Niente di strano

Quando entri in una classe di bambini di sette o otto anni, devi immaginarteli come se fossero adulti: allora ti sembrerà di essere appena entrato in un ospedale psichiatrico.

Dima continua a infilarsi in bocca, se non addirittura in gola, un angolo intero dell’astuccio per i colori, strabuzza gli occhi e sbava.

Anna fissa il vuoto. Le domandi qual’è il suo colore preferito e ti risponde: “un gattino”. Le domandi qual’è il suo cibo preferito e ti risponde: “un gattino”. Le domandi come si chiama e… Vi prego, regalate un gattino ad Anna, fatela uscire dal tunnel.

Zakhar tiene metà del corpo rovesciato in avanti sul banco e fissa la lavagna, ma è evidente che non vede niente.

Stas ha l’ansia dipinta negli occhi blu: non appena gli rivolgi la parola, è come se avesse ingoiato la lingua, e una paralisi gli impedisce di aprire la bocca. Ogni tanto mi inginocchio, per diventare più bassa di lui, e qualche volta aiuta. Altre no. Allora mi limito ad aspettare che Stas, un giorno, tiri un respiro e dica qualcosa.

Dasha la bocca invece la tiene sempre un po’ aperta, sembra un pesce. Prima non capiva niente, adesso all’improvviso il pesce si sta trasformando: quando finisce i suoi compiti aiuta Anna, quella che sta nel tunnel dei gattini. L’aiuto l’ho introdotto quasi due mesi fa e mi sento un genio. Da quando aiutano, i bambini si sentono piu sicuri; da quando vengono aiutati, i bambini hanno imparato a rifiutare l’aiuto e a pretendere di riuscire da soli, o ad accettarlo. Sanno riconoscere da soli, quindi, quando è davvero necessario e quando no. Certo… io gli insegno solo inglese… Ma sarebbe troppo poco, per me. E solo da quando sto insegnando loro altro, e lo sto facendo consapevolmente, mi pare di avere una missione.

Amelia continua ad accarezzare le paillette della maglietta di Masha, che cambiano colore a seconda del verso. Masha ti guarda negli occhi, non si capisce cosa vuole, si nasconde sotto il banco seduta in posizione fetale.

Alina pure, all’inizio dell’anno, si sedeva sotto il banco in posizione fetale e ti lanciava sguardi pieni di odio; ti sfidava: provocava gli altri, faceva danno e poi rideva. Invece adesso Alina sta in piedi in un angolo della classe e piange, e nessuno le si avvicina, e nessuno sa perché.

Alina due settimane fa ha avuto un vuoto di idee quando era il momento di disegnare, ha accartocciato tre fogli A4 e poi ha cominiciato a prendere a testate il banco.

E io… io non ho studiato psicologia, io sono arrivata a insegnare ai bambini per una serie di casualità (lo saranno poi davvero?), e all’inizio non sapevo come comportarmi. Come comportarmi.

Per gli adulti è molto importante il come. Cosa dire, come dirlo, quando, con quale proposito. Per questo, se gli adulti si comportassero come questi bambini, potremmo immaginarceli solo in un ospedale psichiatrico. Non importa che poi ognuno, tornato a casa propria, chiuso il sipario che separa dal mondo, impazzisca da solo. L’importante è che nessuno lo sappia… perché è troppo da sopportare, troppo da reggere tutto insieme. Come si fa? Si fuma, si beve, si salta da un letto all’altro, si fa sport in maniera compulsiva, si mettono i selfie con le labbra a pesce su instagram, si mangia fino a scoppiare o ci si mette le dita in gola per vomitare, si digiuna, si diventa vegani rompipalle…

Per i bambini no. Loro non lo sanno nemmeno ancora cosa vogliono dire, perché non sanno ancora come dirlo. Gli devi dare le parole, non i paletti, e invece noi adulti siamo abituati a dargli i paletti troppo spesso.

Non correre, non sudare, non mordere l’astuccio, non stenderti sul banco, non sederti sotto al banco, non dire, non fare, non sentire, non ascoltare, non mi interessa cosa hai da dire, adesso abbiamo altro da fare.

Anche noi siamo stati cresciuti così? O cosi è stata allevata soltanto la parte peggiore di noi, quella piu frustrata?

Non me lo ricordo il giorno in cui ho smesso di pensare a come comportarmi, in cui ha smesso di disturbarmi il chiasso, in cui hanno smesso di scandalizzarmi i bambini che si gettano per terra, che danno le testate nel muro, che si prendono per i capelli. Deve essere successo quando ho visto in loro un mio riflesso.

Mi avvicino a Dima, come a un animale selvatico, gli accarezzo la testa e, appena molla la presa, gli porto via l’astuccio, gli lascio solo la matita e la gomma. Mangerà anche quelle, ma meglio di niente.

Guardo Anna dritto negli occhi, cerco di riempire il vuoto che fissa, le ripeto trenta volte la stessa cosa, le indico le figure con le dita, ripeto, indico, indico, ripeto, disegno, porto la mano, sono esausta, ma non mollo.

Zakhar sta rovesciato sul banco. Alziamoci in piedi e facciamo una staffetta. Ho imparato che si può fare una staffetta con qualsiasi argomento. I bambini scalciano? Strusciano le sedie aventi e indietro? Fateli correre di proposito. Un quarto d’ora sui libri, un quarto d’ora a fare le capriole. La chiameremo “terapia del movimento”. Terapia di cosa, poi. I bambini non sono fatti per stare fermi.

A Stas mi avvicino lentamente e senza fare rumore, mi abbasso, gli parlo quasi sussurrando, e solo allora pare che respiri.

Dasha, è lei a curare me. Mi abbraccia forte forte, e tutti gli altri al suo seguito.

Amelia, la cambio di posto. Masha, la ignoro. Non posso costringere nessuno a uscire dalla posizione fetale. Quando sarà abbastanza per lei, ritornerà tra noi.

Alina… le regalo le parole. “Fammi indovinare. Sei triste?” “Sì.” “Qualcuno ti ha offesa senza volere?” “Sì.” “In questa scuola o nell’altra?” “Nell’altra.” “È molto grave, vero?” “Sì”. La abbraccio. Le dico che andrà tutto bene. A un certo punto non so se lo dico a lei o a me, perché vorrei piangere anche io. Come mi dovrei comportare? Qual è un comportamento professionale, in queste situazioni?

“Sai, Alina… anche io oggi sono molto triste.”

Dima interviene: “Che problema hai?”

Ammutolisco come Stas. Il mio problema è così adulto, così calcificato, così contorto e soffocato dalle norme, dai divieti, dalle aspettative… che mi manca il fiato per spiegare a un bambino di otto anni, in due parole, qual è.

“Alina… se vuoi oggi possiamo essere tristi insieme. Ti va?” Le tendo una mano.

“No.” Alina ama fare le cose da sola.

Però almeno lo sa che, se hai voglia di piangere, non c’è niente di strano.

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