Inutile ma impegnato preambolo (I parte)

Ehm… per quel che vale, non mi considero uno scrittore. Neanche un poeta, s’intende. O meglio, mi considero prima di tutto un lettore. E nemmeno di quei maratoneti che sfogliano centinaia e centinaia di pagine alla volta, senza posa, leggendo un mattone dopo l’altro e magari, alla fine, non sono nemmeno capaci di distinguerli l’uno dall’altro, i mattoni appena letti. Un po’ li invidio i divoratori di libri, un po’ no. Comunque io sono più un centometrista nella lettura e neanche dei più veloci. Mi piace soffermarmi su quello che leggo, e questo fa di me un lettore lento e svogliato, mansueto e disinteressato, distaccato e pigro. Il mattone di millecinquecento pagine non lo considero neppure. Mi spaventa e mi annoia allo stesso tempo perché in fondo sono un po’ così, impaurito e svogliato. E non sono forse queste le caratteristiche più comuni all’essere umano, la paura e la pigrizia? Ma non voglio che la questione diventi un’insipida digressione da pensatore di serie C sulla natura umana. Meglio rimanere ancora più in basso e continuare a parlare di me. Sono un lettore, dicevo, per così dire modesto; e ciò fa di me uno scrittore mediocre. Questo lo dico così, giusto per abbassare le aspettative. E come potrebbe essere altrimenti? Sono giovane e imberbe, a prima vista si potrebbe benissimo dire che ho poca esperienza, che ho viaggiato troppo poco, insomma sarei poco credibile. Io uno scrittore lo immagino attempato, barba incolta, viso sfiorito, che ha amato mille donne, grande viaggiatore e esperto esploratore dei meandri più reconditi dell’animo umano. Lettore modesto, scrittore mediocre <<Ma insomma>>- direte voi- <<questo che sta a fare qua?>>. Bella domanda. Dare sfogo al mio narcisistico e ipertrofico ego (che in certi momenti e a piccole dosi non fa affatto male) potrebbe essere una risposta. Farmi promotore e portavoce dell’arte fine a se stessa potrebbe esserne un’altra se non fosse così in dissonanza con la prima. Ad ogni modo sto divagando e perdendo di vista la ragione precipua che mi porta a scrivere queste righe, quindi è meglio glissare l’argomento. Una buona domanda potrebbe essere: <<Perché scrivi?>>. A questa posso rispondere un po’ più precisamente. Ciò che mi porta a proferire, recitare e ancor prima scrivere i miei versi non nasce da nessuna esigenza. Io non sento l’esigenza di scrivere. Le stesse parole esigenza o ancor peggio urgenza, o peggio che mai emergenza, le trovo ridondanti, retoriche, melliflue e ampollose. A parte sparare aggettivi a cazzo, quello che voglio dire è che non sento l’urgenza di scrivere un bel niente. La mia scrittura scaturisce piuttosto dalla resistenza. La resistenza è più cazzuta, pronta e virile dell’effeminata e isterica esigenza. Io resisto. Non so bene a cosa, né per quanto, ma resisto. Resistenza intesa come capacità di non lasciarsi rompere, spezzare, frammentare; resistere allo sforzo fisico, intellettuale e morale, non circoscrivibile a un tempo e a un luogo precisi. Non sopporto le emergenze che poi vere emergenze non sono. Noi siamo un po’ il paese dell’emergenza. Emergenza immigrati, emergenza rifiuti, emergenza terremoti, emergenza alluvioni, che per la frequenza con cui si manifestano più che emergenze sembrano ricorrenze. Come se a metà novembre, vedendo arrivare il freddo, le accecanti luminarie, gli ingombranti addobbi e mercatini, con aria sorpresa dicessi:<<Oh porca puttana sta arrivando Natale, emergenza Natale!>>. Ma sì, creiamo una bella emergenza, che le emergenze portano soldi e gare d’appalti, speculazioni varie e romanzi e film di successo.

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