Quel mercoledì pomeriggio

Il 7 Febbraio di quest’anno mi arriva una mail di Gaetano, una lettera che sembra scritta per me perché parla di me pur non essendo io il destinatario.
Ho aperto la mail e quello che ho letto mi ha portato inevitabilmente a riaprire un capitolo chiuso. Un capitolo della mia vita che è durato all’incirca tre anni. Tre anni di depressione, tre anni di sofferenza, tre anni di delirio assoluto. Tre anni di bugie.
Ancora oggi mi chiedo quale sia stata la causa scatenante della mia reazione e mi chiedo ancora come sia mai potuto succedere. A questa domanda ancora oggi (e sono passati ormai più di due anni) non riesco a dare una risposta esaustiva e completa. Potrei dire che tutto è partito banalmente da un amore non corrisposto o forse da un bisogno estremo d’amore che mi portavo dentro e che all’epoca non riuscivo a controllare. Fatto sta che la mia vita ha iniziato a mancare di razionalità, riempendosi di difficoltà personali, frustrazioni, malessere. Era così evidente che avessi bisogno di aiuto che i miei amici avrebbero dovuto aiutarmi o semplicemente starmi vicino, consigliarmi ma non abbondarmi. Invece questo è successo.
Brevemente: Nessuno ha cercato di capire cosa stesse succedendo a Silvia.
Tornando alla mail di G, quello che mi ha colpita particolarmente è che un vero amico, una persona che in qualche modo ti ama, riesce sempre a vedere i tuoi difetti come pregi o forse a vedere i colori di Silvia anche se apparentemente è tutto nero. Io ho apprezzato tanto e non solo mi sono commossa… per un attimo ho anche pensato di essere importante e davvero speciale. Per lo meno, so di esserlo per te che dopo tutto hai il coraggio di essere ancora qui.
Per una volta voglio essere orgogliosa di me e quindi, con il suo consenso, scelgo di pubblicare questa meravigliosa lettera che ogni amico dovrebbe ricevere almeno una volta nella vita da chi sa restare.

 

Si dice che noi sfruttiamo solo il 10% del nostro potenziale mentale.Ci sono teorie che affermano che buona parte del nostro bagaglio intellettivo resti latente tutta la vita.

 

Io non so se sia così ma, se si potesse trasportare questo discorso ed applicarlo alla sensibilità con un faticoso lavoro d’iperbole, ossia se si potesse applicare queste teorie alla capacità umana di vivere, con devastante profondità d’animo, determinate sensazioni…allora sono sicuro di no. Perchè esistono, ne ho le prove, persone che hanno sviluppato a tal punto il concetto di sensibilità e, di conseguenza, il loro grado di spiritualità da divenire molto più grandi della realtà che ci circonda, ci ingabbia e ci incasella. Non so se possano darsi delle percentuali certe, ma sono convinto che il loro livello di sensibilità sia così alto da non poter essere definito con esattezza matematica. Non mi intendo di numeri, ma ho come l’impressione che il loro perimetro, quello che definirei “confine interiore”, sia per essi assai labile, liquido, tendente a costante progressione. Un pò come l’universo: in espansione.

 

Non sta a me giudicare, nè psicanalizzare, nè tantomeno tentare di “normalizzare” (che brutta parola) questa tendenza borderline, questa terra di mezzo dove il limite fra dolore e piacere si sovrappone, questa ossessiva ricerca (dentro se stessi, prima ancora che negli altri) di un “altrove”, di uno spazio da raggiungere prima, conquistare poi, superare infine. Questo “andare oltre”, non sentirsi mai domi nè sazi, che turba ed ingigantisce, amplifica e silenzia, implode ed esplode contemporaneamente.

 

Ecco: se dovessi portare un esempio, farlo assurgere ad emblema di questa rara categoria umana, non potrei non pensare che a Silvia…SILVIA…Un nome che, per chi scrive, profuma di infinito.

 

Un pò come gli esploratori di un tempo, quelli che partirono verso territori ancora ignoti al mondo e di cui si smarrirono le tracce, o si attese il ritorno a lungo, o si accolsero le sole spoglie e la loro leggenda, così- parimenti – appare ai miei occhi l’immagine di lei. Quasi fosse un guerriero di quelli narrati nel medioevo, un crociato senza spada, bensì armato delle sue sole stesse mani, che combatte una guerra invisibile ai più. Una guerra silenziosa, per certi versi inspiegabile, eppure necessaria. La guerra contro il nemico più potente che ci sia: noi stessi.

 

Ed io non sarei, non riuscirei, non potrei essere ciò che sono senza Silvia. Perchè Silvia, pur non volendolo e magari inconsapevolmente, mi ha trasmesso molto più di quanto io sia riuscito a fare a lei. Lei è lo specchio in cui mi sono rivisto, smarrito, ritrovato. E’ stata la negazione, la riaffermazione, la memoria e l’oblio, la fuga e il ritorno a casa. E’ stata l’alba ed il tramonto, la rabbia e la speranza, la malattia e la cura, l’odio e l’amore, la morte e la rinascita. Proprio per quel suo essere così infinita, infinitamente grande nella sua piccola esistenza, da non poter essere contenuta da un argine modesto come il mio, bensì al massimo solo “placata”, acquietata come un arcobaleno fa con il cielo dopo un temporale, come fa il vento di libeccio sopra un mare che è stato in tempesta.

 

E come si fa a descrivere l’infinito? Penso a quanti, specie nella pittura, ci abbiano provato a rendere l’idea. Ricordo un quadro che raffigura un grande fascio di luce che illumina una landa desolata. Rende, eppure mi manca qualcosa. In religione, si tende ad attribuire solo a Dio tale capacità, ma anche lì so che è solo una parte di un tutto più grande. Ed io sono sempre stato un cristiano pigro, oltre che scettico. Ma so che ciò che ho amato, ovvero autenticamente amato, è stato solo puramente umano. Per questo l’ho divinizzato: ho sostituito Dio con l’uomo (inteso come umanità) e solo questo mi ha consentito l’ascensione. Non la preghiera, non la misericordia, per quanto importante. Solo l’amore è stato la mia “Starway to Heaven”.

 

Imbattersi in Silvia, da questo punto di vista, è un’esperienza che ti cambia la vita. Te la stravolge, perchè Silvia ti arriva dentro e ti costringe a fare i conti con il tuo territorio inesplorato, con quello che di te ancora non sai, o non ne hai ancora consapevolezza. Ti fa sentire inadeguato, ti conduce in quell’altrove per lei, invece, così naturale. E si manifesta con la stessa attrattiva di un labirinto, in cui tu ti avventuri per dimostrare a tutti che conosci esattamente la strada che ti condurrà fuori di lì, mentre invece più ti ci addentri, più ci ti perdi. Ed è esattamente lì che arriva Silvia: lei ti ci ha messo lì (di fronte ai tuoi incubi, quasi a farti rendere conto che non sei nessuno), ma è esattamente lei che ti trae in salvo. Lo fa col suo saperti dare ascolto, con quel suo modo di dialogare con te senza mai giudicarti, con quel suo modo di fare tipico di chi sa, e lo ha sempre saputo, che in fondo siamo qui solo per “giocare alla vita”. E giocando si impara. Maledetta Silvia, quanto hai ragione! Quanto siamo stupidi, noi così assolutisti, così fieri e rancorosi, mentre tu ci sorridi e ci perdoni tutti, indistintamente, con il tuo carico di bene e il tuo bagaglio di dolore. Perchè ti abbiamo fatto soffrire, Silvia, ma tu non ce lo fai pesare. Sei troppo più avanti di noi da rinfacciarcelo ancora. Sei l’avamposto della speranza, l’avanguardia della vita che potremmo avere, se solo fossimo un briciolo della tua immensità. Al netto dei tuoi capricci, della tua ingenuità e dei tuoi stessi errori, tu ci batti tutti senza mai affrontarci. Vinci prima, è lì la tua forza: sai di aver combattuto con te stessa, nulla più ti può spaventare. Hai appreso la sconfitta e l’hai convertita in vittoria, il trauma è divenuto resilienza.

 

E qui subentro io. Ciò che sono adesso, per molti aspetti, l’ho ottenuto per sottrazione. So di essere, prima ancora che tutti i miei successi, innanzitutto i miei fallimenti. Ho consapevolezza di essere, prima ancora che la strada maestra, il bivio in cui mi sono perso. Ciò che sarei potuto diventare, ciò che non sono stato, ciò che non sarò mai. E lo dico, più che altro lo ammetto, senza che questa cosa mi arrechi più angosce nè tristezze. La maturità, ad un certo punto e non solo per un mero fattore anagrafico, e le circostanze, per certi aspetti, ti impongono una disciplina rigida: quella di riuscire a “fare senza”. Senza gli altri, innanzitutto. Senza vecchi dogmi o paradigmi, anche se ciò comporta spaesamento e, talvolta, perenne dannazione. E senza, purtroppo, l’idea che di te stesso ti eri costruito. Perchè è esattamente quando non hai altro che l’estraneo in te, quando inizi a farlo tuo, che realizzi cosa sei in grado di fare.

 

Ora: se tutto questo l’ho appreso, l’ho appreso solo sperimentandolo atrocemente sulla mia pelle. E me lo sarei onestamente risparmiato, un pò per vigliaccheria (chi ne è immune?), un pò perchè ciò comporta un dolore immane, ma anche e soprattutto perchè la demolizione di sè (senza intravedere, nemmeno sullo sfondo dello scenario, la parvenza di un qualcosa di nuovo in cambio) è un lavoro senza fine. Sai quando comincia, ma non se, e quando, finirà. Il punto è che, una volta che ne hai preso coscienza, che questo processo a te stesso si fa strada nelle tue viscere come una sorgente d’acqua che diviene marea, non puoi più evitarla, poichè sottrarsi al suo supplizio significa negarti la libertà, in fin dei conti, di poter essere libero, dopo.

 

Ma, se di questo cataclisma ne parlo come un sopravvissuto, io la devo a lei, a Silvia. A quanto, non volendo, mi ha insegnato. Alla fortuna di averla incrociata nel mio cammino di vita. Fortuna di cui, solo a posteriori (come quando ripensi ad un padre defunto, o ad un caro amico che non hai più) ne percepisci davvero l’importanza. E tutti i significati che, prima, ti erano nascosti, ora ti appaiono come rivelazione.

 

Io non so se sia sufficiente questo. Non è una descrizione, nè uno sfoggio stilistico. Il mio è un omaggio a quanto di bello, ancora una volta, può arrivare a salvarti la vita.

Gaetano

 

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