Storia minima, semiseria del matriarcato

Molto tempo fa, ma molto tempo fa, in un’epoca così remota da renderne problematica la collocazione storica esatta e di cui l’uomo non ha quasi più memoria, molto prima di Berlusconi. A quel tempo dunque, le società erano matriarcali e le donne venivano rispettate e venerate con reverenza dal sesso ”forte” che allora poi così forte non era. Certo l’uomo poteva contare sulla forza fisica, ma la donna disponeva di una forza unica e di cui l’uomo era terribilmente invidioso: la procreazione. La capacità di dare alla luce la vita non era collegata causalmente all’atto sessuale e di questo l’uomo quasi non se capacitava. Anche perché, per quanto si sforzasse ad imitare quell’atto, impegnandosi con tutto se stesso a dilatare quello sfintere che più si avvicinasse, almeno nell’ubicazione, alla fessura da cui fuoriusciva il nascituro, non ne veniva fuori mai niente di carino. Si credeva che la donna potesse rimanere incinta indipendentemente dall’uomo. La fecondazione veniva attribuita ai fiumi o al vento e, immagino, gli anticoncezionali all’epoca dovevano essere le giacche, le sciarpe e cose così.

Poiché le società creano Dio a loro immagine e somiglianza, le prime divinità erano appunto femminili. La Grande Dea Madre, che nutriva i suoi figli attraverso i propri frutti e non aveva alcun bisogno di un marito che andasse a lavorare o di un ex che le pagasse gli alimenti. Che donna emancipata. La Grande Dea Madre se ne stava lì, accudiva con premura i suoi pargoli, li puniva severamente quando disobbedivano, leggeva Donna moderna (credo, ma è soltanto una supposizione) e, andando avanti nei secoli, ciascuna civiltà iniziò a dare un nome proprio alla loro mamma. Ishtar per i babilonesi, Iside per gli egizi, Afrodite per i greci, Demetra per i romani e Maria per i cristiani. Queste divinità erano spesso associate al pianeta Venere, alla Luna o alla costellazione della Vergine. Essendo considerate divinità portatrici di abbondanza e di fertilità, venivano loro dedicati templi, riti, a volte orgiastici, in concomitanza con l’avvento della primavera per assicurarsi un buon raccolto.

Ora vorrei sia chiara una cosa: tutto questo non ha nulla a che fare con femminismo o sessismo o idiozie simili. Anche perché un po’ tutti gli ”ismi” mi sono sempre stati sui coglioni. Non mi piace definire maschile e femminile generi per poi cadere in insulse guerre di genere o nell’ideologia gender (che ancora non ho capito cosa cazzo sia). Mi piace di più parlare di principi cosmici assoluti, l’uno indispensabile all’altro, l’uno contenuto nell’altro. Datemi pure del taoista ma io tifo yin e yang. Il principio cosmico femminile è meraviglioso, miracoloso e l’uomo l’ha sempre saputo e si è sempre sentito in competizione con esso. E allora ha cercato in tutti i modi di stigmatizzarlo, di soverchiarlo, di sopprimerlo, compiendo un femminicidio culturale, sociale, cosmico. Ma alla sera, perdutamente incantato tra le sue labbra, occhi e cosce, rimane.

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