Georgia

Georgia ha una nonna e una mamma boliviane e un papà hippy che l’ha chiamata così perché gli piaceva la canzone di Ray Charles.

Io ho conosciuto Georgia prima ancora di conoscerla, perché me ne parlava l’uomo che era innamorato di lei e che adesso è il suo compagno. Lui me ne parlava, mi raccontava la sua storia, il suo dolore, e a me sembrava di vedere un riflesso di me.

Quando poi, finalmente, ho conosciuto Georgia di persona, non ho subito capito che lei sarebbe diventata la mia anima gemella in un periodo della vita molto difficile. Lei mi lanciava dei sassolini, senza essere invadente; io non mi sbottonavo, non dicevo troppo, non ero sicura. Piano piano, io e Georgia abbiamo cominciato a uscire, a suonare, qualche volta, a fare shopping. Lei un giorno è arrivata trafelata e mi ha rivelato un suo segreto, poi un altro. La bocca serrata, le preghiere tutte rivolte a lei, io ho capito che con lei avrei potuto fare altrettanto. Una serata interminabile in un ristorante americano, mangiando anelli di cipolle e ingozzandoci di milk shake, sì, proprio come se fosse stato un appuntamento galante… ci siamo accorte di adorarci.

E quando il mio momento è arrivato, quando il mio segreto già era cresciuto come una grande palla nello stomaco, io, finalmente, ho capito tutti quei sassolini lanciati da quando ancora non l’avevo nemmeno vista, e l’ho chiamata. “Georgia. Aiutami. Sono in un casino.” Georgia c’è stata. Mi ha aperto la sua casa, il suo cuore, mi ha regalato la sua saggezza, la sua esperienza, il suo amore. Mi ha risollevata quando piangevo, mi ha fatta mangiare quando non avevo appetito, mi ha abbracciata quando ne avevo bisogno, senza che glielo chiedessi, a lungo, forte…

Standole vicino, ho scoperto che la sua vera bellezza, quella alla quale stava rinunciando quando era nei guai lei, è che fa tutto quello che le pare e non gliene frega un tubo. Sa essere scandalosa, Georgia, eppure non le viene mai volgare.

Eravamo seduti alla quiz night, lei vicino a me, io vicino a un amico, al mio amico si è avvicinato l’organizzatore, che lo conosceva. Lei, che non è accompagnata questa sera, lo fissa, lo squadra, poi interrompe la loro conversazione senza preamboli: “Scusa, ce l’hai la ragazza?” Io e il mio amico ci guardiamo e ci scambiamo una risata non scoppiata.

“No, non al momento.”

“Sei molto carino.”

“Grazie”

“Georgia, ma sei fuori di testa?!” le sussurro.

“Lasciami fare. Sai, non è per me.”

“No?”

Voglio sprofondare. Mi nascondo dietro alla spalla del mio amico, che si gode la scena con un sorriso sornione.

“No. Ho molte amiche single e le vorrei piazzare.”

“Piazzare?! Ma come parli?!”

“Com’è che ti chiami?”

Un’ora dopo eravamo in un altro pub in attesa della gay night, e lei parlava con disinvoltura della depilazione totale della patata. Avesse parlato della sua e basta. Il problema è che c’era anche la mia, di mezzo. Lo faceva apposta, la stronza. Così io sono diventata cianotica e ho cominciato a ridere come un’ossessa e a implorarla di smetterla di mettermi in imbarazzo davanti ad esponenti dell’altro sesso, non importa se gay o etero. I quali avevano due occhi così e sembravano non reggersi bene sulla sedia, non si sa se per le descrizioni approfondite della depilazione delle parti intime o per il fatto che io ridevo sganasciata sul tavolo e stavo andando in apnea. Dice, ma non ti incazzi? Non ci litighi? Non ci riesco. In altre circostanze mi incazzerei, ma lei è bellissima. Lasciatela fare. Posso sempre vantarmi di avere un’amica così, i peli pubici e che cosa ci facciamo o non facciamo è una cosa che passa in secondo piano.

Come l’altro giorno.

Georgia si fa accompagnare in banca e io lì non posso sostare. Mi informa che il suo telefono è scarico e mi chiede di farmi trovare dall’altro lato della strada. Ci metto venti minuti a fare il giro dell’isolato e quando arrivo e mi fermo alla fermata dell’autobus, dove non dovrei stare, lei non c’è. L’ammazzerei. Sosto 20 minuti, riparto. Faccio il giro dell’isolato tre volte, sto per andare ad aspettarla a casa sua, ma lei mi chiama. Arrivo alla fermata dell’autobus, incazzata con il navigatore, le suono selvaggiamente, lei salta fuori da una farmacia, tutta sorridente, mi mostra il tè e lo sciroppo per la tosse che mi ha comprato.

Io ho il ciclo. Quando io ho il ciclo ho i disturbi della personalità, faccio paura. Così basta che la nostra leggera conversazione vada a toccare proprio quel tasto che adesso non andrebbe toccato, che io comincio a singhiozzare e a piangere sulla corsia di sorpasso, e a dire cose senza senso: “Rimarrò da sola!” “È terribile!” “L’amore è una cosa tutta sbagliata!” “Io sono sbagliata!” “Io non sono capace di amare! È troppo complicato!” E piango, e singhiozzo, e sono in preda agli spasmi, e sono ancora nella corsia di sorpasso, e Georgia prova ad abbracciarmi mentre guido. Ma poi si interrompe, lei, che certe volte pare un’esperta del genere umano, mi sfiora il braccio e spara:

“Non ti preoccupare, Syd, andrà tutto bene. Il farmacista ti ha aggiunta su Instagram.”

Ovvero, come far smettere di piangere Syd e farle asciugare le lacrime in due secondi. E farla anche sorridere incredula.

“Quale farmacista?”

“Quello che mi ha venduto lo sciroppo per te, quello alla fermata dell’autobus.”

“Come? Cosa?!”

“Gli ho chiesto di usare il suo telefono mentre non si accendeva il mio…”

“Che hai creato?!”

“Gli ho spiegato che lo sciroppo era per questa mia fantastica amica che ha la tosse. Poi l’ho guardato, mi sembrava carino, e gli ho domandato se era sposato. E lui ha detto di no.”

“Ma sei scema?! Ma come ti viene?!”

“E allora ho usato il suo Instagram per mandarti un paio di messaggi che tu non hai letto, e già che c’ero gli ho fatto vedere il tuo profilo, e gli ho detto: “Si chiama Sydney, è single”, e lui ha capito: “Singer” e mi ha detto che quando non fa il farmacista fa il produttore musicale. Ma io gli ho ripetuto: “Sì, è pure singer, ma è single. Non ti piace? Guarda, è anche intelligente, parla cinquanta lingue, è positiva, energica, buona, è un vulcano. Aggiungila.”

“Georgia, per l’amor di Dio… perché?!”

“Lui non pareva molto convinto, allora ti ho aggiunta io dal suo Instagram.”

“Perché mai?!”

“Quando arriviamo a casa vai a vedere. Ok? E rispondi ai messaggi.”

“Ma me li hai mandati tu!”

“Sì, ma dal suo Instagram. È una scusa!”

“Quale scusa?!”

Resta il fatto che, per qualche ora, sono stata troppo impegnata ad immaginarmi la scena in cui Georgia prova ad appiopparmi al farmacista di turno, per ricominciare a piangere e a fare dichiarazioni distruttive sulla mia vita presente, passata e futura.

In serata ho pure notato che il tipo aveva messo “mi piace” ad una mia foto. Gli ho risposto ai messaggi: “Grazie di avere aiutato la mia amica pazza.” “È fantastica!” ha risposto lui. “Curati la tosse…”

Poi ho guardato meglio le cose che posta. Mah, carino… non lo so, Georgia e io abbiamo gusti diversi. E poi dichiara di aver visto un UFO l’altra sera. Non che io non creda agli extraterrestri, ma trovo sospette le persone che con facilità dichiarano di aver visto gli UFO. Per me l’unica cosa che vale di questa nuova conoscenza di Instagram, è che abbiamo in comune un aneddoto da raccontare su Georgia, uno dei tanti. E che nemmeno lui si è incazzato per la sua invadenza, ma l’ha trovata fantastica.

Perché Georgia non è normale. Georgia è fuori come un balcone, ed è bellissima. Bella in quel modo contraddittorio ed elegante che la può far trasformare in personaggio all’occorrenza, e il mio compito è solo catturare pezzi di lei, e conservarli per quando serviranno. Come per questo post, per esempio.

Grazie, Signore, per Georgia.

 

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