Pentole di Rame

La nostra rovina sono state le pentole di rame appese al muro e i mobili in arte povera. Le pentole stavano solo appese, facevano solo scenografia, i mobili costavano un botto. Ma la nostra casa era bella, bella davvero, in via dei matti, numero zero. C’era il camino, l’armadio a muro, i mattoncini rossi. Sembrava quelle case dei giornali, ma non si tocca. Non si sporca, non si corre, non si appendono poster, sono passati cinque minuti ed è già tutto sporco, che cazzo, avevo appena finito di lavare. “Tu avrai una vita migliore della mia,” ci hanno detto. Migliore del sogno delle pentole di rame appese al muro per bellezza.

La nostra rovina è stato il catechismo, dove ci hanno introdotto al concetto di peccato prima ancora che imparassimo a peccare. Ci hanno detto che esistevano gli atti impuri quando l’unico vero atto che potevamo immaginare era l’abbraccio disegnato su “Esplorando il Corpo Umano”, nella parte in cui è spiegata la riproduzione e come funzionano le mestruazioni. Ci hanno insegnato cos’è l’adulterio prima che potessimo sentire per la prima volta il batticuore. Ci hanno insegnato che dovevamo preoccuparci che la nostra anima doveva arrivare pulita all’altare, smacchiata e lavata con Perlana come il nostro vestito. Io solo al catechismo ho imparato a mentire coscientemente. Ci hanno insegnato che esiste il diavolo.

Io già da bambina sognavo che le bambole di porcellana, nascoste sotto al letto, mi parlavano. Io sono grande e vedo Satana in sogno, grido il “Padre Nostro” e calpesto serpenti. E lo vedessi solo in sogno, Satana. Sono miope e sono facilmente impressionabile: a volte, al risveglio, vedo cose che voi umani non potete immaginare, e non mi sono mai fatta una canna. Oliver Sacks dice che è normale. Se lo dice il dottor Sacks, ci credo.

La nostra rovina è stato “Non è la Rai”, “Miss Italia”, “Beverly Hills 90210”, Dio buono. In prima media a preoccuparsi della cellulite, e le compagne con il rossetto rosso ciliegia che si accorciano la gonna nel bagno, e come sono fica perché ho il ciclo, e tu non ce l’hai. Io no, io sono stata un angelo fino al liceo, io già alle scuole medie ero una straniera, e non parlavo nemmeno ancora in inglese.

Poi un giorno ci siamo fatti la valigia e ce ne siamo andati, e ci hanno insegnato a dire che la nostra rovina è lo Stato, che è il nostro paese che ci ha rifiutati. Sarà vero, in parte lo è. In parte. Vorrei che raccontassero una verità più profonda, però. Che la nostra rovina sono state le pentole di rame appese al muro e i mobili in arte povera, e non toccare, e non sporcare, e non sudare, e stai dritta con la schiena, e non dire le parolacce, e quelle parolacce allora le sussurravi con la faccia nascosta dietro al libro di algebra a scuola per vedere l’effetto che fa, ma non faceva nessun effetto, e la prof diceva che ti comportavi in modo strano, ma forse è l’età.

Non ho l’età, per amarti, non ho l’età. E un giorno non ho l’età, e un giorno ho la ritirata, e un altro giorno non ho un posto che non sia un posteriore sgangherato, e poi no, non ho voglia scusami, mi è passata. Che un giorno dopo i 20, quando eri partita e tornata già trenta volte, quando avevi già avuto il ragazzo, quando il vestito era ormai così pieno di schizzi di pomodoro che il padre confessore poteva prendere fuoco (almeno secondo te), ti è suonato improvvisamente in testa il campanello, e si è ricollegato tutto, e hai scoperto chi erano veramente quella che guarda a terra e le due zitelle. E hai cominciato a scoprire che dietro le cose c’è sempre molto di più di quello che sembra.

Allora il padre confessore era lontano, erano lontane le pentole di rame appese al muro. Nelle grandi megalopoli dove siamo finiti, luci scintillanti a ogni angolo, un ritmo di vita psichedelico e, in casa, gabinetti traballanti, carta da parati che viene via lasciando il posto a giornali pubblicati prima della perestroika, gas a palla, ma soprattutto, 32 chili. Improvvisamente non abbiamo bisogno che di 32 chili di roba per vivere e le pentole di rame sono l’ultima cosa che porteremmo mai con noi in giro per il mondo.

Volevamo crescere, no, volevamo vivere. Volevamo campare due settimane con l’ultima cinquanta euro rimasta, e non chiedere nulla, e imparare cos’è essenziale. Volevamo sbucciarci le ginocchia senza prendere il resto, correre e sudare contemporaneamente, presentarci a lavorare davanti a persone rispettabilissime con una macchia di pomodoro sulla camicia, dopo pranzo, e fottercene. Volevamo baciarci ai semafori nel bel mezzo della notte come se non ci fosse domani, svegliarci nel crepuscolo elettrico della città e, sbirciando dalla finestra, sentirci lontani, staccati, spaccati, e vicini, uniti, ritrovati. Volevamo ritrovarci un Natale, preparando quaranta porzioni di struffoli quando la buonanima della nonna non poteva più farli al posto nostro con la scusa che ci aiutava, e ricordarci da dove veniamo, e che le pentole di rame, il catechismo e “Non è la Rai” saranno anche stati la nostra rovina, ma sono la nostra, e tutto quello che è nostro è caro: perché si nasconde dietro le nostre facce ormai sicure e forti come i significati si nascondevano dietro ai numeri della Smorfia. Volevamo comprare un ammorbidente per sbaglio, al posto di un detersivo, e volevamo far diventare i calzini rosa. Volevamo parlare e non essere capiti, ascoltare e non capire, scervellarci, imparare un’altra lingua, un altro modo di pensare, cambiare la pelle come i serpenti.

Noi volevamo piangere e che nessuno ci dicesse di non piangere. Volevamo ridere quando tutti hanno deciso che bisogna stare seri. Volevamo lasciarci alle spalle i giudizi della gente e tutte le possibilità mancate di mamma e papà. Noi volevamo essere, e basta. La nostra rovina sono state le pentole di rame che non si usavano per cucinare, ma per bellezza, perché noi avevamo fame e volevamo scoprire che quella fame è la vera bellezza.

4 pensieri su “Pentole di Rame

  1. L’ha ribloggato su Russalianae ha commentato:

    I tak…
    Oltre a raccontarvi della Russia come la vedo io, e a tradurre per russiaintranslation.com, adesso sputo anche veleno e rigurgiti su Bloggolo. Da noi si dice: “Non ti sai tenere un cecio in bocca!” Ecco, io mi sono tenuta il cecio in bocca per molto tempo, e mo l’ho cacciato. Non so quanti ceci ancora caccerò, ma qui potete trovare anche molti ceci di altra gente interessante. Date un’occhiata!

    Mi piace

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