Piangi con me

“Piccolino… non ha ricevuto abbastanza amore! Ha avuto i traumi! La ex l’ha tradito! L’altra ex lo ha umiliato! I bulli a scuola lo picchiavano! Il capo al lavoro lo tratta male! Sta passando un periodo stressante! Ha bisogno di essere stimolato, di essere invogliato! È intelligente, ma non si applica!!!”

Alfonso pensa che questo mio paragrafo sia la conferma che un uomo non può mostrare liberamente il proprio lato debole, ma non è vero. In Verità ti dico, Fò, che c’è differenza tra essere deboli e essere vigliacchi, e che non bisogna mascherare la vigliaccheria con la debolezza per essere ancora più vigliacchi.

La debolezza di cui parli in realtà non è debolezza, ma è la vera forza: il coraggio di guardare in faccia i propri fantasmi, di condividerli, di togliersi l’armatura e lanciarsi in mezzo alla vita a petto nudo, questa è forza. Non è la forza che ci insegnano dall’esterno, dandoci armi, protezioni e sostanze che all’occorrenza possono attutire o amplificare la nostra capacità di sentire e condividere la sorpresa, l’euforia, l’ansia, la gioia, il dolore di esistere; è una forza che vale di più, perché viene da dentro, viene dai colpi dati e ricevuti, dalla profonda consapevolezza di essere imperfetti e vulnerabili come ogni altro e di andare bene proprio così.

La vigliaccheria è quella che usate quando vi nascondete dietro a frasi tipo “Gli uomini non piangono”, “Gli uomini hanno una sola zona erogena”, “Gli uomini non sono monogami”, “Ero ubriaco, non mi ricordo niente”, “Mi hanno trattato male e mi sono costruito un muro”… E FA MALE.

Perché se ti sei costruito un muro, hai deciso che non vuoi essere monogamo, che vuoi avere una sola zona erogena, che non vuoi piangere, sono fatti tuoi, non miei. E Virginia,  ci insegneranno anche che i maschi giocano con le pistole e le femmine con le bambole (non è successo a me, però), ma non è una giustificazione: diventiamo persone adulte e istruite e abbiamo in mano le chiavi del cambiamento, e se non le usiamo non è colpa di chi ha fatto il mondo prima di noi.

Puoi cambiare, se vuoi, puoi abbassare lo scudo, puoi spogliarti di tutte le costruzioni culturali che ti hanno messo addosso, uomo o donna che tu sia, puoi buttare la pistola e lasciare cadere la bambola e ricostruire tutto da capo esattamente come tu vorresti che fosse, e puoi fregartene se gli altri non fanno lo stesso, se la tipa di turno decide di non apprezzare la tua debolezza, o se semplicemente è onesta con se stessa e sa che non le piaci abbastanza. Puoi smettere di usare ogni colpo ricevuto come una scusa per essere stronzo.

Perché io non ti ho fatto niente. Io non sono responsabile del tuo dolore del passato, posso solo essere responsabile di quello che abbiamo insieme adesso.

Noi donne rimaniamo anni con o dietro a uomini che giustificano la loro assenza o la loro mezza presenza, e che se non la giustificano, gliela giustifichiamo noi: facciamo le psicologhe, vogliamo capire che cosa si agita sul fondale di quello stagno, vogliamo cercare la zona erogena che non c’è, la lacrima che ci darebbe la conferma che non solo noi siamo pazze, ma che queste strane creature fatte convesse ci possono accogliere tanto quanto noi accogliamo loro. A volte ci rassegnamo, continuiamo a vivere insieme tutta la vita: i discorsi profondi e le lamentele sugli uomini con le amiche, il pane quotidiano col marito. Tanto, si dice: “Lui è maschio: non può capire”. Altre volte non ci accontentiamo di continuare a vivere la vita come l’hanno vissuta prima di noi, pretendiamo un cambiamento almeno nella nostra, facciamo degli sforzi tremendi per raggiungervi, per farci capire, per capirvi, vi tendiamo la mano al punto che ci si lussa la spalla…

Poi un giorno capiamo che, sai che c’è? Se sei inafferabile, significa che non vuoi essere afferrato, e adesso che ti sei fermato e aspetti ancora quell’abbraccio, io mi devo curare la spalla, perché affinché ci possa essere un noi, ci devo essere comunque prima io.

Non portiamo le cose a termine? Siamo perennemente insoddisfatte? Vogliamo fare tutto e vogliamo tutto? Ti ricordo che siamo state create con il buco, e vale anche come metafora. Ma ti ricordo anche che chi più di noi sa godersi le piccole cose e afferrare l’essenziale? E come facciamo a essere soddisfatte se, dopo che ci è stato dato l’universo e il dono di essere potenzialmente creatrici di vita, ci viene chiesta gratitudine per il solo fatto che avete lavato i piatti?

Siamo brave, sì. Vogliamo essere ammirate. Non ci hanno lasciato brillare per secoli, abbiamo bisogno che siate fieri di noi, perché oltre a farvi da mangiare e a crescervi i figli, sappiamo essere cittadine del mondo. A volte siamo superficiali, ci perdiamo a decorare lo spazio, ma non sappiamo trovare la strada: prendeteci sotto la vostra spalla, allora, e mostrateci il percorso più semplice, senza metterci fretta, però; godetevelo il momento in cui vi chiediamo, lungo il cammino, di fermarci per guardare in silenzio un tramonto, di fare un pic-nic, o di raccogliere fiori per rallegrare la casa. Noi non abbiamo fretta di arrivare da nessuna parte, siamo fatte per generare bellezza. Se vuoi qualcuno con cui vantarti di essere arrivato primo al traguardo, trovati un tuo simile, capace di fare una sola cosa per volta, con una sola zona erogena e senza ghiandole lacrimali. Se no, abbi il coraggio di mostrare la tua fragilità, e non te ne pentire mai.

Io non devo trovare una giustificazione alla tua durezza, non sono obbligata a comprenderla e nientemeno a sbatterci contro e rompermi le corna. L’unico scudo che vorrei che tu avessi sono le spalle larghe e forti che riparano le mie, più esili, quando mi abbracci. Vorrei la possibilità, dopo la faticata che ho fatto per diventare persona, oltre che femmina, di essere piccola e riposarmi sul tuo petto, visto che sei così bravo, di lasciarti prendere le decisioni senza il terrore che farai cazzate, di abbassare la guardia e lasciarti fare un po’ il capo, senza per questo sentirmi inferiore, senza sentirmi persa, inadeguata, sciocca: e da lì io vorrei poterti guardare in faccia e avere la certezza che qualche volta anche tu piangi e che tu mi puoi capire, non con la testa, ma con il cuore.

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