Come le radio

Voi vi svegliate nel cuore della notte? Vi capita che crolli una mensola nell’armadio, un quadro appeso al muro, e colleghiate l’evento a una persona cara e lontana? Vi sono capitate abbastanza coincidenze da poter cominciare a dubitare che si tratti solo di coincidenze? Con quanti sensi sentite il mondo: con cinque o con sei?

Stanotte mi sono svegliata di nuovo. Ogni volta che provavo a dormire, incominciavo a sognare musica, musica di tutti i tipi, sovrapposta, voci su voci, gente che arriva, dice, non si capisce che cosa vuole, e io cerco, cerco nel bordello una musica sola, che mi rimetta a posto i ritmi circadiani. Ma perché? Perché dovevo fare la pipì o bere? Perché faceva troppo caldo? No. Perché ho avuto un fine settimana rumoroso, dalla radio che manda il jazz in macchina a salsa e bachata, dalle theme song scambiate con l’amica alle canzoni cristiane degli Avventisti del Settimo Giorno? O perché contemporaneamente, in un’ altra parte del mondo, sta suonando della musica, e un pezzettino del mio pensiero è rimasto là e interagisce con il resto che mi sono portata con me?

Ho guardato l’orologio del telefono. Ho sbirciato su Facebook (i social network, questi infallibili alleati della chiaroveggenza!). L’orario mio coincideva con un orario lontano. Se solo io imparassi a darlo per scontato, il sesto senso, a non passare sui segni con distrazione, potrei sviluppare il superpotere di avere uno sguardo limpido sulle connessioni che ho con le persone nel raggio di migliaia di chilometri. Esagerata? Non lo so. Mi è capitato di indovinare nomi, situazioni e anche facce solo prendendo piccolissimi segnali e mescolandoli come in sogno, ma da sveglia. Roba da fare impressione, perché poi ti domandano: “Come facevi a saperlo?” e nemmeno tu sai come hai fatto a indovinare.

Quando stamattina ho aperto gli occhi e il sole era già alto, fissavo il soffitto stralunata. No, uagliù, non sono pazza, questa condizione mi è familiare e mi è addirittura indispensabile. Io fissavo il soffitto stralunata e, all’improvviso, una voce nel cervello mi ripete: “Come le radio, come le radio” e un ritmo senza parole che conosco bene, che conosco bene… Ah sì, sono versi che ho scritto quasi dieci anni fa e che avevo dimenticato: si trovano su un blog che ho chiuso e seguono lo schema del tanka giapponese, due tanka, per la precisione, di due colori diversi, che dicono due cose diverse, perché si può pensare due pensieri opposti contemporaneamente, senza contraddirsi.

Mi sono versata il muesli nella ciotola, ho aperto il vecchio blog, ho cercato i versi che non ero nemmeno ancora sicura di aver scritto io, li ho trovati, ho deciso che li dovevo riciclare, stamattina, magari stamparli, appenderli nella stanza, tenerli a mente, come un mantra.

La me di dieci anni fa, che era molto meno saggia, rivela con precisione certi misteri dell’esistenza umana alla me presente e molto più assennata.

Come le radio
certi si sintonizzano
qui e non altrove
e sognano un momento
per potersi incontrare

Come le radio
un metro un po’ più in là
più non si sentono
e credono sia inutile
continuare a cercare

22 ottobre 2009

4 pensieri su “Come le radio

  1. Io non credo di avere questa sensibilità di “sentire” le cose… però un paio di volte mi è capitato di svegliarmi di colpo perché mi sono sentita chiamare, chiaro e tondo. Tanto che ho fatto il giro della casa che pensavo ci fosse qualcuno… chissà cosa vuol dire😊🤔

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  2. Ricordi le vecchie radio, quando non esistevano le memorie? Si passavano le ore a cercare una frequenza, una tacca per volta… qui prende, qui no… A volte ascoltavi quella canzone che cercavi, altre continuavi a decifrare le scariche…

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