro, e quindi è davvero un errore o è una tappa necessaria perché nasca quella rosa che sembra fatta apposta per stare dove sta? Che il dolore è parte dell’esistenza tanto quanto l’allegria e che vivere con gioia significa abbracciare tutti e due in proporzioni bilanciate: perché non si può conoscere l’esperienza del caldo senza quella del freddo, e viceversa.

E che quando arriva, quando una cosa va storta, quando il destino protesta contro i nostri programmi, per il desiderio morboso di incastrare il puzzle come diciamo noi,  per la sensazione dilaniante di essere fuori posto, possiamo farci male, tagliarci, rimanere con un vuoto aperto. Prendere a testate il muro. Ammutolire. Digiunare. Perdere l’appetito. Dormire a lungo per non sentire. Fare uno sforzo, uno sforzo protratto così a lungo e così fuori dalla nostra portata, da schiacciarci i dischi e farci uscire un’ernia. Digrignare i denti fino a sentire le orecchie che fischiano. E che anche allora, quando quello che ai nostri occhi appare come un danno, è già compiuto, la ferita non rimane aperta, si richiude. Si richiude? Ci può crescere sopra qualcos’altro, qualcosa di delicato, di bello, di inaspettato. Qualcosa che non sarebbe stato lì a rendere la natura “viva” se l’avessimo lasciata morire anestetizzandola con le nostre squadrette, le nostre misure, i nostri righelli.

Tutti, nel nostro quadro, abbiamo un errore segreto, un difetto, un buco, se non cento, che a prima vista non si vede, che magari nemmeno noi abbiamo avuto mai il coraggio di riconoscere, e se non ce l’abbiamo avuto, chissà se ci siamo dati la possibilità di veder crescere su ogni taglio, su ogni ferita, un campo fiorito.

E se ci siamo guardati bene dentro e abbiamo riconosciuto i momenti in cui qualcosa è andato storto, così storto che siamo rimasti a fissare sgomenti “il progetto” sul tappeto con il fiato sospeso, che adesso, porca miseria, non è più quello che desideravo io, e cavolo, non ho il controllo su niente, e si può mai essere così stupidi, così distratti, così maldestri, così goffi, così… sbagliati! …

Se li riconoscete quei momenti, nonostante avvertiate ancora il colpo, nonostante vi si apra ancora un buco nello stomaco, nonostante vi prenda ancora il panico come se il tempo non fosse mai passato, riuscite a vedere spuntare i primi germogli?

Siamo noi che moriamo. La vita ci passa attraverso. Se chiudiamo gli occhi e ci tappiamo il naso e le orecchie per non sentire, siamo noi che ce la perdiamo: lei ci attraversa comunque.

 

P.S. ha scritto una cosa oggi. Questa è la mia coda, cresciuta liberamente.

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